Esplorare le possibilità
 
Quando Giobbe e i tre amici si mettono a discutere sul comportamento di Dio di fronte alla sofferenza, c’è disaccordo praticamente su tutto. Una certezza, tuttavia, li accomuna: sono sinceramente convinti che la distanza tra Dio e l’uomo sia un abisso invalicabile. Dio è grande, inaccessibile, onnipotente e santo; l’uomo è piccolo, impotente, impuro e peccatore.
 
Se il convincimento è condiviso, non sono però le medesime le conseguenze che ne deducono. I tre sapienti orientali insistono tanto sulla gloria divina da annichilire l’essere umano. Giobbe, invece, parte dalla consapevolezza del proprio limite per esplorarne tutte le possibilità. In principio è tentato di reagire con il dubbio, l’ira e la protesta contro Dio, naufragando così nell’avvilimento e nello sconforto: «Perché dare la luce… a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?» (Gb 3,20.23).
 
In seguito azzarda di porsi di fronte a Dio da interlocutore alla pari, ma il fallimento è rovente: «In verità io so che è così: e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio? Se uno volesse disputare con lui, non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille» (9,2-3); «Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta» (30,20). Infine Giobbe vuole toccare il cuore di Dio col ricordo dell’amicizia passata: «Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene.
 
Non mi scorgerà più l’occhio di chi mi vede: i tuoi occhi mi cercheranno, ma io più non sarò» (7,7-8). E tuttavia, anche se la frustrazione di Giobbe continua, egli non si rassegna e alla fine sarà premiato: proprio nella consapevolezza e nell’accettazione del proprio limite troverà la salvezza. Il capitolo 28 di Giobbe ha sempre intrigato gli studiosi e richiama l’attenzione. Mentre dei discorsi che precedono e seguono si dice chi li pronuncia, questo capitolo non ha nessuna attribuzione.
 
È un poema che insiste sulla difficoltà della conoscenza del luogo della sapienza. Già diverse volte, nei dialoghi tra Giobbe e i tre amici, era emerso che occorreva molta sapienza per venire a capo del problema della sofferenza di Giobbe. Il poema del capitolo 28, posto in una posizione strategica del libro, presenta il punto di vista di una “voce fuori campo” sapienziale sull’argomento.

Nei primi undici versetti si fa l’elogio di coloro che con intraprendenza si mettono alla ricerca di metalli e pietre preziose, non temendo di avventurarsi nelle miniere e nei cunicoli più bui della terra. Si tessono, cioè, le lodi delle capacità tecniche e operative dell’uomo che si impegna nel lavoro. E non è cosa di poco conto, perché la sapienza biblica è eminentemente pratica, non intellettiva. L’uomo che sa fare e agire è da ammirare, è un vero sapiente. E tuttavia il v. 12 formula una domanda che prevede una risposta negativa: «Ma la sapienza da dove si estrae? E il luogo dell’intelligenza dov’è?» (28,12).

Nei versetti da 13 a 19 il poema si dilunga a parlare con entusiasmo di chi si dedica a commerciare pietre preziose e per questo affronta lunghi viaggi per raggiungere i luoghi di mercato più rinomati nell’Oriente antico. Anche le attività del viaggiatore e del commerciante erano per gli antichi sapienti occasioni ottimali per acquisire capacità di esperienze e di relazioni che permettevano di essere preziosi e ricercati consiglieri. Ma al v. 20 ritorna implacabile la domanda: «Ma da dove viene la sapienza? E il luogo dell’intelligenza dov’è?» (28,20).
 
 
Fuori dalle nostre possibilità
 
Insomma, l’abilità tecnica e commerciale, come pure l’ardimento nel lavoro e l’apertura nelle relazioni, danno all’uomo grandi possibilità e sapienza, ma non sono tutto. C’è una realtà, qui evocata come una sapienza particolare, che è sconosciuta, che rimane fuori dalle possibilità dell’uomo che mette tutto il proprio impegno nel lavorare e nel commerciare, nel fare e nel relazionarsi. Il poema lascia intendere che questa sapienza, che l’uomo in tal modo non riesce a raggiungere, è la cosa più preziosa.
 
Sorge spontanea la domanda: È mai possibile che l’uomo, che pure ha tante capacità e le mette a frutto, non riesce a conquistare la cosa più preziosa? È questo il segno del limite umano che pende ineluttabile come spada di Damocle sulla sua testa? Ma il capitolo 28 di Giobbe continua. Fino al versetto 22 il soggetto delle azioni è sempre l’uomo o una realtà che appartiene al mondo creato. Invece, al v. 23 il soggetto è Dio e così la prospettiva cambia: «Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi…» (28,23). Dio, dunque, conosce la via che porta alla sapienza, sa dove essa si trova.

Siamo però al punto di partenza. Sapere che Dio conosce quella sapienza misteriosa e così preziosa per l’uomo è una ben magra consolazione. Il problema è come rendere accessibile quella sapienza all’uomo. Giobbe 28,28 dice: «e disse all’uomo: “Ecco, il timore del Signore, questo è sapienza, evitare il male, questo è intelligenza”». Quel «e disse all’uomo» è strettamente collegato con quello che è detto nel versetto 23, cioè che Dio conosce la via della sapienza e sa dove si trova.
 
La conoscenza che Dio ha della sapienza non è per sé, ma per l’uomo: Dio vuole rivelare all’uomo come trovare e acquisire quella sapienza così preziosa, senza la quale l’uomo non saprebbe capire il senso e il significato della propria esistenza. Dio dice che la sapienza è «il timore del Signore» e l’intelligenza è «evitare il male». Sapienza e intelligenza, da una parte, «timore del Signore» e «evitare il male», dall’altra, si corrispondono.
 
Si viene perciò a dire che la sapienza - che solo Dio conosce e che è inaccessibile all’uomo che si affatica col lavoro e col commercio - è appannaggio di chi ha il timore del Signore ed evita il male. Cioè, dell’uomo che è in buona relazione con Dio e con gli altri: infatti, «temere il Signore» ed «evitare il male» è linguaggio tecnico della tradizione sapienziale biblica per dire che si è in buona relazione con Dio e con gli altri.
 
 
Il senso del limite
 
Giobbe, e noi con lui, è chiamato a comprendere che nella buona relazione con Dio e con gli altri egli recupera con serenità il senso del proprio limite. Limite che è da vivere nella consapevolezza che si è creature di fronte al Creatore, ma non per questo annichiliti, perché il Creatore ama e si prende cura delle sue creature. Infatti, una volta pacificato, Giobbe viene visitato da Dio nella sua sofferenza mentre è seduto sul letamaio: non c’è bisogno che egli salga in cielo, è Dio che si abbassa e viene a lui.

 
Giuseppe De Carlo
 
(articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)

 

 
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