Sotto gli ulivi c’è un agitarsi frenetico: poliziotti in assetto di assalto, una folla esagitata con armi vere e improprie, uomini che fuggono e al centro lui, la causa del tumulto, il predicatore e guaritore Gesù di Nazaret. A un certo punto l’obiettivo, che sta seguendo questa vicenda per poi travasarla in un racconto, si arresta su una scenetta marginale.
 
Nella confusione generale si intravede, forse sotto il bagliore delle fiaccole o della luna, «un ragazzo che aveva addosso solo un lenzuolo». Subito egli tenta di scappare, ma le guardie lo afferrano. «Egli, però, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo». A ritrarre questo quadretto un po’ comico in un contesto così drammatico è l’evangelista Marco nel suo racconto della passione di Gesù (14,51-52).
 
La domanda è spontanea: perché introdurre in un momento di così alto pathos una notazione marginale e curiosa? Un commentatore del Vangelo marciano (e, con lui, molti altri) non ha avuto esitazione nello spiegare che si tratta di «quello che avviene in alcuni quadri celebri, quando c’è la tentazione da parte dell’autore di raffigurarsi in margine. Marco ha messo qui la sua firma».
 
Questa giustificazione è suggestiva, anche perché appellerebbe a una sorta di testimonianza oculare: in tale linea alcuni esegeti hanno, invece, ipotizzato che Marco rimandasse a un altro testimone, un giovane che avrebbe poi narrato la sua esperienza in quella notte cupa e carica di tensione. Ma, ben sapendo che gli evangelisti non vogliono solo narrare una cronaca ma interpretare gli eventi alla luce delle Scritture, alcuni studiosi hanno adottato un’interpretazione simbolica, per cui l’episodio sarebbe una ricomposizione sceneggiata di un passo del profeta Amos che, in un suo oracolo di giudizio divino su Israele, affermava: «In quel giorno il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo!» (2,16).
 
In questo modo si attribuirebbe all’evento dell’arresto di Gesù una qualità escatologica, come intendeva il profeta usando la locuzione «in quel giorno», cioè un’allusione alla fine dei tempi, alla pienezza della storia umana. Anche Cristo aveva usato un’immagine analoga nel discorso detto appunto “escatologico”: «Chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello» (Marco 13,16). Queste spiegazioni a noi sembrano un po’ vaghe e persino artificiose.
 
È per altra via che l’evento storico, probabilmente autobiografico, acquista un significato ulteriore trascendente. Forse in filigrana l’evangelista intravede in quell’episodio concreto un’anticipazione simbolica della vicenda dello stesso Cristo. Infatti, Gesù alle guardie che lo stanno arrestando dice: «Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare e non mi avete afferrato (kratéin in greco)» (14,49). Anche del giovane si racconta che «lo afferrarono » (in greco kratéin).

È, però, ulteriormente significativo il termine greco che indica il “lenzuolo”: è una sindóna, cioè la stessa “sindone- lenzuolo” che avvolgerà il corpo di Cristo morto (15,46). E non c’è bisogno di ricordare che anche Gesù nella risurrezione “lascerà cadere” quel lenzuolo e “fuggirà via” nella vita gloriosa (Giovanni 20,5-7). Questa serie di ammiccamenti tematici può essere difficile da comprendere nelle nostre modalità narrative.
 
Diverso è, invece, l’atteggiamento degli autori sacri che intuiscono anche nei segni della quotidianità storica tracce di un orizzonte superiore e, quindi, di un significato più profondo. Questo giovane diventa, perciò, un annunciatore di quella Pasqua di Cristo che sarà proclamata alle donne da «un giovane vestito di una veste bianca» (16,5), messaggero angelico della risurrezione.

 
Gianfranco Ravasi
 
(articolo tratto da www.famigliacristiana.it)

 

 
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