Oggi [5/06/2017] ricorre il 50° anniversario dell’inizio della Guerra dei sei giorni, momento chiave del conflitto tra Israele e Palestina, che ha lasciato in eredità ferite profonde in tutto il Medio Oriente. Anche per questo, almeno per un giorno, abbondano le analisi su una realtà come quella di Gerusalemme che invece, per molti versi, è una grande dimenticata nel mondo di oggi.
 
Anche per questo motivo, più che analisi e rievocazioni, oggi preferiamo proporre una storia avvenuta proprio in queste ore in Terra Santa. Una delle tante storie che raccontano il volto meno esplorato, quello di un’umanità che è più forte dell’odio e delle ideologie e sa indicare anche nei conflitti più intricati l’unica strada percorribile per la pace.
 
Tra l’altro, manco a farlo apposta, si tratta di una storia che ha per protagonista una famiglia palestinese di Hebron, il luogo della tomba di Abramo – patriarca comune per ebrei e musulmani – ma anche uno tra i luoghi dove oggi il conflitto è più duro. Venerdì capita, dunque, che sulla strada 60, la storica arteria che attraversa i Territori della Cisgiordania, un auto con a bordo una coppia di palestinesi con un figlio piccolo vada a schiantarsi contro un autobus. Il padre muore sul colpo, la madre è gravemente ferita, il piccolino è miracolosamente ferito solo lievemente.
 
Madre e figlio vengono trasportati d’urgenza all’ospedale di Hadassah, il grande ospedale (israeliano) di Gerusalemme, come è normale in questi casi. C’è però un grosso problema: la madre ha perso conoscenza per il trauma cranico e il figlio, non ancora svezzato, non vuole proprio saperne di prendere il latte artificiale.
 
Così quando l’infermiera Ula Ostrowski-Zak, ebrea israeliana, arriva a prendere servizio per il suo turno nel reparto di emergenza della pediatria, apprende che c’è urgentemente da cercare una donna che allatti il bambino palestinese che da sette ore ormai non riesce a mangiare. Ed è in quel momento che l’infermiera Ula – anche lei mamma – non ci pensa su due volte: decide che sarà direttamente lei ad allattare quel bambino.
 
«Gli ho dato il latte cinque volte – ha raccontato al quotidiano israeliano Yedioth Ahronot -. Le zie del piccolo mi hanno abbracciata e ringraziata. Non avrebbero mai creduto che una donna ebrea avrebbe accettato di allattare un bambino palestinese che non conosceva». Non solo. Una volta finito il turno di Ula il problema dell’allattamento restava. Così l’infermiera si è data da fare per risolverlo: ha pubblicato un post sulla pagina Facebook della sezione israeliana di La Leche League, l’organizzazione che promuove l’allattamento al seno. Ed è stata travolta dalle risposte di donne israeliane che offrivano la loro disponibilità.
 
Mi permetto di sottolineare un dettaglio che potrebbe sfuggire: facendo i conti sugli orari ci si accorge che tutta questa storia è avvenuta a Gerusalemme durante lo shabbat. Una donna, dunque, ha vissuto questo giorno che per l’ebreo è ben più di un semplice riposo nutrendo un piccolo palestinese. Per di più quello appena trascorso era lo shabbat giunto subito dopo la celebrazione di Shavuot, la Festa ebraica delle Settimane (sette settimane dopo Pesach), che nella cultura biblica è la festa delle primizie («Celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto» recita Deuteronomio 16,10).
 
Non sappiamo se l’infermiera Ula sia una donna religiosa; ma è comunque bello leggere a partire da questo riferimento biblico il suo gesto di generosità. E considerarlo anche una primizia di quella pace di cui tanto la Terra Santa resta assetata. «Troppa poesia, il conflitto è ben altro», dirà qualcuno. A torto. Sono tanti anni che frequento Israele e la Palestina e non finisco mai di sorprendermi dell’abbondanza di questi gesti di umanità, più forti di ogni barriera. Da una parte come dall’altra della barricata. Sono le storie delle persone semplici che – anche nella durezza del conflitto – continuano a nutrire la pace; e a indicare a tutti la strada.
 

Giorgio Bernardelli
  
(Articolo tratto da www.mondoemissione.it)
  

 
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