Lalibela, la città santa dell'Etiopia, sorge a 2500 metri sull'altipiano etiopico, dista 642 chilometri da Addis Abeba, 279 da Macallè e 241 da Dessie, la capitale della regione del Wollo. Un tempo fiorente e popolata capitale di una dinastia medioevale, oggi Lalibela è poco più di un villaggio. La si può difficilmente intravedere contro un orizzonte dominato dalle cime del monte Abune Ysef, alte 4200 metri.
 
Grazie alla sua posizione mimetica - in lontananza le abitazioni sembrano grandi sassi addossati uno accanto all'altro - circa 800 anni fa, al riparo da occhi indiscreti e mani predatrici di ospiti indesiderati, un nobile Re e gli uomini del Medioevo etiopico, cristiani asserragliati sull'altipiano inespugnabile, circondato da popoli musulmani, realizzarono l'ottava meraviglia del mondo: 11 chiese rupestri costruite "al rovescio", cioè non all'aria aperta, puntate verso il cielo, ma intagliate interamente in profondità nel tufo vulcanico rosato e collegate tra loro tramite un intreccio sotterraneo di corridoi, grotte e cunicoli.

La creazione di questo capolavoro si deve al mitico Re Lalibela. Fino ad otto secoli fa questo villaggio del Wollo, oggi chiamato appunto Lalibela, era conosciuto come Roha, la capitale rurale del regno degli Zagwe, dinastia che governava i popoli di origine cuscita, gli eredi dell'impero di Axum (uno dei più antichi regni africani, leggendario dominio della regina di Saba), che si convertirono al cristianesimo dopo il 300. Nella seconda metà del XII secolo, a Roha, nella casa reale nacque un bambino.

La leggenda narra che, un giorno, la madre lo trovò disteso felicemente nella culla, circondato da uno sciame di api. Rievocando un'antica credenza etiope, secondo la quale gli animali preannunciano l'avvento di personaggi importanti, a quella visione la madre gridò: "Le api sanno che questo bambino diventerà Re". Perciò chiamò suo figlio Lalibela, che significa "le api riconoscono la sua sovranità".

Il fratello maggiore di Lalibela, Harbay, erede al trono, fu contrariato da questa notizia e nutrì un forte sentimento di gelosia. Col passare degli anni cominciò a temere per la sicurezza del suo trono e decise di eliminare il rivale somministrandogli del veleno che gettò il giovane principe in un letargo mortale. Durante i tre giorni di incoscienza, Lalibela fu trasportato dagli angeli in paradiso, dove Dio gli ordinò di ritornare a Roha e costruire chiese in suo onore. Dio stesso gli indicò come disegnare quelle chiese, dove edificarle e come decorarle.

Dopo il ritorno di Lalibela fra i mortali, il fratello maggiore gli chiese perdono e abdicò in suo favore. Il giovane Re riunì muratori, falegnami e attrezzature; stabilì i salari e acquistò il terreno necessario per le costruzioni. Le chiese furono terminate con sorprendente rapidità perché di giorno lavoravano gli operai e di notte gli angeli. Lasciando la leggenda e sfogliando ciò che resta delle cronache medioevali di questo Paese del Corno d'Africa, troviamo un'annotazione che riporta l'arrivo di oltre 500 operai, provenienti da Alessandria d'Egitto, alla corte di Lalibela, per costruire, o meglio scavare 11 chiese rupestri, i più grandi monumenti monolitici di tutta l'Africa.

Gli architetti del cristianesimo copto costruirono la loro "Città Santa" fra i canyon e le montagne dell'Etiopia. Scolpirono e svuotarono montagne, traforarono colline, intagliarono tunnel e passaggi sotterranei, innalzarono una città invisibile e cattedrali di roccia che sorgevano direttamente dal macigno e le allacciarono ad un groviglio di gallerie. Separarono, come fosse una conchiglia, i versanti di una montagna e chiamarono Giordano il piccolo corso d'acqua che scorre nella valle.

Tutte le chiese vennero lavorate sia all'esterno: porte, finestre e fregi, sia all'interno: sale, archi, colonne, secondo uno stile che mostra chiare influenze axsumite. Diverse chiese hanno il tetto a livello del terreno e alcune sono affrescate. Quattro chiese sorgono direttamente dalla roccia, saldate alla montagna dal pavimento, massi immensi scolpiti e svuotati. Una chiesa, Bet Abba Libanos, è allacciata alla roccia solo dal soffitto, altre due sono fuse con le colline da una o più pareti.
 
Si narra che, quando il Re Lalibela ebbe quasi terminato la costruzione delle chiese, fu severamente rimproverato da San Giorgio, che gli si presentò completo di armatura sul suo cavallo bianco, per non averne costruita una dedicata a lui. Immediatamente Lalibela promise al santo che avrebbe scavato la più bella chiesa per lui. Sempre secondo la leggenda, San Giorgio sorvegliò l'esecuzione dei lavori di persona, come dimostrerebbe l'impronta dello zoccolo del suo cavallo ben impressa nello scivolo-tunnel che conduce alla chiesa e che i monaci, ancora oggi, mostrano ai visitatori.

Isolata dalle altre, la bellissima chiesa Bet Giorgis (San Giorgio), forse la più elegante di tutte le costruzioni di Lalibela, si trova in un profondo affossamento, le sue pareti sono perpendicolari e formano un perfetto monolite a forma di croce greca incassato per 13 metri nella roccia e collegato all'esterno da un lungo tunnel. Solitaria, distante dai due complessi di basiliche rupestri, ai confini del villaggio di Lalibela, è invisibile fino a quando non si arriva ad un passo dalla voragine che la nasconde.

L'unica chiesa affrescata è quella di Bet Maryam (casa di Maria) dedicata alla Madonna. È la più amata, non solo dai sacerdoti di Lalibela, ma anche dalla moltitudine di pellegrini che si riversa sul sagrato nei giorni di festa. Anche il Re Lalibela preferiva questa chiesa alle altre e vi faceva celebrare la messa quotidiana. Sulla parete orientale del sagrato, di fronte all'entrata principale, è ancora visibile un palco della famiglia reale di Lalibela.

Dalla chiesa di Bet Maryam una galleria conduce alla grotta della Trinità, luogo sacro e inaccessibile, dove sono custoditi i resti mortali del Re-fondatore della città rupestre; accanto a lui ci sarebbe la tomba vuota di Cristo, ma è impossibile saperne di più, i monaci-guardiani ne sbarrano l'accesso. Per l'Unesco le chiese rupestri di Lalibela sono "Patrimonio dell'umanità", per gli Ortodossi costituiscono meta di pellegrinaggi e luoghi di preghiera; per la gente del posto sono opera degli angeli; per i turisti sono una meta da non perdere perché mostrano un paesaggio insolito che racchiude nelle chiese monolitiche storia, leggenda, splendori di regni ormai scomparsi e la genialità dei cristiani copti, che hanno saputo scolpire la propria fede nella roccia.

 
Maria Luisa Casiraghi
 
(articolo tratto da www.sangiovannibattistajesi.org) 
 
 
 
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