1. Introduzione
 
In Italia, la salute e la sicurezza sul lavoro sono regolamentate dall’art. 2087 c.c. (disposizione generale e di “chiusura” del sistema) e dal Decreto Legislativo 81 del 9 aprile 2008 – e successive integrazioni - noto anche come “Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro”, entrato in vigore il 15 maggio 2008. Detto decreto – che costituisce l’attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007 n. 123 – ha riordinato e coordinato in un unico testo, nel rispetto delle normative comunitarie e delle convenzioni internazionali, le disposizioni dettate da numerosi precedenti leggi in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.
 
Finalità principale della normativa in materia di sicurezza e salute sul lavoro è quella di fissare una serie di regole e misure – nell’interesse non solo del lavoratore ma anche del datore di lavoro - volte a migliorare le condizioni di lavoro e ridurre la possibilità di infortuni, in coerenza con le disposizioni della Costituzione che prevedono la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Cost.), tutelano la salute “come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività” (art. 32), tutelano il lavoro  “in tutte le sue forme ed applicazioni” (art. 35 Cost.) e tutelano l’iniziativa economica privata purché non arrechi “… danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 Cost.).

 
2. L’art. 2087 c.c.
 
Il fulcro del sistema di tutela della salute e sicurezza sul lavoro era – ed è tutt’oggi, anche dopo l’emanazione del sopra citato Decreto 81/2008 - l'art. 2087 codice civile che obbliga l'imprenditore “ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare - l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
 
Si tratta di una norma di “chiusura” che prevede un obbligo generale di sicurezza suscettibile di essere adattato ai mutamenti economico-sociali, nonché ai progressi e ai mutamenti dell’organizzazione del lavoro e della tecnica. Infatti: laddove l’art. 2087 c.c. parla di (i) “particolarità del lavoro” si deve intendere che le misure a presidio della salute e della sicurezza voluti dal legislatore devono essere oggetto di studio ed analisi che li adattino ai rischi specifici presentati dalla singola lavorazione e alle procedure lavorative man mano adottate; ovvero (ii) di “esperienza” si deve intendere che deve essere previsto un sistema di prevenzione adatto a fronteggiare i rischi che concretamente emergono dal vissuto quotidiano dell’organizzazione lavorativa; ovvero (iii) di “tecnica” si deve intendere che il datore di lavoro deve adottare le tecnologie e gli strumenti di tutela più efficaci disponibili sul mercato adattandoli ai continui progressi.
 
Per detto motivo la giurisprudenza costante ha affermato il principio secondo il quale “la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. ha natura contrattuale e la citata disposizione codicistica costituisce una norma di chiusura del sistema infortunistico, la quale obbliga il datore di lavoro a tutelare l’integrità psico-fisica dei propri dipendenti imponendogli l’adozione di tutte le misure atte, secondo le comuni tecniche di sicurezza, a preservare i lavoratori dalla lesione del bene alla salute nell’ambiente e in costanza di lavoro anche quando faccia difetto la previsione normativa di una specifica misura preventiva o risultino insufficienti o inadeguate le misure previste dalla normativa speciale” (TAR Genova, Sez. II, 8 gennaio 2013, n. 16 in Foro Amm. Tar 2013, 1, 50; conforme, ex plurimis, Cass. 11 aprile 2007, n. 8710).
 
Tuttavia, la giurisprudenza ha anche precisato che l’art. 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva e che, pertanto, non può desumersi la prescrizione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile e innominata diretta ad evitare qualsiasi danno, con la conseguenza di ritenere la responsabilità del datore di lavoro ogni volta che un danno si sia comunque verificato, occorrendo invece che l’evento sia pur sempre riferibile a sua colpa, per violazione di obblighi di comportamento imposti da norma di fonte legale o suggerita dalla tecnica, ma concretamente individuati.
 
Cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, 12/03/2015,  n. 1282: “L'art. 2087 cod. civ. non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure la nocività dell'ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l'uno e l'altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi”.

 
3. Il D. Lgs. 81/2008
 
Il sistema normativo delineato dal D. Lgs. 81/2008 riafferma definitivamente la necessità, nel campo della sicurezza, di una tutela a tutto campo tenuto conto che:
- i destinatari della tutela sono tutte le forme di lavoro e tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia contrattuale o dal numero di dipendenti, seppure con delle gradazioni di tutela;
- gli obblighi di prevenzione e predisposizione delle relative misure sorgono in ogni caso in cui sia rinvenibile un’organizzazione del lavoro, a prescindere dalla forma giuridica e dalla natura dei soggetti coinvolti;
- oggetto della prevenzione è ogni e qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza;
- gli obblighi relativi all’informazione e alla formazione dei lavoratori costituiscono punto caratterizzante della disciplina.

L’inosservanza delle disposizioni previste dal Decreto è sanzionata sia in sede civile che in sede penale (art. 55). Ciò detto passiamo ad esaminare in sintesi i punti caratterizzanti della normativa in esame.

a. I soggetti della prevenzione: il datore di lavoro
 
Il datore di lavoro è definito (art. 2) come il “soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'assetto dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell'organizzazione stessa o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa”.
 
Si tratta di una nozione volutamente ampia e ispirata a criteri di tutela sostanziale per cui datore di lavoro destinatario delle norme di prevenzione è colui che, posto “al vertice” dell’impresa, abbia i poteri decisionali e di spesa, a prescindere da qualsiasi investitura formale: quello che il legislatore vuole evitare è che chi realmente dirige l’impresa o l’organizzazione del lavoro di cui si tratta venga deresponsabilizzato.
 
Il datore di lavoro può, tuttavia, delegare per iscritto alcune funzioni, nel rispetto di precise condizioni (delega scritta con data certa, possesso da parte del delegato dei necessari requisiti di professionalità ed esperienza, attribuzione di tutti i necessari poteri ed autonomia di spesa, accettazione per iscritto). In caso di delega, il datore di lavoro deve sempre vigilare in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite. Non sono comunque delegabili: (i) la valutazione dei rischi; (ii) la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei rischi.
 
b. I soggetti della prevenzione: il lavoratore
 
b.1 Nell’ottica di universalità della tutela fatta propria dal D. Lgs. 81/2008, l’art. 2, comma 1, lett. a), contiene una definizione di lavoratore, e quindi del soggetto beneficiario delle tutele, molto ampia che prescinde dalla tipologia contrattuale e ricomprende qualunque attività lavorativa a qualsiasi titolo prestata, anche a soli scopi formativi.
 
Infatti, l’art. 2, definisce il lavoratore come la “persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un'attività lavorativa nell'ambito dell'organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un'arte o una professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari”.
 
Nel concetto di lavoratore rientrano dunque anche (i) i lavoratori autonomi, (art. 2222 c.c.), (ii) i lavoratori a progetto (D. Lgs. 276/2003) e i collaboratori coordinati e continuativi “ove la prestazione lavorativa si svolga nei luoghi di lavoro del committente”, (iii) i tirocinanti, (iv) gli apprendisti, (v) i lavoratori somministrati.
 
In particolare, per i lavoratori autonomi, il decreto prevede una tutela ridotta, e cioè l’obbligo di: (i) utilizzare attrezzature di lavoro e dispositivi di protezione individuale conformi alla nuova normativa; (ii) in caso di appalto o subappalto, munirsi di apposita tessera di riconoscimento corredata di fotografia, contenente le proprie generalità. Inoltre, i lavoratori autonomi possono beneficiare della sorveglianza sanitaria e partecipare a corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul lavoro, incentrati sui rischi propri delle attività svolte.
 
Pertanto, in un Ente Ecclesiastico, ad esempio una Parrocchia, il Parroco è da considerarsi “datore di lavoro” laddove operino all’interno della di lui organizzazione persone che possono definirsi, ai sensi della norma appena esaminata, “lavoratori”.
 
b.2 L’art. 3, co. 12 bis del Decreto disciplina, invece, la categoria dei “volontari”. In particolare, la norma disciplina le regole in materia di sicurezza da applicarsi solo per i volontari di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266 (e cioè volontari appartenenti ad una organizzazione di volontariato), per i volontari che effettuano servizio civile, per i soggetti che svolgono attività di volontariato in favore delle associazioni di promozione sociale e delle associazioni sportive dilettantistiche.
 
È da segnalare che, a seguito della modifica del D. Lgs. 151/2015, la norma si applica anche in favore dei soggetti che svolgono attività di volontariato in favore delle associazioni religiose, e cioè gli enti ecclesiastici la cui natura è “associativa”, per esempio l’Azione Cattolica (va segnalato che non hanno natura associativa le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le fondazione di culto, i seminari, le diocesi).
 
Con riferimento a detti soggetti, l’art. 3, comma 12 bis, prevede che venga applicato ai “volontari” l’articolo 21 del decreto, estendendo così ai volontari le tutele previste per i lavoratori autonomi. Inoltre, la norma stabilisce che, laddove i “volontari” svolgano la propria prestazione nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro, questi è tenuto: (i) a fornire loro dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti negli ambienti nei quali sono chiamati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenze; (ii) ad adottare le misure utili a eliminare o, ove ciò non sia possibile, ridurre al minimo i rischi da interferenze.
 
b.3 L’attuale sistema prevenzionistico attribuisce a ciascun lavoratore l’obbligo di prendersi cura della propria sicurezza ed della propria salute (art. 20 del D.Lgs. n. 81/2008): il lavoratore, pertanto, è anche soggetto attivo della propria sicurezza. In particolare, i lavoratori devono: collaborare all’adempimento degli obblighi previsti a tutela della salute e sicurezza; osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro; utilizzare correttamente le attrezzature di lavoro; segnalare le deficienze delle attrezzature e ogni situazione di rischio; partecipare alla formazione e all’addestramento organizzati dal datore di lavoro; sottoporsi ai controlli sanitari.
 
Alla luce di tali obblighi vi è il problema di comprendere se ed in che misura eventuali violazioni degli obblighi di sicurezza poste in essere dagli stessi lavoratori, possano valere ad escludere la responsabilità del datore di lavoro.
 
La Cassazione ha affermato che: ”… se rimane ininfluente il contenuto delle disposizioni impartite dal datore di lavoro quando la condotta antigiuridica e colpevole del lavoratore si sia inserita nella sequenza causale fino ad essere da sola idonea a determinare l’evento stesso, a maggior ragione la responsabilità datoriale rimane esclusa quando il lavoratore tali disposizioni abbia violato, per dolo o anche per colpa, determinando così da sé solo la causazione dell’evento” (Cass. Pen., Sez. IV, 7 novembre 2002, n. 37248).
 
Ed ancora è stato affermato che: “l’infortunio occorso al lavoratore a seguito di condotta imprudente ed arbitraria, eccedente la normale prestazione lavorativa richiesta, determinata da impulsi puramente personali, non costituisce comportamento colpevole del datore di lavoro con violazione dell’art. 2087 c.c.” (Cass. civ. sez. lav., 22 gennaio 2014, n. 1312).
 
In altri casi, pur laddove la condotta colposa del lavoratore non può valere ad escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere riconosciuto il concorso di colpa del lavoratore: “Il comportamento imprudente del lavoratore danneggiato nella dinamica dell’infortunio se, da un lato, non esclude la responsabilità del datore di lavoro, dall’altro, non può però essere causa di esclusivo addebito dell’evento dannoso a quest’ultimo. Infatti, l’affermazione di un concorso colposo del dipendente nella causazione dell’evento incide sulla determinazione del risarcimento da porre a carico dell’azienda” (Cass. civ. sez. lav., 23 aprile 2009, n. 9698).

c. La valutazione dei rischi e la redazione del DVR
 
Uno dei principali obblighi del datore di lavoro consiste nella valutazione di tutti i fattori di rischio presenti sul luogo di lavoro, nella individuazione delle misure adeguate a prevenire e proteggere i lavoratori dai rischi e, sulla base dei risultati dell’attività valutativa, nella redazione del Documento di Valutazione dei Rischi. In particolare, il cd. DVR (art. 18) deve contenere:
 
- relazione sulla valutazione di tutti i rischi presenti durante l’attività lavorativa, nonché indicazione dei criteri adottati per valutarli;
- indicazione delle misure di sicurezza e dei dispositivi di protezione individuali adottati;
- programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza;
- individuazione delle procedure per l’attuazione delle misure da adottare e dei ruoli dell’organizzazione aziendale che debbono provvedervi;
- nominativi del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e del medico competente, se nominato;
- individuazione delle mansioni che espongono i lavoratori a rischi specifici e pertanto richiedono capacità professionale, esperienza, formazione e addestramento adeguati.
 
Il documento viene predisposto dal datore di lavoro in collaborazione con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione rischi e con il medico competente, se presente. I datori di lavoro che occupano sino a 10 lavoratori possono effettuare la valutazione dei rischi sulla base delle procedure standardizzate.
 
Il documento deve avere data certa e deve essere custodito presso l’azienda/ente. Inoltre, la giurisprudenza ritiene che valutazione dei rischi debba essere accurata, esaustiva e programmatica nei tempi e nei modi, tant’è che effettuare un’inadeguata valutazione dei rischi equivale a non effettuarla. Vi è colpa del datore di lavoro, non solo per l’omessa redazione del DVR (documento valutazione rischi), ma anche per il suo mancato, insufficiente o inadeguato aggiornamento oppure per l’omessa valutazione della individuazione degli specifici pericoli a cui i prestatori di lavoro siano sottoposti in relazione alle diverse mansioni.
 
d. Il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione
 
Il datore di lavoro che utilizzi almeno un lavoratore ha l’obbligo di nominare il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione dei Rischi (RSPP) (art. 32). L’incarico può anche assegnato ad un soggetto esterno.
 
I compiti dell’RSPP sono in sintesi i seguenti: (i) individuazione dei fattori di rischio, valutazione dei rischi e individuazione delle misure per la sicurezza e la salubrità degli ambienti di lavoro; (ii) elaborazione delle misure preventive e protettive e i sistemi di controllo di tali misure; (iii) elaborazione delle procedure di sicurezza per le varie attività aziendali; (iv) elaborazione di programmi di informazione e formazione dei lavoratori. Il RSPP deve possedere le capacità e i requisiti professionali prescritti dal decreto (specifici titoli professionali e appositi corsi di formazione).
 
e. Formazione dei lavoratori
 
L’art. 37 prevede l’obbligo del datore di lavoro di provvedere alla formazione dei propri lavoratori: l’obiettivo della formazione è creare un percorso irrinunciabile di aggiornamento costante per la crescita professionale e lavorativa e per la riduzione degli infortuni. Pertanto, tutti i lavoratori, di qualsiasi settore, devono frequentare un corso di formazione: nei casi di “rischio basso” è prevista una formazione di base di 4 ore (con programmi e durata comuni per i diversi settori di attività) e una formazione specifica di ulteriori 4 ore, in relazione al rischio effettivo in azienda.
 
È inoltre obbligatorio un aggiornamento della durata minima di sei ore, svolto in un arco temporale quinquennale a partire dal momento in cui è stato completato il percorso formativo di riferimento. L’attestazione della avvenuta formazione deve essere conservata presso l’ente/azienda, a cura del datore di lavoro.
 
f. Il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza
 
Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, è una delle figure più importanti quando si parla di igiene, salute e sicurezza sul lavoro. È la persona alla quale i lavoratori devono rivolgersi per essere, appunto, rappresentati nei loro diritti ma anche per conoscere a fondo i doveri e quindi essere formati/informati.
 
Il D. Lgs 81/08 lo definisce come “persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro”. Nelle aziende o unità produttive che occupano fino a 15 lavoratori il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è di norma eletto direttamente dai lavoratori al loro interno.
 
g. La Sorveglianza sanitaria e Medico Competente
 
Il medico competente in materia di sicurezza e salute sul lavoro è una figura importante per l’attuazione delle regole in materia di sicurezza. La domanda che spesso ci si pone è se, ai sensi delle disposizioni di cui al Decreto, il datore di lavoro è comunque obbligato a nominare un medico competente o se è tenuto a farlo soltanto nel caso in cui sussiste l’obbligo di sottoporre a sorveglianza sanitaria i propri lavoratori dipendenti.
 
Da un lato l’art. 18 del Decreto prevede l’obbligo del datore di lavoro di nominare il medico competente “per l'effettuazione della sorveglianza sanitaria nei casi previsti dal presente decreto legislativo”, dall’altro, però, l’art. 25, lettera a), assegna al medico competente anche il compito di collaborare con il datore di lavoro alla valutazione dei rischi (“collabora con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione alla valutazione dei rischi, anche ai fini della programmazione, ove necessario, della sorveglianza sanitaria, alla predisposizione dell’attuazione delle misure per la tutela della salute e della integrità psico-fisica dei lavoratori, all’attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori, per la parte di competenza, e alla organizzazione del servizio di primo soccorso considerando i particolari tipi di lavorazione ed esposizione e le peculiari modalità organizzative del lavoro. Collabora inoltre all’attuazione e valorizzazione di programmi volontari di ‘promozione della salute’, secondo i principi della responsabilità sociale”).
 
Pertanto, è da segnalare che parte della dottrina ha ritenuto, in forza di una lettura combinata delle disposizioni del Decreto, sussistente la necessità di nominare il Medico, anche laddove non vi sia l’obbligo di sorveglianza sanitaria, affinché quest’ultimo partecipi alla valutazione dei rischi per quanto di propria competenza, suggerisca al datore di lavoro le misure da attuare in azienda per tutelare la salute e la integrità psico-fisica dei lavoratori secondo le modalità stabilite dalle norme vigenti in materia di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, nonché collabori nella redazione del documento di valutazione dei rischi e ciò a prescindere dall’obbligo di compiere la sorveglianza sanitaria.
 
h. Addetti alla gestione delle emergenze (primo soccorso e antincendio)
 
È preciso dovere del datore di lavoro, sulla base del combinato disposto dell’art. 18, comma 1, lett. b) del D. Lgs 81/08 con gli artt. da 43 a 46 del D.  Lgs 81/08, occuparsi delle designazioni, e relativa formazione, degli addetti alla gestione delle emergenze, di primo soccorso e lotta antincendio. Queste figure devono svolgere un ruolo di “attesa attiva” delle strutture esterne preposte al pronto intervento e soccorso.
 
i. Le sanzioni
 
Il decreto ha ampliato e inasprito le sanzioni previste per il mancato rispetto delle prescrizioni in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. In particolare, l’art. 55 del D. Lgs. 81/2008 stabilisce che siano da ascrivere al solo datore di lavoro l’omessa valutazione dei rischi o la valutazione incompleta, nonché l’omessa nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei rischi.
 
Il regime sanzionatorio è attenuato – sanzione pecuniaria – se la valutazione dei rischi presenta profili di incompletezza di minor rilievo oppure in caso di omesso aggiornamento della valutazione. Il datore di lavoro risponde anche per tutta una serie di violazioni in regime di pena alternativa (arresto o ammenda) e nei casi più gravi di sola pena detentiva.

 
4. In conclusione
 
a. In considerazione di quanto sopra si osserva che negli Enti ecclesiastici, e così anche nelle Parrocchie, laddove vi sia anche solo un “dipendente” - così come definito dall’art. 2 del Decreto - il legale rappresentante (ad esempio, il Parroco) diventa “datore di lavoro”.
 
Pertanto, è necessario che vengano attuate le previsioni di cui al Decreto in esame nei termini e limiti sopra analizzati. E così, in particolare: dovrà essere redatto il DVR, nominato l’RSPP, nominato il Medico (se ricorrono i requisiti), designati i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di primo soccorso e prevenzione incendi (che devono ricevere un’adeguata e specifica formazione), formati i lavoratori, attuate le misure di prevenzione e protezione, adeguate le strutture e i locali.
 
b. Quanto, poi, al delicato tema dei volontari (si pensi, in una parrocchia, a chi si occupa della catechesi, della manutenzione, delle pulizie, agli animatori, a colui che si occupa della cura della chiesa, ecc. …), si ritiene che l’art. 3, comma 12 bis del Decreto non sia una norma suscettibile di applicazione analogica e che, quindi, si applichi solo ed esclusivamente alle categorie di “volontari” in essa previste; e così, in particolare – e per quanto qui rileva – ai volontari appartenenti ad organizzazioni di volontariato e, a partire dal 2015, ai soggetti che operano nelle associazioni religiose (intese in senso tecnico).
 
Pertanto, per i volontari che operano in Enti Ecclesiastici non a base associativa – come, ad esempio, le parrocchie o gli Istituti di vita consacrata – vi sono buone ragioni per ritenere che non siano inclusi tra quelli cui si deve applicare la normativa in materia di sicurezza.
 
Ciò detto è comunque necessario che (i) i volontari vengano dotati di strumenti conformi alla legge e idonei al lavoro da svolgere ed informati sui rischi specifici esistenti negli ambienti nei quali sono chiamati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenze; (ii) il “datore di lavoro” adotti misure utili a eliminare o, ove ciò non sia possibile, ridurre al minimo i rischi da interferenze laddove l’Ente Ecclesiastico abbia propri dipendenti.
 
c. È opportuno, tuttavia, segnalare che la giurisprudenza penale pronunciatasi in casi di infortuni occorsi in Parrocchie – assimilando al concetto di lavoratore di cui all’art. 2 del Decreto anche coloro che svolgono un’attività occasionale o a titolo di cortesia in un ambiente che possa definirsi “di lavoro” (Cass. Pen., Sez. IV, 6 marzo 2009, n. 10923, che ha affermato la responsabilità di un committente che aveva chiesto a un conoscente di effettuare il trasporto di materiali in un cantiere edile) - ha condannato il Parroco per omessa osservanza delle regole in materia di sicurezza. In particolare:
 
- Tribunale Rieti, 15/06/2015: È colpevole del reato di omicidio colposo, in quanto responsabile dell'osservanza delle condizioni di sicurezza nel luogo di lavoro, il parroco della chiesa che abbia affidato, ancorché a titolo di cortesia, lo svolgimento di un'attività lavorativa comportante, per le sue modalità, evidenti rischi per la sicurezza, a un soggetto sprovvisto delle capacità professionali per eseguire l'intervento, rimasto poi vittima dell'infortunio mortale.
 
- Cassazione penale, 6/01/2008, n. 7730: Inoltre l'approntamento di misure di sicurezza e quindi il rispetto delle norme antinfortunistiche esula dalla sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, essendo stata riconosciuta la tutela anche in fattispecie di lavoro prestato per amicizia, per riconoscenza o comunque in situazione diversa dalla prestazione del lavoratore subordinato, purché detta prestazione sia stata effettuata in un ambiente che possa definirsi "di lavoro".

Tenuto conto del lavoro pericoloso che si doveva svolgere nell'oratorio con strumenti messi a disposizione dal parroco e per un'attività che riguardava la parrocchia, anche se per favorire i parrocchiani (ma questa finalità è tipica dell'attività del parroco) d.T. aveva assunto una posizione di garanzia nei confronti di chi prestava volontariamente il proprio lavoro e per questa ragione era tenuto a rispettare le norme antinfortunistiche che richiedevano - tra l'altro - l'uso di un trabattello idoneo ed il controllo che lo stesso venisse adoperato in n modo conforme alle norme prudenziali.

 
Avv. Antonella Lo Sinno
(
antonella.losinno@daverioflorio.com)
 
 
In caso di citazioni dal presente testo si prega di indicarne la fonte. 
 
 
Salva Segnala Stampa Esci Home