Il ruolo della donna, nella Chiesa e nella società, è andato crescendo negli ultimi anni, con un riconoscibile beneficio per il bene comune. Contemporaneamente si è dibattuto e si sta ancora discutendo in merito alla identità sia maschile sia femminile, a come coniugare la pari dignità e la diversa identità, a come focalizzare l'originalità dei profili antropologici e della correlata educazione.
 
Nel volume, che spazia fra temi di grande respiro culturale, pedagogico e pastorale, Enrica Rosanna, Figlia di Maria Ausiliatrice e prima donna chiamata ad assumere un incarico nei dicasteri vaticani (è stata sottosegretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica dal 2004 al 2011, oltre che preside della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”), svolge un'analisi chiara, fondata ed efficace, la cui lettura risulta di grande interesse a tutti coloro che operano nel campo dell'educazione e della spiritualità.

 
Dall'introduzione di Giuseppe Mari, professore ordinario di Pedagogia generale all'Università Cattolica del Sacro Cuore:
 
Mi ha sempre affascinato la dualità maschio-femmina. Man mano che crescevo e diventavo uomo, ho avuto la possibilità – attraverso la scuola – di incrociare svariati approcci al tema nei diversi campi che identificano il sapere. Mi colpirono le pagine in poesia e in prosa dedicate alla questione, ma mi intrigò ancora di più la lettura simbolica – modellata sulla diade maschio/femmina – che i pitagorici applicarono ai numeri.
 
Ho sempre tenuto in gran conto anche l’arte perché è un campo sconfinato per quanto concerne la messa a fuoco delle identità maschile e femminile, dato che si presta particolarmente alla lettura simbolica. Ho trovato suggestivo l’approccio descrittivo al dimorfismo sessuale perché la lettura funzionale non soffoca la domanda sul “fine”: infatti l’essere umano, anche quando registra il “come”, finisce sempre per chiedersi il “perché”.
 
Naturalmente, l’ambito in cui ho maggiormente colto la tensione polare tra uomo e donna è quello della relazione interpersonale, dove è facile riscontrare che sentiamo, guardiamo, capiamo, diciamo e facciamo le cose in modo molto diverso. Eppure, siamo sempre condotti a cercarci. Colpisce che la letteratura di tutti i tempi, esattamente come la produzione musicale di oggi, ritorni costantemente sul tema dell’amore, con una fitta presenza di composizioni che parlano delle pene d’amore oltre che del piacere e della bellezza caratteristici delle relazioni che funzionano.
 
Che cosa spinge a non abbandonare ciò che può far soffrire se non un richiamo profondo, radicato, tale da non poter essere scalzato nemmeno dalla paura di sbagliare o di patire? Siamo di fronte a qualcosa di originale e di originario, come suggeriscono anche le antiche mitologie dove ricorre la metafora del “Cielo Padre” e della “Terra Madre”, specchio del quesito che i nostri lontani antenati si ponevano circa il significato del loro essere maschio o femmina, uomo o donna.
 
Man mano che avanzavo nello studio e nell’età, restavo sempre più impressionato da una osservazione: ovviamente – sul piano fenomenico, ossia descrittivo – nasciamo tutti da nostro padre e da nostra madre, ma – sul piano fenomenologico ossia di come percepiamo ciò che accade, – è da nostra madre che veniamo al mondo perché ci tiene per un lungo periodo dentro di sé. Che cosa possiamo ricavare da questo fatto? Che c’è una radicale asimmetria tra i profili maschile e femminile. E che, dentro questa asimmetria, è la identità femminile a esprimere una priorità che illumina anche quella maschile, perché siamo tutti “nati da donna”.
 
Quando incrociai il richiamo di Giovanni Paolo II al “genio” della femminilità, mi venne spontaneo associarlo a questo, ossia ad una condizione che rende la donna imprescindibile punto di riferimento per l’uomo, oltre che per la donna stessa. Ho avuto modo di condividere queste riflessioni con una religiosa di statura umana e cristiana eccezionali, Suor Bianca Gaudiano, delle Suore Dorotee da Cemmo, una Congregazione bresciana. Negli anni in cui l’ho frequentata – anche insieme a mia moglie, quindi in una esperienza di coppia – mi sono andato convincendo che era una mistica, le cui intuizioni mi piacerebbe poter riprendere ed approfondire.
 
Dopo la sua scomparsa, ho incontrato – sempre a Brescia, precisamente a Concesio – Suor Enrica Rosanna e mi sono ritrovato nella felice condizione di poter parlare della donna con una donna non solo animata da profonda ispirazione e nutrita di studi di alto livello, ma che ha potuto sul campo – in servizio alla Chiesa – sperimentare che cosa sia il “genio” femminile. Le sono molto grato per aver accettato di farsi intervistare, dilatando la prospettiva del nostro dialogo sul mondo.
 
Sono convinto che il tema “donna” sia strategico per tutti e che nei prossimi anni saremo chiamati a imboccare cammini che – tenendo presente l’asimmetria di cui prima ho parlato – non eleggano a punto di riferimento la specularità dei profili maschile e femminile in merito a quello che si fa, ma l’originalità dell’uno e dell’altro in merito a quello che si è, fatta salva ovviamente la pari dignità.
 
Da questo punto di vista, l’approccio “Gender” costituisce una sfida importante, a patto che non si cada nella trappola di ritenere che qualunque significato antropologico sia ri(con)ducibile a convenzione socio-culturale. Sicuramente ne esistono, ma – al fondo di tutto – c’è un significato originario, che parla un linguaggio simbolico non descrittivo solamente, e che ha valenza metaculturale e transideologica.
 
Si tratta della verità sull’uomo e sulla donna, che dobbiamo onestamente cercare, senza farci intimidire dalle sovrastrutture mentali che vorrebbero scoraggiarci, perché è vero che la verità può essere manomessa, ma, se fosse vero che ogni verità è manomissione, avremmo solo a che fare con la menzogna. E questo ripugna all’essere umano, come osserva acutamente Agostino nelle Confessioni, quando dice che ha conosciuto «molti che volevano ingannare gli altri, ma nessuno che volesse essere ingannato» (X, 23; Milano, Paoline, 1987, p. 355).
 
Nell’intervista emerge la fede cristiana come fattore decisivo in ordine al riconoscimento della dignità e originalità della donna. Tutti sappiamo che – come sempre accade – anche il cristianesimo ha subìto l’influsso culturale, a partire dalla pronunciata attitudine misogina dei Greci.
 
Ma di fronte al fatto – indiscutibile e senza precedenti – che Agostino – cioè un maschio del IV-V secolo – si pone il problema della eventualità che uno dei due sessi si senta trascurato da Dio, misuriamo l’enorme portata della rivoluzione culturale cristiana. Riporto le parole del Dottore di Ippona il quale dice del Dio incarnato: «affinché nessuno dei due sessi ritenesse di essere stato disprezzato dal suo Creatore, assunse l’aspetto di un uomo e nacque da una donna» (La vera religione, 16, 30; Roma, Città Nuova, 1995, p. 57).
 
Sono parole importanti perché, mentre identificano l’asimmetria nel coinvolgimento di uomo e donna all’interno della Incarnazione, pongono con la massima evidenza la loro identica dignità. Sul piano non solo antropologico, ma anche pedagogico, prospettano la sfida che ci attende: educare il ragazzo a diventare uomo e la ragazza a diventare donna avendo chiaro che sono uguali in dignità, ma diversi in identità.

 

 
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