Nello spazio dell’ascolto, si compie il miracolo dell’avvento divino: Dio parla! La Parola - fatta di eventi e parole intimamente connessi - è “ri-velazione”, uno svelarsi, che vela, un ostendersi nel ritrarsi, che attira. Nelle parole si dice e si tace la divina Parola! A questa dialettica di apertura e di nascondimento rinvia lo stesso termine “re-velatio” (analogo al greco “apokàlypsis”) in cui il prefisso “re-” (come in greco l’“apo”) ha tanto il senso della ripetizione dell’identico, quanto quello del passaggio alla condizione opposta: la rivelazione del Dio che viene toglie il velo che cela, ma è anche un più forte nascondere, è comunicazione di sé, che inseparabilmente si offre come un nuovamente “velare”10.
 
La Parola eterna entra nelle parole del tempo: sullo sfondo del Silenzio divino, il Verbo si offre come la luce che viene nelle tenebre, la rivelazione dell’amore attuata nella “consegna” di sé sino alla fine, il Figlio che ci rende figli nel cuore del Padre. Il dono della Parola raggiunge così il suo vertice nella “kenosi” del Verbo, nell’evento della Parola abbandonata, che morendo ci dona la vita e consegnandosi prepara la via alla consegna dello Spirito per ogni carne.

Questa struttura trinitaria della rivelazione è stata a lungo obliata nella meditazione dell’Occidente: specialmente nel tempo della modernità, segnato dalle pretese del razionalismo più audace, l’autocomunicazione divina è stata per lo più concepita nella logica della manifestazione totale, di quel puro e semplice venire all’aperto del nascosto, reso dal termine, che traduce in tedesco revelatio: Offenbarung (etimologicamente: “gestazione e apertura dell’aperto”)11.
 
Così, l’avvento di Dio ha potuto essere pensato come esibizione senza riserve: dicendosi, il Mistero assoluto si sarebbe consegnato alla presa del mondo; l’ingresso dell’Eterno nel tempo avrebbe fatto della storia il “curriculum vitae Dei”, il pellegrinaggio della vita di Dio per divenire se stesso. Ma da principio non fu così: rivelandosi, l’Eterno non soltanto si è detto, ma si è anche più altamente taciuto. Dio rivelato e nascosto, “absconditus in revelatione - revelatus in absconditate”, il Dio dell’avvento è il Dio della promessa, dell’esodo e del Regno.
 
Perciò, la Sua rivelazione non è visione totale, ma Verbo che viene dal Silenzio e ad esso apre. “Inscritta” nel Silenzio, la Parola ne è mediazione, rimando alle profondità silenziose, che costituiscono la provenienza della sua venuta, nel tempo e nell’eternità: ecco perché accoglie veramente la Parola solo chi ascolta il Silenzio, chi nel Verbo aderisce al Padre, di cui il Figlio è rivelazione. “Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,44).
 
È per questo che l’accoglienza della Parola è dinamismo, che deve continuamente trascendersi: se essa è ascolto del Silenzio, da cui la Parola procede, in cui riposa e a cui rinvia, l’insondabile profondità di questo divino Silenzio motiva l’inesauribile ricerca che attraverso il Verbo tende ad andare al di là del Verbo, in un incontro sempre nuovo con il divino Altro.
 
Veramente allora obbedisce alla Parola chi “trasgredisce” la Parola (“trans-gredi” come “passar oltre”), chi non si ferma alla lettera, ma, ruminandola, scava in essa per accedere ai sentieri del Silenzio: “Il Padre pronunciò una Parola, che fu suo Figlio, e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall’anima”12.
 
È su questa via che lo Spirito guida i credenti alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13), attualizzando la memoria del Cristo ed insegnando ogni cosa: è come se l’amore “estatico” di Dio, per il quale Egli esce dal silenzio e si comunica nella Parola della creazione e della redenzione, susciti un amore di risposta, parimenti “estatico”, bisognoso di uscire dal chiuso del proprio mondo, per immergersi attraverso la Parola nei sentieri senza fine del Silenzio, cui fedelmente conduce l’evento di rivelazione.
 
All’esodo da sé del divino Silenzio viene a corrispondere nell’asimmetria del rapporto che c’è fra la creatura e il Creatore - l’esodo da sé del silenzio degli esseri, la loro apertura al Mistero che si offre attraverso la Parola e in essa, lo stupore e la meraviglia dell’adorazione del Dio rivelato nel nascondimento e nascosto nella rivelazione.
 
 
Bruno Forte
 
(articolo tratto da www.cattolicanews.it)
 
 
 
 
10 Per un inquadramento organico delle riflessioni qui proposte ed un maggiore approfondimento rinvio al volume settimo della Simbolica Ecclesiale: Teologia della storia. Saggio sulla rivelazione, l’inizio e il compimento, San Paolo, Milano 1991, specie la Parte Prima, 36ss. Cf. pure B. Forte, In ascolto dell’Altro. Filosofia e rivelazione, Morcelliana, Brescia 1995.
11 Da “offen”, aperto, e “bären”, che nel tedesco medievale esprime il “portare in grembo”, l’ “esser gravido”.
12 S. Giovanni della Croce, Sentenze. Spunti d’amore, n. 21, in Opere, O. C. D., Roma 1967, 1095.

 

 
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