Nel corso degli ultimi decenni è andata gradualmente maturando, a livello internazionale, la convinzione che il futuro delle nostre società non potrà essere fondato unicamente sugli aspetti economici, ma dovrà necessariamente fare i conti con la profonda evoluzione culturale, geopolitica e tecnologica in atto nel pianeta. Non saranno però le macchine la risorsa strategica del domani: in quella che viene ormai normalmente definita la “learning society” (società della conoscenza), il perno di tutto diventa sempre di più l’uomo e in particolare la sua capacità di sviluppare e mettere a frutto le proprie potenzialità conoscitive, creative ed etiche.

Ho voluto iniziare con queste considerazioni di fondo per far subito risaltare il ruolo primario che può avere un’istituzione formativa come la vostra: dal profilo internazionale, attenta alla dimensione etica non meno che all’innovazione, ispirata a un’antropologia integrale che mette la persona al centro di ogni processo. Un mondo in crescente interdipendenza nell’economia, nella cultura e nelle comunicazioni ha estremo bisogno di “poli pensanti” creativi e responsabili, di luoghi di ricerca e di confronto che siano all’altezza dei nuovi compiti che si pongono, aperti alle nuove sfide e allo stesso tempo fedeli alla propria ispirazione originaria.
 
 
Ripensare l’università
 
In questo quadro, una delle sfide più urgenti che si presentano alle società odierne riguarda la necessità di verificare e rivedere in profondità i processi formativi che vengono offerti alle nuove generazioni: in un mondo che non può fondarsi solo sui mercati e sulla tecnica, il patrimonio culturale fornito dall’università gioca un ruolo decisivo. Si tratta dunque di riattivare una riflessione alta intorno al senso e al futuro dell’università, riproponendo le domande di fondo circa il suo ruolo nella società, la conoscenza come bene comune, la sua vocazione all’apertura, all’incontro, al superamento delle barriere.

È diventata ormai prassi diffusa quella di articolare i compiti dell’università secondo la formula della “triplice missione”, con un’espressione che agli obiettivi tradizionali della formazione e della ricerca affianca quello della diffusione della conoscenza nell’interazione con il territorio. Si vogliono centri di formazione e di studio non autoreferenziali e chiusi in se stessi, ma consapevoli che il servizio alla società fa parte dei propri doveri. Per questo, fin dal sorgere dell’idea di “terza missione” dell’università, si è coniato il neologismo “multiversità”, a indicare la necessità di una comunità universitaria capace di valorizzare le differenze della società su cui va a incidere e di rispondere alle mutevoli esigenze che si presentano in ogni epoca.

In realtà le cose sono andate diversamente e l’università è diventata una “multiversità” soprattutto per la frammentazione dei saperi. Siamo molto lontani dall’uno evocato dall’etimo di università. Governare intellettualmente questa complessità è tanto difficile quanto prioritario. La domanda sull’unità e l’armonia del sapere è antica e forse potrà apparire anacronistica, eppure è estremamente prezioso saper accogliere la ricchezza della realtà senza essere sommersi dal suo flusso continuo e confuso, salvaguardare la conoscenza dell’uomo e della vita dal tritatutto in cui siamo continuamente spinti e che sembra escludere in radice la possibilità di un senso globale della realtà.
 
È quello che John Henry Newman intendeva nei suoi “Scritti sull’università” con l’auspicio a promuovere quell’ampliamento della mente «che consiste nella facoltà di vedere molte cose nello stesso tempo come un tutto, di ricondurle a una a una alla loro vera posizione nel sistema universale, di capirne il rispettivo valore e di determinarne la reciproca dipendenza»1.

Mi pare di ritrovare lo stesso invito nell’opera “Università futura” di Juan Carlos De Martin, appena data alle stampe, là dove l’autore si dice convinto che l’università «deve riuscire ad attenuare i muri che separano le discipline per permettere una comprensione ampia del mondo. Uno sforzo di sintesi che permetta di orientarsi in un mondo non solo sempre più complesso, ma anche apparentemente sempre più immerso in una transizione di cui nessuno conosce né i tempi né gli esiti. L’università può accendere luci che permettano di capire meglio quello che sta capitando, con l’obiettivo primario di salvaguardare la pace»2.

Il senso dell’educazione universitaria da recuperare è quello della trasmissione di un sapere capace di costruire un’intelligenza critica e creativa, non ristretta alla ripetizione dei modelli diffusi. In questo orizzonte, in particolare le istituzioni accademiche di ispirazione cristiana possono aiutare l’università tutta a scrutare più profondamente il mistero dell’uomo, per comprendere il suo ruolo di interprete, di custode e di edificatore del mondo, di ricercatore della verità, di costruttore di fraternità, di dialogo e di pace. Anche se veniamo da un periodo ricco di riforme e cambiamenti, non è finito il tempo di “pensare l’università” nelle direzioni appena indicate.
 
 
L’università come luogo in cui si elabora la cultura dell’incontro
 
Nelle prime parole che papa Francesco ha indirizzato al mondo della cultura, pochi mesi dopo la sua elezione, si trovano delle indicazioni preziose per il cammino appena indicato. Mi riferisco al discorso tenuto il 22 settembre 2013 durante la visita pastorale a Cagliari, nel quale egli definì l’università come «luogo in cui si elabora la cultura della prossimità». L’università – spiegava il Papa in quella occasione – «è luogo privilegiato in cui si promuove, si insegna, si vive questa cultura del dialogo, che non livella indiscriminatamente differenze e pluralismi - uno dei rischi della globalizzazione è questo -, e neppure li estremizza facendoli diventare motivo di scontro, ma apre al confronto costruttivo. Questo significa comprendere e valorizzare le ricchezze dell’altro, considerandolo non con indifferenza o con timore, ma come fattore di crescita».

Pochi giorni fa, in visita all’Università Roma Tre, papa Francesco è tornato su questa prospettiva, incoraggiando docenti e studenti «a vivere l’Università come ambiente di vero dialogo, che non appiattisce le diversità e neppure le esaspera, ma apre al confronto costruttivo. Siamo chiamati a capire e apprezzare i valori dell’altro, superando le tentazioni dell’indifferenza e del timore. Non abbiate mai paura dell’incontro, del dialogo, del confronto». E questo perché – ha sottolineato il Papa accennando ai rischi che vive l’Europa – «la chiusura in se stessi o nella propria cultura non è mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento sociale e culturale».

Come intendere l’espressione di papa Francesco “cultura dell’incontro”, divenuta una delle cifre del suo pontificato? E cosa significa per l’università essere luogo di elaborazione e di diffusione di essa? L’incontro a cui ci riferiamo è prima di tutto incontro con le culture, ma non nel senso astratto di sistemi teorici codificati, bensì nella concreta prospettiva di incontro tra persone e gruppi portatori di valori, tradizioni, lingue, visioni religiose e stili di vita plurali.
 
L’università, anche quando è espressione di una chiara identità culturale, deve saper accogliere senza pregiudizi quanti chiedono di entrare nella sua comunità di vita e di ricerca, e a tutti offrire un patrimonio con cui confrontarsi senza sentirsene ingabbiati ma da esso sospinti sempre oltre. «Solo una cultura viva, allo stesso tempo fedele alle proprie origini e in stato di creatività – ricordava Paul Ricoeur – è capace di sopportare l’incontro con altre culture, e anche di dare un senso a quell’incontro»3. Mai dimenticare che «per essere se stesso, ognuno ha bisogno dell’altro»4.

Così intesa, l’università si configura come luogo di fecondo dialogo intergenerazionale, espresso nel vivo di relazioni interpersonali che, se autentiche, non negano la diversità delle funzioni e dei ruoli. La dinamica della ricerca scientifica vive di procedure e metodologie complesse da rispettare, di competenze specialistiche da acquisire, ma ha anche bisogno di sincere attitudini collaborative e di comprovate forme di onestà intellettuale.
 
Per i docenti, la capacità di lavorare in équipe e di mettere a disposizione dell’intera comunità scientifica i risultati dei propri studi vanno di pari passo con la disponibilità a condividere l’impegno professionale con la comunità degli studenti, a lasciarsi mettere in questione dalle loro domande e dalle loro attese5. Per le università, ciò significa anche l’incontro e il confronto tra Atenei, con le altre istituzioni accademiche e formative, con i centri di ricerca, compresi quelli volti allo studio della teologia.

È il metodo che papa Francesco ha chiesto alla Chiesa italiana nel suo discorso al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, là dove ha esortato: «Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. [...] Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà».

Se il primo luogo in cui si elabora la cultura dell’incontro è la fattiva collaborazione di studenti e insegnanti nel quotidiano lavoro di studio e di ricerca, in una condivisione dello sguardo sulla realtà e dei significati della vita, non meno importante è far sì che la formazione individuale e l’opera accademica nel suo complesso siano orientate al discernimento del bene comune della società in cui si vive. L’università non vive per se stessa, quasi fosse impermeabile a ciò che accade nella città e nel mondo.
 
Uso apposta la parola discernimento, anch’essa particolarmente cara a papa Francesco, perché ritengo che l’università debba porsi al centro degli snodi culturali e sociali esercitando l’arte del discernimento animato dalla ricerca del bene dell’uomo, di tutto l’uomo, di tutti gli uomini. Forte delle sue competenze scientifiche, essa deve farsi carico anche di formare una coscienza critica sulle tendenze in atto, senza schiacciare i propri processi formativi sotto il peso del pensiero dominante o della dittatura del mercato. Anche questa è una sfida per l’università: il discernimento del nuovo e lo smascheramento di quanto si presenta come tale ma è solo camuffamento ideologico o pubblicitario.

Papa Francesco parla di “cultura” dell’incontro anche per mettere in risalto che per giungere a questa prassi di ascolto reciproco e di scambio fiducioso, serve un impegno serio, intellettuale e affettivo, da parte di tutti. Pur essendo una dimensione fondamentale dell’uomo, insita nel suo essere più intimo, la tensione all’incontro con l’altro deve essere coltivata dedicandole tempo e resa consapevole, fatta crescere nei suoi fondamenti profondi e negli atteggiamenti che essa richiede.
 
La cultura dell’incontro si impara più dalla vita che dai libri, ma va comunque posta a tema e approfondita anche nei suoi risvolti politici, economici, scientifici. Si può diventare «operatori della carità intellettuale – sono ancora parole di papa Francesco – a partire dalla stessa Università, perché sia luogo di formazione alla “sapienza” nel senso più pieno del termine, di educazione integrale della persona».

L’incontro a cui il Papa ci invita è a sua volta anche incontro con gli orizzonti della trascendenza, che non possono essere esclusi dai luoghi in cui si indagano le istanze dell’umano, si approfondiscono le dinamiche sociali emergenti, si pongono le basi del futuro. Come egli ricordava nel discorso citato all’Università di Roma Tre, «la fede non limita mai l’ambito della ragione, ma lo apre a una visione integrale dell’uomo e della realtà, preservando dal pericolo di ridurre la persona a “materiale umano”».
 
Di fronte alla cultura dell’incontro, infatti, si erge ben chiara la “cultura dello scarto”, che anche in università può trovare spazio, finendo con perpetuare logiche di competizione esasperata o replicando meccanismi di esclusione di cui vediamo gli esiti nella nostra società. Il mondo di oggi conosce infatti il tragico paradosso di aver superato vecchie frontiere e inimicizie e allo stesso tempo aver innalzato nuove barriere, non solo fisiche ma anche di conoscenza e di accesso al sapere.

 A proposito delle diseguaglianze presenti nel mondo globale, mentre ci impegniamo a combattere la povertà in tutte le sue forme – ognuno con gli strumenti tipici della sua professione – resta anche vero che il povero è custode di un messaggio vitale per il bene comune, un messaggio che l’università potrebbe intercettare nel suo essere costitutivamente attenta a tutti i segnali della società. L’università ha in sé la tensione a studiare tutto ciò che la realtà le rimanda. Le nostre università sorte attorno a un’ispirazione spirituale più di altre dovrebbero, proprio in nome del Vangelo, indagare anche quanto è stato rivelato ai piccoli, ascoltare quanto i piccoli hanno da dire e metterlo a disposizione del bene comune.
 
 
L’università come “comunità alternativa”

Da quanto brevemente delineato, mi sembra emerga un’immagine di università come “comunità alternativa” da molti punti di vista. In primo luogo, l’università è alternativa proprio se non rinuncia a costruirsi e proporsi come “comunità”, spezzando quell’individualismo che sempre più inquina anche i processi formativi. Impresa scientifica e comunità educante si rafforzano a vicenda, fondandosi in un patto educativo che non ha niente dell’ottica aziendalista che riduce lo studente a cliente e stravolge il rapporto tra maestro e allievo di cui non cessiamo di avere bisogno, al di là di tutte le possibilità offerte dalle nuove tecnologie applicate all’insegnamento e all’apprendimento.
 
Parlare di comunità universitaria significa fare riferimento a una “vita universitaria” di cui il momento strettamente accademico, fatto di lezioni, studio ed esami, è solo una parte. Se per lo studente ciò significa vivere gli anni dell’università come tempo di coltivazione interiore, maturazione delle scelte di fondo, costruzione di rapporti interpersonali, per l’università – e la sua componente docente in particolare – è l’invito a delineare un vero “progetto educativo”, che non si esaurisce certo nell’offerta di alcuni servizi, sia pure indispensabili.

Alternativa rispetto a una certa mentalità diffusa è un’università che forma persone e non solo si preoccupa di preparare lavoratori, finalità sacrosanta ma non esaustiva del suo compito. Tale missione non può esaurirsi al contributo che essa fornisce al sistema produttivo. Un appiattimento sugli aspetti economici finirebbe col trasformare le università da membri di una comunità transnazionale ad attori di un mercato in competizione tra loro per accaparrarsi studenti, attirare più fondi statali, scalare le classifiche internazionali6.

Di fronte a questi rischi, vale la pena di ricordare che l’università è stata, attraverso i secoli, una comunità alternativa quando si è resa capace di essere luogo di incontro tra il sapere e la vita,  centro di ricerca e di educazione, ponte fra il passato e il futuro: tutti compiti che costituiscono aspetti diversi, ma non separabili di questa “totalità vivente” (Karl Jaspers). Il carattere realmente alternativo di questa comunità nasce dalla possibilità che le appartiene di porsi come spazio dell’esercizio critico della ragione e insieme di elevazione dello spirito e della coscienza civile, capace di resistere alle lusinghe del tempo presente.

Ho richiamato all’inizio la necessità di riaccendere una riflessione condivisa sul senso e sul futuro dell’università. Ciò è possibile a condizione di non eludere la domanda su qual è l’idea di umanità a cui ci stiamo ispirando per disegnare il nostro futuro. Non possiamo trascurare a questo proposito l’invito appassionato e credibile di papa Francesco: «In ogni ambiente, specialmente in quello universitario, è importante leggere e affrontare questo cambiamento di epoca con riflessione e discernimento, cioè senza pregiudizi ideologici, senza paure o fughe.
 
Ogni cambiamento, anche quello attuale, è un passaggio che porta con sé difficoltà, fatiche e sofferenze, ma porta anche nuovi orizzonti di bene. [...] E voi, per il fatto di lavorare e studiare in università, avete una responsabilità nel lasciare un’impronta buona nella storia». 
 
 
Mons. Nunzio Galantino
 

(articolo tratto da educazione.chiesacattolica.it) 

 
1 J.H. Newman, Scritti sull’università, Bompiani, Milano 2008, 283.
2 J. C. De Martin, Università futura. Tra democrazia e bit, Codice Edizioni, Torino 2017, 44-45.
3 P. Ricoeur, La questione del potere, Costantino Marco editore, Lungro 1992, 129.
4 J. Ratzinger, Cristo, la fede e la sfida delle culture, in Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Ed. Cantagalli, Siena 2003, 24.
5 Cf. L. Alici, «Università in trasformazione: un difficile dialogo tra scienza e sapienza», in Notiziario UNESU-CEI 1 (2005) 95-111.
6 Cf. J. C. De Martin, Università futura, cit., 60.
 

 
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