I testi raccolti da Damiano Migliorini in Lettere di un giovane, ai giovani. La fede nell'età delle domande tra fascino e follia sono stati scritti in gioventù, nell’arco di una dozzina d’anni. Rivolte ad amiche e amici – con lo spirito indocile, esigente, idealista e dubitante di un giovane cristiano in formazione – affrontano i temi più vari: l’amicizia, l’amore, il corpo e la vanità, la sessualità e il matrimonio, lo studio, il viaggio, il male e il limite, la morte e la malattia, il perdono, l’Europa, l’ambiente, l’impegno sociale, la nonviolenza, lo sport, la vocazione, la ricerca della verità e altri nodi ‘teologici’ più specifici.

Senza sistematicità: nate occasionalmente, sono lettere in cui i contenuti si modellano alle circostanze e ai destinatari, trasudando l’inquietudine degli anni in cui l’autore si trovava immerso. I temi sono guardati con la tensione spirituale di una religione ereditata, ma che si cerca di far convivere con la cultura postmoderna assorbita, la propria personalità, le convinzioni laiche, le contraddizioni vissute e mai negate: senza giungere a una composizione definitiva. Al lettore è proposta l’avventura di esplorare dei paesaggi nei quali tracciare i propri sentieri.
 
Le domande di senso e le questioni di fede sono i temi in filigrana di questa raccolta di scritti – e qualche poesia e racconto – sospesi tra fascino e follia. Il fascino della persona di Cristo e la follia di essere cristiani e umani. I due poli attorno a cui ruotano le riflessioni, per vivere la fede in modo dinamico, appassionato, dialogante e, perché no, giovanile. Una fede intrisa d’interrogativi e turbamento. Un testo pensato per essere trasmesso da amici ad amici – qualora i primi trovino tra le sue righe qualcosa da comunicare ai secondi – con un occhio rivolto alle attività formative per giovani, alle quali il libro vuole fornire un possibile, umile, strumento in più.  
 
Dall'introduzione:
 
Perché raccogliere in un libro delle lettere scritte negli anni della gioventù? Per un insieme d’intenzioni, di circostanze, di riflessioni. È un libro che nasce per caso, in una notte di malinconia, quando mi sono trovato a rovistare tra vecchi documenti, ancora salvati nel mio computer. Mi sono imbattuto nella cartella dove serbavo gelosamente tutte queste lettere e mi sono sorpreso scoprendole ancora molto vive. Non so come sorgano certe domande, ma un po’ sonnecchiando, coricandomi, mi sono chiesto se potessero dire qualcosa a qualcuno che non fosse il destinatario originale.
 
Poi è passata la notte, nella quale questa domanda sfumata ha preso i contorni di una vera e propria idea. E così, qualche tempo dopo, le ho fatte leggere a una persona a me vicina, che mi ha risposto senza mezzi termini: “pubblicale!”. A suo modo di vedere, nella semplicità di una scrittura giovanile, molte persone avrebbero ritrovato i loro interrogativi e, forse, qualche prospettiva per continuare a camminare nella propria fede. Non sono certo che il giudizio di questa persona sia oggettivo – lo valuteranno i miei futuri lettori – e, tuttavia, la vita è fatta di piccole follie, come spesso mi sono trovato a dire in queste lettere.

Ho deciso quindi di pubblicarle, nella speranza che quella persona avesse ragione; di una cosa sono certo, del resto: è condividendo dubbi e speranze, cadute e traguardi, pensieri e esperienze, che le persone possono crescere e aiutare a crescere. È ciò che mi ha insegnato l’inviare e il ricevere delle lettere. Pur essendo scritte da un giovane, dunque, forse queste lettere possono comunicare qualcosa a qualcuno. Magari proprio a un giovane, per sentirsi meno solo nei suoi dubbi e nelle sue difficoltà; oppure a un adulto, per tornare alle radici delle sue scelte e per capire i giovani che si trova ad educare.

Sono comunque stato indeciso fino all’ultimo sull’opportunità o meno di pubblicare questi testi. L’esposizione di una parte della propria vita personale non viene mai fatta a cuor leggero. Ci sono però, a volte, degli eventi che ci spingono a decidere: la proposta di PM Edizioni, giunta inaspettata, è stato uno di questi; probabilmente, senza di essa, queste lettere sarebbero rimaste nel cassetto, e con il passare degli anni, rinsavito, avrei scelto di non pubblicarle. Certi slanci, certe scommesse, certe pazzie, sono tipici della gioventù. 
 
Forse questo libriccino è uno di questi. Devo quindi ringraziare PM Edizioni per essere stata quella piccola “spinta”, che mi ha messo definitivamente in moto e che permette a questo testo di essere, allo stesso tempo, pubblico e intimo. L’idea vaga di una notte, sommata a una proposta concreta, è diventata realtà. Eccoci qui, dunque, con questo libricino tra le mani. Come potrei introdurlo? Le lettere raccolte sono rivolte a destinatari giovani e non-più-giovani, anche se questi ultimi lo sono solo dal punto di vista anagrafico.
 
Sono persone che ho sentito essere più giovani di molte altre, per la loro intraprendenza, elasticità mentale, freschezza, gioia di vivere. Mi sento quindi tranquillo nell’inserirle qui, dal momento che sono lettere scritte come se rivolte a dei coetanei. Come ho avuto modo di scrivere in una di queste lettere, molti giovani, oggi, hanno perso il senso di scrivere una lettera, di esprimere con una scrittura articolata, seria, ponderata, concetti difficili, emozioni profonde, vissuti, certezze e dubbi. Oggi la scrittura e la comunicazione si muovono su canali rapidi, emotivi, impulsivi – dei vari social media – che possono indebolire fortemente la nostra capacità espressiva, se restano gli unici con cui veniamo in contatto.
 
Leggere alcune di queste lettere, allora, può essere per alcuni un momento di riscoperta di un modo di comunicare diverso e forse – nel tentare di emularlo – la riscoperta della bellezza ancestrale di scrivere e ricevere una lettera che viene da lontano, e che dopo tanta strada ti sorprende nella cassetta della posta, come un cimelio antico ritrovato in un campo, che viene a dirti qualcosa di un passato vivo. Un sacramento, direbbe qualche religioso. In questa riscoperta, quei nuovi canali mediatici, oggi fondamentali e utili – oltre che arricchenti, se ben usati – possono diventare una parte di un apparato comunicativo più ampio e diversificato, perché sì, ne sono convinto, le lettere non sono uno strumento per vecchi: possono ancora essere mandate da un giovane a un giovane!
 
Sono lettere che, forse, nel loro insieme, riescono ad essere la testimonianza di un’epoca e di una fase della vita, che spesso è raccontata solo attraverso i ricordi degli adulti. La prospettiva con cui sono visti gli accadimenti – anche politici ed economici – è quella di un ragazzo cristiano (mi si perdoni per l’ardire con cui oso dare questa definizione del giovane che fui), che vede il mondo con gli occhi della fede e vive la fede a contatto con il mondo, in una lotta serrata nel cercare un senso ad entrambe.
 
Un giovane che ha incontrato, nel suo percorso di vita, la filosofia e la teologia, ma che nelle lettere le affronta con lo spirito proprio di un giovane, esuberante, irrequieto, irrimediabilmente rivolto all’azione concreta, politica e sociale, che non accettava compromessi, né etici né teorici. Proprio perché scritte mentre studiavo, tuttavia, queste lettere possono forse fare da ponte tra un giovane e i giovani, giacché traducono l’astratto dello studio nella vivacità delle esperienze di vita e nel linguaggio diretto e semplice di chi si sta formando.
 
Le domande di senso e le questioni di fede sono dunque i temi centrali di questa raccolta di scritti, sospesi tra fascino e follia. Rileggendole una di seguito all’altra, mi sono reso conto che sono i due aspetti della fede che ritornano continuamente in queste lettere. Il fascino della persona di Cristo e la follia di essere cristiani e di essere uomini. Sono i due poli attorno a cui ruotano molte riflessioni e che tutt’ora ritengo fondamentali per vivere la fede in modo dinamico, appassionato, profondo, dialogante e, perché no, giovanile. Poli che entrano in una dialettica scomposta con l’altra mia anima, quella razionalista, analitica, formatasi nel percorso di studio un po’ accidentato, che ha attraversato gli estremi dell’iper-scientismo (al liceo) e della metafisica anti-positivista (nella formazione universitaria).
 
Non ho voluto armonizzare, tuttavia, le tensioni che, al di là dei massimi sistemi, emergono con semplicità nel testo. Sono quelle, già lo accennavo, che caratterizzano il nostro presente, sospeso tra un ritorno di forme religiose carismatiche, militanti, invasive e un altrettanto totalizzante ateismo scientista. È evidente, però, che in queste lettere ci sono solo degli abbozzi di teologia. In nessuna parte – per quanto spesso il tono sia definitorio e deciso – si pretende di esporre verità teologiche o dottrine compiute. Sono pur sempre delle lettere di una fase di transizione, vogliono rimanere e trasmettere proprio questo. È la loro caratteristica, ciò che le rende differenti dai trattati di teologia. Sono scritti occasionali, del resto, nati dall’esigenza di affrontare problemi concreti.

Per esempio, nello scrivere a una persona che è nel dubbio, bisogna sapersi avvicinare proponendo ciò che nella fede è essenziale, fascino, sfida. Per consentirle di integrarsi progressivamente nella pienezza della dottrina, partendo da ciò che la persona è, da ciò che vive, dai valori che possiede e che più la fanno vicina al messaggio di Cristo. È il kairós a determinare la parresía : sono le circostanze – il momento buono per dire le cose – a modificare la forma in cui si esprimono i contenuti, che si dovrebbero adattare a colui al quale sono rivolti, alla sua situazione esistenziale, trasformandoli in un parlare con franchezza e semplicità, in cui siano rispettati i due interlocutori.
 
Come ci ricorda Papa Francesco: «Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa» (Evangelii Gaudium, n. 35). Peraltro, è curioso che molte delle espressioni intorno a cui ruotano queste lettere si ritrovano nell’esortazione appena richiamata: evidentemente facevano parte dell’aria che si respirava nella Chiesa in quegli anni, e che l’enciclica ha poi raccolto.
 
Vivendo in tale primavera, era naturale che esse entrassero anche nei miei scritti. Proprio perché non sistematiche, queste lettere spingono i destinatari a riflettere, a crearsi la propria opinione a partire da poche intuizioni, da alcune pennellate di un quadro, molte domande e qualche timida, precaria risposta. Ciò può renderle utili a dei formatori, educatori o catechisti, i quali posso trovare in queste lettere degli spunti interessanti da presentare ai loro ragazzi. Come catechista, ho sempre trovato con grande difficoltà del materiale adatto alla fascia d’età che va dai dodici ai venticinque anni, l’età delle domande e della ribellione, dove tutto ciò che è preconfezionato e calato dall’alto suona inevitabilmente come irricevibile.
 
Immergersi nella sfida dell’evangelizzazione significa anche trovare le nuove forme per presentare il messaggio centrale della fede a chi si pone seriamente le domande di senso per la prima volta. Per trasmettere in modo efficace il messaggio in quest’età, dunque, bisogna partire dalle domande che vengono dai giovani stessi, sapendo rispondere ad esse con delle proposte di senso che lascino comunque lo spazio a nuovi interrogativi. Così, anche se non tutto è chiaro nel proprio cammino di fede, il ragazzo riesce a percepire che lì, in quella proposta di senso che è il cristianesimo, e lì, in quella figura umano-divina che è Cristo, lì può trovare le risposte e l’orientamento fondamentale per la sua vita.
 
Si tratta di generare questo sentimento di fascino, verso Cristo, verso la Sacra Scrittura, verso le indicazioni etiche della Chiesa, verso la Chiesa stessa come realtà accogliente e necessaria al cammino di fede. Un fascino che poi nel tempo si dovrà trasformare in una fede ragionata e riflessa, profonda e consapevole. Nelle lettere qui raccolte, ora guardate con sguardo più adulto, vi è in germe questo tentativo, certamente inconsapevole, ma proprio per questo più autentico.
 
Con la vita vissuta ogni giorno, cercando di seguire il più possibile il Vangelo, narrando e calando nel concreto i contenuti della fede nel modo più semplice, nelle lettere mi sono trovato a dire la cosa più banale, ma forse più efficace: «Io sono qui. Con la mia fede, nei limiti umani in cui riesco a viverla, nei limiti umani con cui riesco a narrarla». Questo ‘esserci nella fede’, che non dà risposte ma solo una presenza, invita l’interlocutore a porsi delle domande. Perché questa persona fa tutto questo? Perché Gesù è così importante per lei? Cosa dà, a una persona tanto imperfetta, la forza di mettersi in gioco? Una testimonianza sincera (non perfetta!), onesta nel riconoscere le proprie fragilità, è ciò che le persone di tutte le età cercano.

Un’altra riflessione può aiutare a capire perché ho ritenuto che la pubblicazione di questi scritti potesse in qualche modo avere una valenza positiva. Nell’annunciare la propria speranza la Chiesa dona al mondo una proposta di senso e va aiutata in quest’opera, ciascuno secondo le proprie forze e i propri carismi, fornendole tutti gli strumenti possibili, tutti quelli che la nostra creatività riesce a produrre. Mi sono spesso chiesto come avrei potuto, nel mio piccolo, tradurre in parole semplici, in un semplice gesto, la speranza narrata teologicamente nella Spe Salvi (solo per fare un esempio), per farla scoprire a dei ragazzi.
 
Le strade sono molte, e tutte valide: perché di ragazze e ragazzi al mondo ce ne sono tanti, e tutti con una personalità così unica da richiedere – quasi – uno strumento diverso per ciascuno di loro. Uno strumento aggiuntivo, dunque, niente più che questo, può essere una raccolta di lettere. Minuscolo, perché forse riuscirà a dissetare un solo fiore in un immenso campo. Sarebbe comunque già molto. Se un solo giovane al mondo troverà un solo spunto che lo possa aiutare, questa pubblicazione avrà già trovato il suo compimento.

Ho cercato di non alterare lo stile con cui le lettere sono state scritte: a volte molto asciutto, convulso; altre appassionato, fresco, giovanile, dove le parole non sono pesate. A volte più riflessivo e cauto. Ci sono le banalità, le battute, i riferimenti culturali tipici della gioventù. Del resto, sono state scritte nell’arco di una dozzina d’anni e si rivolgono a credenti, non credenti e non più credenti, per cui è naturale che si trovi dentro un po’ di tutto. Tuttavia, qualche piccola modifica è stata apportata, laddove era necessario descrivere meglio una situazione, o dove davvero l’italiano l’avevo dimenticato nel cassetto del comodino, come si usa dire dalle nostre parti agli studenti un po’ sgrammaticati.
 
Quando invece le frasi potevano essere ritoccate nello stile, per renderlo più piacevole, ho agito con molta parsimonia: alterare lo stile è alterare lo stato d’animo con cui si scrive, ma soprattutto è trasformare una lettera giovanile in un’opera adulta; e questo avrebbe snaturato la lettera stessa. Alcune lettere sono sintesi di varie lettere, per non ripetere alcuni concetti contenuti in più d’una, altre sono tagliate, per non violare la privacy di alcune persone, oltre che la mia. Tutti i nomi sono di fantasia (in alcuni casi ho mantenuto il genere del destinatario, maschio o femmina, in altri no), tranne i nomi dei miei fratelli, che non potevo certo nascondere. Sicuramente alcuni amici capiranno a chi erano rivolte.
 
Coloro che sono in grado di risalire al destinatario, tuttavia, sono gli amici tanto intimi da non avere davvero nulla da nascondere: sono lettere che avrei voluto mandare a ciascuno di loro. Così, in qualche modo, questo piccolo libro è un regalo che faccio ad ogni amico, per ringraziare del cammino di vita condiviso. Le lettere non sono in ordine cronologico, perché ho preferito raggrupparle per tematiche. Ci sono parti autobiografiche che contano gran poco, ma che ho lasciato perché indispensabili per comprendere le riflessioni che le circondano. Ho cercato, però, di ridurle al minimo, nella speranza che, lasciando molte descrizioni sul generico, ciascuno possa rispecchiarsi nelle emozioni e nelle situazioni e farle proprie.
 
Alcune lettere sono introdotte da una breve spiegazione, per contestualizzarle e capirne alcune parti. C’è anche una sorta di “biografia” dell’attività della mia parrocchia. La mia vita ha ruotato per lungo tempo attorno all’Azione Cattolica, al Gruppo Giovani, al coro, al catechismo, alla Caritas, all’Alfabetizzazione, all’Associazione Papa Giovanni XXIII. Era inevitabile che emergessero tutte queste realtà. Per quanto limitato potesse essere il mio contributo a ciascuna, descriverle è un modo per condividere anche delle esperienze pastorali – molte sperimentali e innovative – come ulteriore ricerca comunitaria di nuove vie di
evangelizzazione.
 
Prego i miei cinque lettori, tuttavia, di non considerare questi scritti come una testimonianza. Non sono, non possono e non vogliono essere d’esempio a nessuno perché, per primo, non mi sento per nulla la persona adeguata a dare testimonianza di alcunché. Nelle pagine che seguono si condividono pensieri, parole e vissuti, alti e bassi (e quanti, di questi ultimi, ce ne sarebbero da ricordare!). Non c’è tutta la mia vita: chi mi conosce sa che mancano dei capitoli importanti. Saranno magari oggetto di una pubblicazione successiva. Per ora, e per lo scopo di questo testo, va bene quel che ho raccolto qui.
 
È tutto sommato poco: quando mi sono messo a riguardare le lettere che avevo conservato, mi sono reso conto che erano centinaia. Alcune risalgono a quando ero davvero giovane e i loro contenuti erano piuttosto banali, sebbene esprimessero grandi legami. Ho dovuto quindi selezionarne solo alcune. Per scelta, non ho messo le lettere d’amore, che pur ci sono state, nella mia vita un po’ avventurosa. Sì, anche i filosofi analitici provano delle passioni! Con alcune amicizie profonde non ci sono state vere e proprie lettere, ma intensi scambi di messaggi, che qui non ho potuto riportare. Questo fa parte della nostra epoca, nella quale le forme comunicative sono diversificate, spesso frazionate e rese più dinamiche, interattive; in un libro è impossibile rendere conto di esse, le quali hanno senso se restano nel mezzo con cui sono state espresse.
 
Fuori dell’ambiente tecnologico, che permette di esprimere le emozioni nell’istantaneità in cui vengono vissute, tali messaggi perdono di senso. Una lettera, invece, ha come caratteristica principale la distanza, temporale e spaziale, tra ciò che si scrive e ciò che si vive. È la distanza che permette la riflessione. Per qualche anno ho avuto comunque l’abitudine di scrivere su alcuni quaderni gli sms ricevuti, quelli più belli e significativi. Con l’occasione di questo libriccino, ho dato loro una sbirciata, e vi ho trovato una tale ricchezza di amicizia da restarne sorpreso e commosso. Non credo di essere l’unico a dimenticarsi buona parte di ciò che ci scambiamo per via telematica, e non sono certo l’unico a interrogarsi proprio su quanto la tecnologia renda volatile le nostre vite: cosa resterà di tutto ciò che abbiamo nel telefonino?
 
Possiamo perdere tutto per un semplice guasto. Mi sembra quindi saggio – lo lascio come invito e proposta ai giovani – portare quel che conta sul cartaceo, per evitare quel ‘deserto tecnologico’ che qualcuno ha preannunciato. Con quelle stesse amicizie ci sono state lunghe serate, grandi chiacchierate, gesti di presenza, risate, pianti e abbracci, vita vera. Non si parla solo con le parole, né si scrive solo con i caratteri alfabetici. Ogni amicizia viene vissuta e fissata in forme comunicative molteplici: è anche questo a rendere ciascuna relazione unica e speciale. Più di qualche lettera l’ho scritta a mano, in una sola copia, conservata dal destinatario.
 
Alcune di queste sono state impegnative, sofferte, ed hanno segnato la mia esistenza: è bene che restino serbate nel cuore (Lc 2,19), mio e dei destinatari. Forse non è stato un caso che siano nate così, cartacee, lasciate alla cura di chi le ha ricevute, intrise del momento d’esistenza che le ha generate. Non ci sono, in questo libro, le risposte ricevute, che sono più belle delle lettere qui riportate. Alla ricerca di alcune email, ho avuto anche modo di scorrere gli archivi. Pure in questa occasione non ho potuto che esclamare: quanta vita!
 
Quante migliaia e migliaia di email per organizzare eventi, per il volontariato, i momenti di festa, i ‘papiri di laurea’, questa usanza veneta che tanto ci ha fatto divertire. . . Quanto abbiamo riso e scherzato in quei messaggi! In alcuni ci siamo spesso lasciati a momenti di riflessione dopo gli eventi organizzati. Sono scambi importati, però non potevano essere riportati qui. Cosa è rimasto di tutto ciò? Devo ammettere che non ricordavo buona parte dei messaggi. Eppure, qualcosa c’era. Vaghi ricordi, certo, ma le sensazioni provate allora, nel leggere le emozioni condivise dopo giornate di fatiche insieme, sono sensazioni vive, che si sono sedimentate nell’anima.
 
È questo deposito, inconscio, che ci fa guardare negli occhi una persona con cui abbiamo condiviso esperienze di vita percependo che in quel volto c’è una storia, un affetto inspiegabile. Cosa rende le vite di due amici intrecciate per sempre? Probabilmente è il ricordo vago di quella sensazione. Gli attimi di vita
hanno avuto un senso diverso perché vissuti con quella persona, perché è quella persona ad averli resi possibili. È la sensazione che la mia storia, il mio io, si sia mescolato con quello dell’altro e nessuno dei due può più narrarsi senza l’altro. L’altro è la mia storia, l’ha costruita con me, ha condiviso i miei orizzonti, ha visto con i miei stessi occhi.
 
Una sensazione che, depositandosi nell’anima, diventa affetto, legame, nostalgia della presenza dell’altro. L’amicizia e i legami famigliari sono quel mistero per cui ti puoi immaginare senza nulla, ma non senza quelle persone. Ed anche se la vita ci separa, esse vivono eternamente in quella sensazione sbiadita, e tuttavia incancellabile, per cui la tua storia non avrebbe avuto alcun senso senza di loro. Succede a tutti, anche guardando una fotografia, di percepire quel profondo mistero delle vite che si legano per non separarsi più.
 
Negli occhi delle persone care vedi una storia che senti essere parte inscindibile di te, anche se la persona si è allontanata, anche se c’è stata una rottura brusca; non è possibile cancellare il passaggio di qualcuno nelle nostre esistenze, negare quel che di buono vi ha lasciato (che c’è sempre), le modificazioni che vi ha apportato, nella mente o nel corpo. Chi abbiamo amato, chi ci ha amato, nell’ombra o nella luce, ha un posto speciale nel cuore che nessuno può rimuovere: è entrato nella nostra pelle, è ontologicamente in noi.
 
Un mistero che qualche filosofo intemperante descriverebbe come il paradosso del nostro essere una sostanza individuale che però si dà e si forma solo attraverso relazioni, fino a scomparire del tutto in esse. O che i teologi chiamano a volte con quel termine arcaico – che ben si adatta ad esprimere quel mistero – di “comunione dei santi” o di “corpo mistico”. Questi misteri esprimono – forse con un linguaggio che non capiamo più – quella percezione umana di essere un tutt’uno con le persone amate, che le relazioni sono reali ed eterne, proiettate in noi e in Dio, indissolubilmente. Con questi pensieri affido ai lettori e ai miei amici queste semplici lettere.
 
C’è un filo che unisce tutte le cose.
Non so come si chiama questo filo.
L’ho chiesto alla mamma, che mi ha risposto:
“Forse è l’amore”
L’ho chiesto al papà che mi ha risposto:
“Forse è la ragione”
L’ho chiesto alla maestra, che mi ha risposto:
“Forse è la verità”
L’ho chiesto anche al mio miglior amico, che mi ha risposto:
“Per me è Dio”
C’è il filo e io so che non mi posso perdere e se mi perdo, mi riattacco al filo e, hop, mi ritrovo.
Vi consiglio di avere sempre un miglior amico e di fare un doppio nodo al filo, insieme a lui.

Chi mi ha regalato il libriccino da cui è tratta questa citazione, è legato a me con quel doppio nodo; lo dimostra il fatto che ha saputo vedere in questo testo qualcosa di importante, per farmene dono. Quel qualcosa che un po’ più tortuosamente ho tentato di esprimere nelle pagine che seguono. Abbiamo visto insieme il filo che ci lega.

 

 
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