Anche questa sera si fa fatica a lasciarci. Ed è ormai notte.Oggi erano di turno i fidanzati. L'incontro si è protratto al di là di ogni previsione, senza che ce ne accorgessimo. Finisce l'incontro e inizia l'indugiare. L'indugiare sta diventando un rito: indugiano le parole, indugiano gli sguardi. Ci sarebbe da insospettirsi - mi dico - se avvenisse il contrario: se la gente schizzasse via appena concludi, come in quelle Messe in cui, quando il prete benedice, qualcuno è già alle porte della chiesa e finisce per essere benedetto alle spalle. Ora è notte.
 
Tutto tace nella casa: gli ultimi se ne sono andati e tu passi a spegnere le luci. Socchiudi il cancello e per un attimo rimani a contemplare la casa: le finestre sono spente, come occhi chiusi. Dorme la casa; veglia, chissà in quale angolo, insonne, l'angelo della notte. Il silenzio è rotto, parla e arde questa pagina di Vangelo che domani mi toccherà commentare all'omelia, nella festa della Sacra Famiglia: l'episodio è noto e passa sotto il titolo di "smarrimento e ritrovamento del fanciullo Gesù".
 
 
Quasi pane per oggi
 
Più indugio sulle parole, più rimango affascinato dalla ricchezza inesauribile del testo. Ritorna alla memoria una citazione di Gregorio Magno che mi capitò di leggere in una premessa ad un libro del Cardinale Martini: "Oggi comprendiamo ciò che ieri non conoscevamo, domani riusciremo a comprendere ciò che oggi ancora non conosciamo, perché Dio nel suo amore ha disposto che veniamo nutriti ogni giorno; ogni giorno egli ci porge il pane della sua parola". L'episodio di Gesù dodicenne al tempio quale messaggio custodirà per le nostre famiglie, chiamate a vivere in contesti apparentemente così diversi? Quale pane per oggi?
 
 
Un titolo sbagliato
 
Rileggendo il testo, mi viene spontaneo pensare come possa succedere che ad un racconto si dia un titolo meno esatto o addirittura sbagliato. Tale sembra appunto essere il titolo che la lettura religiosa degli anni passati soleva dare a questo episodio: smarrimento e ritrovamento. Se noi leggessimo attentamente la pagina di Luca, ci accorgeremmo che di smarrimento non si tratta: Gesù non si è smarrito, ha scelto deliberatamente di rimanere a Gerusalemme.
 
Vorrei anche aggiungere che la cadenza "smarrito-ritrovato" - lo si voglia o no - può generare l'equivoco di un caso chiuso: il problema è risolto, si ritorna a casa, il fanciullo è sottomesso. Tutto come prima. Ma una lettura anche veloce del testo ti induce a pensare che, se in apparenza tutto sembra risolto, in realtà non è vero che le cose ritornano come prima. Il fatto stesso che Maria, la madre, vada rimuginando parole e gesti di quel figlio nel suo cuore dice ampiamente come il caso sia tutt'altro che chiuso. Siamo messi così alla ricerca di un senso più profondo.
 
 
Andare, verbo del desiderio
 
I genitori di Gesù - è scritto - si recavano tutti gli anni a Gerusalemme. C'è questo "andare", questo muoversi della famiglia, dalla casa al tempio. Questi ritmi della fede segnati da una continuità: tutti gli anni. Non sono certo gli unici passi della fede quelli che portano dalla casa alla chiesa: passi della fede sono anche quelli che ti portano a visitare con amore le case degli uomini, i passi, per esempio, che hanno condotto Maria alla casa dell'anziana cugina in attesa di un figlio.

Non sono gli unici passi della fede, ma sono pur sempre quelli espliciti: le nostre famiglie ci hanno insegnato questi passi, questo muoversi, questo andare ogni settimana. Mi piace pensare che "andare" è il verbo del desiderio. E dunque le nostre famiglie ci hanno educato al desiderio; a desiderare qualcosa di grande, a cercare ciò che sta oltre.
 
 
A vedere il volto di Dio
 
Torna alla mente e al cuore la storia di Samuele: dei suoi genitori è scritto che lo avrebbero condotto, fanciullo, al tempio "a vedere il volto di Dio" e là sarebbe rimasto per sempre. "A vedere il volto di Dio!": è bellissimo. Al tempio non a compiere un precetto, bensì a vedere il volto di Dio: c'è da esserne affascinati e rimanere per sempre. Eppure Gesù ritorna a casa. Anche noi ritorniamo.
 
Ma dopo aver visto il volto di Dio. Visto - o forse solo intuito - come da una soglia, la soglia delle scritture, la soglia del pane spezzato. Di qui l'importanza che non venga meno nelle generazioni questo andare. Penso ai fidanzati che incontriamo in queste sere e nel cuore mi vado augurando che possano iscrivere nella loro nuova famiglia questo movimento, questo ritmo immagine del desiderio, questo andare ogni settimana " a vedere il volto di Dio".

 
Figlio del precetto
 
"Il fanciullo Gesù aveva dodici anni..": alla vigilia dunque di quel tredicesimo anno in cui per i ragazzi ebrei avveniva quasi una consacrazione alla legge. La cerimonia era detta "Barmiswah". Significa "Figlio del precetto". Diventi figlio del precetto. Certo rimangono, non vengono cancellati, i legami naturali, rimani figlio dei tuoi genitori - anche Gesù lo rimane -. Ma è come se, in qualche misura, venisse a perdere importanza il riferimento alla loro mediazione, perché a muovere la tua vita è ora la volontà di un Altro, di un altro Padre, che è nei cieli.

E' questo il senso profondo dell'episodio di Luca: Gesù ha preso sul serio quell'andare al tempio a vedere il volto di Dio. E' diventato figlio del precetto. C'è uno stacco sull'episodio, quasi una contrapposizione di verbi: andare… rimanere. Tutti riprendono la via del ritorno: andare e ritornare come si è sempre fatto, nel ritmo cioè delle cose di sempre: le cose scontate, le cose ovvie, quasi non si immaginasse qualcosa di diverso. E infatti dove si va a cercare Gesù? E' chiaro, nella carovana, tra i parenti e conoscenti. E' ovvio che sarà là. Non può essere che là.
 
 
Il figlio è altrove
 
Il racconto di Luca sembra metterci in guardia da questo pericolo sempre incombente, il pericolo di pensare che un figlio o una figlia - ma anche un padre o una madre - siano nei luoghi ovvi: dove deve essere se non nella casa o in quello che pensiamo noi? E invece il figlio è altrove. E come dovremmo augurarci, anche se faticoso, che un figlio sia "altrove". Se questo "altrove", in cui è un figlio, è l' "altrove" di Dio. "Non sapevate che io devo essere nelle cose del Padre mio?". La sua testa è là, nel precetto di Dio. Dopo tutto - come non ricordarcelo? - ciò che conta è la testa, è il cuore: dove abbiamo la testa, dove abbiamo il cuore.
 
 
Dove sei con la testa?
 
Sì, è vero, questo figlio ritorna a casa, è sottomesso; ma il suo cuore, la sua testa è là, nelle cose di Dio, nel progetto di Dio. "Dove sei con la testa?": lo chiedi al tuo ragazzo, alla tua ragazza, al tuo marito, alla tua moglie, ai tuoi amici. E augurarci che tutti noi - e non solo i figli - siamo sempre più "via", con la testa. Ma non nelle cose superficiali: le cose banali, le cose di un momento, i progetti di corto respiro; ma nelle cose grandi di Dio, nelle pagine luminose del Vangelo, nei sogni infiniti di Dio.

Quasi "testardamente" nelle cose di Dio: quel verbo rimase significa anche "resistette", tenne duro, nelle cose di Dio! E' il massimo che un padre o una madre potrebbe sognare per un figli: è diventato figlio del precetto, un appassionato della luce e dei sentieri del Vangelo. Il ritorno a casa allora è diverso. Se la testa è nelle cose di Dio, c'è un'obbedienza , ma non è cieca, non è per opportunismo né per servilismo. C'è un'autorità, ma non dispone arbitrariamente delle persone, non è autoritarismo né despotismo.
 
 
E parlare per domande
 
Questo vangelo è come una miniera: lo scavo - il mio - sarà sempre e solo un povero inizio. Ma la notte è fonda e il mio commento domani non dovrà abusare, oltre misura, della pazienza di chi mi ascolta. Una cosa però vorrei alla fine sottolineare: ciò che forse più mi ha colpito quest'anno rileggendo il brano di Luca. La famiglia di Nazareth è sorpresa dall'evangelista in un momento di crisi. Ma come reagisce nel momento del disagio? Madre e figlio si parlano. Ma non parlano per asserzioni categoriche, parlano per domande.

Le definizioni, le asserzioni categoriche, poco o tanto, chiudono e fanno violenza: "Le cose sono così e stanno così!". La domanda apre. Ci si interroga per capire. "Perché ci hai fatto questo?": la madre vorrebbe capire. E il figlio, a sua volta, pone delle domande: "Perché mi cercavate? Non sapevate…?". Interrogare è il verbo di chi cerca di capire. Se diventasse sempre più il verbo delle nostre famiglie? Non la fretta o la pretesa di tirare delle conclusioni: e chi ci sta, ci sta. Così rompe. Ma la pazienza di interrogare: interrogare con amore, per capire. Così ci si ritrova…

 
don Angelo Casati
 
(articolo tratto da www.sullasoglia.it)

 

 
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