In Evoluzione e creazione. Una relazione da ritrovare, a cura di Simone Morandini, alcuni studiosi si interrogano su come la teologia debba mettersi in dialogo con le sfide della contemporaneità poste dalla biologia evoluzionista, sviluppatasi dalla ricerca di Charles Darwin. In gioco sono questioni di grande spessore antropologico, ma anche la stessa immagine del mondo che abitiamo e la possibilità di abitarlo nella luce della fede. Biologia, filosofia, etica, teologia sono solo le principali aree di analisi per disegnare un quadro ricco e complesso, denso di prospettive per la riflessione.  
 
Dal capitolo "Teologia ed evoluzione: una storia travagliata":
 
Poco più di centocinquant’anni sono passati dalla pubblicazione de L’origine delle specie da parte di Charles Darwin e sempre più si dispiega nel campo della ricerca scientifica, ma anche nel sentire comune la portata e l’ampiezza dei mutamenti concettuali che essa ha introdotto nella cultura occidentale. La rivoluzione darwiniana, infatti, ci ha portato una comprensione del reale strutturalmente dinamica, collocata su un tempo profondo, quasi incommensurabile con quello della storia umana, offrendoci, però, contemporaneamente una visione unitaria del mondo della vita, che colloca in esso anche la stessa specie umana.
 
La ricca relazione di Alessandro Minelli che apre questo volume offre la possibilità di misurare la dimensione scientifica della novità darwiniana, così come i nuovi scenari che a partire da essa (e in parte al di là di essa) sono giunti a dispiegarsi in un secolo e mezzo. Non c’è dubbio, però, anche che ci troviamo di fronte a una di quelle traiettorie scientifiche che al di là del loro valore conoscitivo intrinseco hanno contribuito e contribuiscono a plasmare in modo forte il nostro immaginario culturale.
 
Non a caso, il doppio centenario celebrato nel 2009 (200 anni dalla nascita del naturalista inglese, 150 dalla pubblicazione della sua opera chiave) è stato anche l’occasione per misurare l’ampiezza e la profondità di tali effetti. Lo stesso centenario, però, è stato pure l’occasione per ravvivare il dibattito con polemiche, talvolta anche feroci sul rapporto tra la complessa eredità di Darwin e la fede (non solo quella cristiana). L’intervento di Paolo Costa presente in questo volume ne documenta alcuni momenti, disegnando peraltro anche scenari significativi per il loro superamento.
 
Si ha, in effetti, l’impressione che la feconda e articolata riflessione (scientifica, teologica, anche filosofica) che si è svolta in questi anni ci permetta di fare qualche passo in più: al di là dell’insistita - fin troppo - interrogazione sulla compatibilità o meno tra i differenti discorsi, possiamo oggi attivare più serenamente un altro tipo di interazione. Possiamo cioè chiederci come promuovere una relazione feconda tra universi concettuali, nella quale possa vivere un dialogo fruttuoso per i diversi soggetti coinvolti, pur in una rigorosa attenzione per le specificità metodologiche.
 
È su tale interrogativo che si sofferma anche il contributo di J. Arnould – così ricco nella sua creatività; è in tale direzione che guardava, del resto, anche papa Francesco al n. 242 di Evangelii gaudium, quando osservava che: «Anche il dialogo tra scienza e fede è parte dell’azione evangelizzatrice che favorisce la pace». Per la teologia, in particolare, la sfida è quella di comprendere come dire Dio – e alla sua luce l’umano e il mondo – nel quadro disegnato da una comprensione evolutiva del reale.
 
Come pensare in tale orizzonte la ricchezza della fede in colui che crea ogni cosa nel suo Verbo e nello Spirito rinnova ogni giorno la faccia della terra? Come leggere la Scrittura e attraverso quali mediazioni concettuali valorizzarne il messaggio? Come esprimere – in un tempo e in un quadro culturale così lontani dal contesto in cui esso è nato – l’Evangelo di Gesù Cristo? Come far sì, d’altra parte, che la comprensione dinamica del nostro essere che riceviamo in dono da Darwin sia un fattore di arricchimento dell’annuncio? Come valorizzare tale apporto di comprensione del reale anche per il nostro modo di abitarlo – per l’etica, per la ricerca di ciò che è giusto, per la vita sociale (ricordando tra l’altro che Darwin non era affatto un «darwinista sociale»)?
 
Gaudium et spes, di cui il 2015 ha celebrato i cinquant’anni, ci invita a declinare tale relazione in forme il più possibile creative, riconoscendo e valorizzando il mutuo scambio (n. 40) – fatto di dare e di ricevere, di comunicazione e di recezione, di doni reciprocamente consegnati – che si realizza tra chiesa e mondo, tra teologia e saperi del tempo. Questo stile di reciproca attenzione tra saperi diversi è, del resto, una caratteristica che Padova e le sue facoltà coltivano come parte della loro vocazione; penso a monsignor Luigi Sartori e a ciò che egli ha insegnato alla teologia italiana sull’amore quale principio ermeneutico nel dialogo tra culture e tra saperi.
 
Questo è ciò che si è cercato di fare anche nel Convegno Evoluzione e creazione: ritrovare una relazione, tenutosi presso la sede padovana della Facoltà Teologica del Triveneto il 13 maggio 2014, da cui provengono in gran parte i materiali presenti in questo volume. Già abbiamo in parte accennato alla varietà di voci che lo caratterizzano, dalla biologia, resa presente da Alessandro Minelli, al contributo teologico di Jacques Arnould, a quello filosofico di Paolo Costa: le tre voci che costituiscono la sezione Orizzonti.
 
Alcune focalizzazioni più specifiche nelle Esplorazioni della sezione successiva: dagli interrogativi posti alla teologia dall’istanza di autonomia delle scienze (incluse quelle dell’evoluzione) su cui riflette Leonardo Paris, alle prospettive per una rilettura feconda della nozione di anima disegnate da Simone Morandini. Sul versante etico, d’altra parte, il saggio di Giuseppe Quaranta esplora le possibilità per una positiva interazione della teologia morale con la biologia evolutiva, mentre Francesca Marin discute alcune importanti questioni che interpellano la bioetica sul tema della disabilità. Le note di bilancio di Piero Benvenuti consentono, poi, di cogliere alcune prospettive di dialogo dal punto di vista di chi abita il mondo delle scienze fisiche.

Esse offrono una buona partenza per l’ultima sezione, Aperture, che si colloca in un orizzonte anche più vasto di quello del Convegno, interrogandosi sul cosmo in cui avviene l’evoluzione stessa, sulla sua intelligibilità, sul suo futuro, a esplorare il rapporto tra l’indagine cosmologica e lo sguardo rivolto al Padre che è nel cielo. Una pluralità di prospettive che evidenzia, tra l’altro, la forte rilevanza pastorale – e persino spirituale – delle questioni affrontate: è in gioco la possibilità di abitare il mondo (il mondo descritto dalle scienze naturali) come creazione, in un vissuto interpretante che lo accoglie e lo trasfigura. Dall’interazione tra i diversi contributi emergono possibilità importanti per arricchire la profondità di campo del pensiero teologico, nel suo sforzo di pensare la vita, l’origine, la fede, il futuro.
 
Esso viene, infatti, invitato a esprimersi in una fedeltà alla tradizione, che sia anche capacità di declinarsi in forme sempre nuove in scenari mutevoli, che evolvono e parlano di evoluzione. Un pensiero, dunque, senza una solida rete, senza cioè la rassicurante pretesa di individuare una volta per tutte fondamenti previ dimostrabili in modo inconcusso; un pensiero capace piuttosto di ricostruire sempre e di nuovo – a partire dall’esperienza credente – percorsi di riflessione che non esorcizzano la contingenza della vita, ma insegnano a viverla in modo sapiente e competente, «alla luce dell’Evangelo e dell’esperienza umana» (GS 46).
 
Un pensiero che sappia dirsi quindi come interpellazione per esseri umani finiti, situati, collocati nel mondo della vita e all’interno della sua evoluzione, eppure singolari, irriducibili a letture riduzioniste. Un pensiero che sappia esprimere uno sguardo ampio, cattolico, su misura di un tempo globale; capace di pensare la famiglia umana nella sua comunità di origine e di destino, ma anche in un’interazione dinamica, critica e competente con i saperi del tempo. Un pensiero, soprat-tutto, capace di dire della santità di Dio – Altro rispetto al mondo – ma di farlo in quel linguaggio trinitario che narra di un Figlio incarnato nel mondo della vita, di uno Spirito che è presenza vivificante per ogni creatura.
 
Si tratta, insomma, di ritrovare la capacità di abitare nella luce della fede questo complesso tempo di cambiamento, in forme fiduciose e critiche, in grado di praticare un attento discernimento pastorale, culturale, etico. Di ritrovare uno sguardo sapienziale, trasversale ai saperi, ricco di speranza per il futuro della creazione (sto pensando a J. Moltmann, più ancora che a P. Teilhard de Chardin), ma anche responsabile, capace di cura, per utilizzare una parola così cara a papa Francesco.
 
Davvero è necessario apprendere a vivere così la pratica teologica, comprendendola come forma di vita che pensa il tempo, la storia e la creazione nella luce grande di Colui che tutto crea e redime. Così sarà possibile trasformare anche le situazioni più tensionali, che talvolta si presentano – ad esempio da parte delle scienze della natura –, in spazi in cui può dispiegarsi il Buon annuncio della novità cristiana. Nel prosieguo di questo contributo indicheremo alcune direzioni che possono sostenere la riflessione in tale senso.

 

 
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