“Dio disse: Sia la luce! E la luce fu”
 
Il primo Canto al lavoro nella Bibbia si trova proprio sul suo portale, nel primo Capitolo di Genesi e celebra la Meraviglia del lavoro di Dio, Creatore del mondo. (Kòsmos è, infatti, il mondo, vale a dire, un insieme di elementi distinti ed ordinati, fatti per funzionare in concerto).
 
Un opus divina che consiste nel dare forma (e spazio) al sole, alla luna, ai pesci ed agli uccelli, in un processo di azione e distinzione che si sviluppa nel tempo… e giunge al suo ultimo giorno, ponendo mano a quella forma di fango e di respiro che siamo noi: “facciamo l’essere umano” = disse Dio il sesto giorno, frutto finale del suo lavoro libero e creativo. 
 
“Facciamo” dice il testo e non “faccio”: il Dio creatore si rivela Comunione, primigenia Trinità; tanto che l’opera fatta a sua immagine e somiglianza è proprio la creatura sessuata: “maschio e femmina li creò e Dio vide che era cosa bella”. Tra loro lo sguardo e la parola, un inno di gioia e di corrispondenza, perché la Vita è un lavoro d’amore.
 
 
“Quando Egli fissava i cieli io ero là … giocavo davanti a lui in ogni istante” 
 
Questa natura cooperativa dell’opera di Dio è un messaggio importante per l’uomo: nessun lavoro si fa da soli, ma sempre: in “due o più”; questo criterio animerà anche l’opera di salvezza di Dio per Israele e quella di Gesù verso la Chiesa: nel primo caso Dio chiamò Mosè come suo primo collaboratore; nel secondo Gesù chiamò dei pescatori, delle donne e persino qualche buon pubblicano peccatore. Un riflesso limpido del tempo dell’inizio, quando:
 
...egli fissava i cieli, io – è la Sapienza che parla - ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso,
29quando stabiliva al mare i suoi limiti,
quando disponeva le fondamenta della terra,
io ero con lui come un’architetta,

Il lavoro di Dio e della “Signora Sapienza” non è solo generativo, ma contemplativo, poetico, in senso letterale. Esso prevede e porta in sé un fine estetico; il piacere del vedere e contemplare la Bellezza. Nel lavoro di Dio fisica, matematica e geometria si traducono in opera d’arte, acme di una necessità che si trasforma in libertà assoluta, “sabato di festa e di riposo” dell’uno sulle ginocchia dell’altro:
 
“ero con lui come una giovinetta,
giocavo sul globo terrestre – dice la Sapienza -
prendendo piacere sui figli dell’umanità”

Stupenda l’immagine di questo testo del libro dei Proverbi, che ritrae il Dio del Principio, mentre costruisce il mondo con le dita di Sapienza – pargonabile alla Mètis, madre di Atena e moglie di Zeus! - al ritmo di una liturgia di gioco e di gioia che emerge dal godere delle creature appena fatte, da parte del loro stesso creatore.

E sarebbe, infatti, proprio la solitudine lo scacco matto del lavoro di Dio; tanto che anch’egli, quando succede, è costretto a correggersi. C’è stata, infatti, un’opera di creazione di cui egli stesso ha detto: “non è buona”: quando ha visto che l’uomo fosse solo: “Non è bene che sia solo! Voglio fargli qualcuno che gli corrisponda!”. Il lavoro chiede di provare e riprovare, vuole le braccia e l’intelletto, il cuore e la ragione critica ed auto-critica. Perfino da parte di Dio. Vedendo Adam chiuso alla vita, lo abbraccia e lo riapre, rubando l’intimo segreto di quel fango insufflato di spirito, per fabbricare la donna.
 
La donna è la “costruita” e la costruttrice (di figli): nella sua matrix il brand della creatura: una goccia di sperma che in lei si trasforma in 248 diverse membra del corpo! Lei opificium (micro) mundi. Alla donna il sublime destino di raccogliere il testimone del Creatore: la “fabbrica” della Vita, opera somma, a cui la fatica dell’uomo si appaia e si unisce: il frutto del sudore dell’uomo, servirà a sfamare i bambini! Ed ecco la vocazione della madre e del padre: partorire figli – l’una – far partorire la terra, l’altro, per nutrire il futuro, per aprire spazi a quei processi (ignoti) di vita che sono i figli. Nel Nuovo Testamento Dio stesso si farà “figlio”.
 

“non disdegnò di farsi sua Fattura”
 
“Vergine Madre figlia del tuo figlio umile ed alta più che creatura termine fisso d’etterno consiglio tu sé colei che l’umana natura nobilistasti sì che ‘l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura” 
 
Dio si fa Corpo attraverso il lavoro di una donna: Maria, lei chiamata da un’antifona antica: dignitas terrae, Sabato di Dio. Lavoro di grazia, fuori da ogni possibile logica di “prestazione”. Il suo lavoro, infatti, capovolge la posizione originaria: mentre la fanciulla Sapienza giocava sulle ginocchia di Dio, imparando da Lui l’arte di “lavorare”; ora è il figlio di Dio che gioca sulle ginocchia di una donna: sarà Lei la pedagoga di chi è sceso Cielo.
 
L’umanità ha, adesso, in mano il “seme” dell’opera di Dio e può decidere: se usare il lavoro per produrre un idolo di sé stesso, vendendo e comprando – oppure per “coltivare e custodire” il giardino globale – e DONATO - della Vita (la terra che è di Dio, quindi di tutti). Il teatro dell’incarnazione è quello della storia. In esso – ahimé! - il lavoro sarà la facoltà più decisiva, pari quasi a quella di Dio:
 
"Che cos’è l’uomo? Dice il Salmo 8.
Eppure lo hai fatto quasi come un dio!”.
 
Sì, l’uomo può fare del lavoro uno strumento di maledizione o di benedizione. Dio si ritira e si incarna e mette la vita del mondo in mano alla libertà dell’uomo, armato della potenza del lavoro.
 
 
“con dolore partorirai figli… … con dolore trarrai il cibo dalla terra”

E se potente è il partorire (opus della donna), porta con sé dolore; se è un prodigio seminare e mietere i frutti, porta, però, con sé, la fatica, e sofferenza. Il dolore del parto di Eva non finisce con la nascita dei suoi figli, ma dura per sempre. La storia di Caino descrive, come ogni mito biblico – cose che non sono mai accadute, ma che avvengono sempre: lo strazio della madre e della terra/madre che - proprio a causa della competizione e sopraffazione sul lavoro - vede la morte di un figlio per mano di un altro: un gesto che segna la fine della fraternità come di quella umana voluta da Dio.

Da quel giorno, insieme al fratello, viene bandita anche la sua opera, perché gli viene tolto lo spazio per poter pascolare il suo gregge. Per questo si può dire che chi non ha lavoro è come “morto”. Non ha più spazio Abele perché Caino ha posto su di esso un titolo di proprietà. Questo è il dilemma della proprietà, molto condizionante nella generale economia del lavoro. E se chi non ha proprietà è estremamente condizionato circa il lavoro, tutti i nullatenenti, i poveri, i migranti si trovano ad affrontare una fatale precarietà.

Abele diventa il simbolo di tutti gli scartati del mondo. E di tutti quelli che vengono sfruttati come manodopera senza che possano godere dignitosamente del frutto del proprio lavoro, come Dio godeva delle sue creature, nate dalle sue mani. Abele sono gli ebrei schiavi in Egitto; essi erano divenuti un incubo per Faraone, benché avessero, orami, un usus soli da ben 430 anni!
 
 
“Sarai oppresso e schiacciato ogni giorno… La tua vita ti starà dinanzi come sospesa a un filo.
 
Faraone trasforma il suo paese in una proprietà degli egiziani, per questo usa il lavoro dei migranti, riducendoli a semplice forza-lavoro, togliendo loro, con la dignità, anche l’identità:
 
11Perciò vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati, per opprimerli con le loro angherie (…) 14Resero loro amara la vita mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l’argilla e a fabbricare mattoni, e ad ogni sorta di lavoro nei campi; a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.
 
Debbono lavorare anche di notte (andando nei campi a cercare la paglia) per poi fabbricare mattoni di mattina. L’assenza di riposo toglie all’essere umano la dignità di persona, immagine di Dio: non gli permette di godere del frutto delle proprie mani, e neanche di guardarlo per potergli dire: sei bello, ho fatto una cosa buona. Senza il riposo ogni lavoro è schiavitù, furto dell’anima, malattia mortale, accecamento di umiliazione o di esaltazione.

Senza riposo e senza figli maschi! Il patto tra lavoro e vita, lavoro e famiglia si rompe ulteriormente per l’Israele in Egitto: l’uccisione dei figli maschi toglie l’identità al popolo di Dio: la morte della memoria del futuro che getta la sua ombra sul presente e sul passato. La schiavitù inficia la vita di Israele e, viceversa, la vita negata infetta di sé ogni sua attività:
 
17Maledette saranno la tua cesta e la tua madia.
18Maledetto sarà il frutto del tuo grembo e il frutto del tuo suolo, sia i parti delle tue vacche sia i nati delle tue pecore…. lancerà contro di te la maledizione, la costernazione e la minaccia in ogni lavoro a cui metterai mano,
30Ti fidanzerai con una donna e un altro la possederà. Costruirai una casa, ma non vi abiterai. Pianterai una vigna e non ne potrai cogliere i primi frutti.
31Il tuo bue sarà ammazzato sotto i tuoi occhi e tu non ne mangerai. Il tuo gregge sarà dato ai tuoi nemici e nessuno ti aiuterà.
32I tuoi figli e le tue figlie saranno consegnati a un popolo straniero, mentre i tuoi occhi vedranno e
languiranno di pianto per loro ogni giorno, ma niente potrà fare la tua mano.
66La tua vita ti starà dinanzi come sospesa a un filo.
 
La schiavitù stupra la vita intera passando per il lavoro. Senza un patto politico e sociale, senza una scheletratura etica, il lavoro ha perso il senso e lo scopo della solidarietà ed ha portato alienazione: è diventato ansia di potere per i ricchi e precarietà assoluta per i poveri. Una economia sciagurata che spezza creato e creature, trasformando il giardino in un inferno. Dinanzi a tale e tanta ingiustizia, ecco il graffio della querela dei profeti, la Denuncia accorata di chi vede la terra sciupata e ridotta deserto di stelle:
 
 
“Perché gli empi prosperano?”
 
Così enormi sono i danni della speculazione dei potenti, al punto che il credente chiama Dio stesso in causa: Perché permetti che milioni di bambini vengano fatti da loro morire di sete? Perché permetti che per mangiare, le madri stesse siano ridotte a vendere i corpi gracili delle loro bambine nella tratta come schiave? Perché i mercati di ogni merce di male fioriscono ai danni specialmente dei giovani? Perché permetti che 8 “padroni” dell’economia e della finanza abbiano reso scarti, residui, spazzatura, metà delle creature umane? Quello che l’uomo può fare con la sua mano, usando il lavoro come mezzo di potere fa sì che la querela dei profeti si levi addirittura verso Dio.
 
 
“L’uomo pone un termine alle tenebre … contro la selce stende la mano … scandaglia il fondo dei fiumi”
 
Ma la luce risorge all’angolo di ogni pagina biblica, foss’anche la più oscura. La fede, l’entusiasmo e ancora, la eeraviglia che la Bibbia accredita al lavoro dell’uomo è sterminata! A differenza di come spesso nella tradizione è accaduto, che vi sia stata interpretata un’ansia di censura verso le arti, le conoscenze e le scienze umane, per garantire la salvaguardia – anzi la conservazione - del creato – vi si trova, al contrario, un’onda di infinito stupore e ammirazione per tutto ciò che l’uomo riesce a fare con le sue mani e il suo ingegno:

3L’uomo pone un termine alle tenebre e fruga fino all’estremo limite, fino alle rocce nel buio più fondo.
4In luoghi remoti scavano gallerie
5La terra, da cui si trae pane, di sotto è sconvolta come dal fuoco.
7L’uccello rapace ne ignora il sentiero, non lo scorge neppure l’occhio del falco,
8non lo calpestano le bestie feroci, non passa su di esso il leone.
9Contro la selce l’uomo stende la mano, sconvolge i monti fin dalle radici.
11Scandaglia il fondo dei fiumi e quel che vi è nascosto porta alla luce.
 
Meravigliose sono le opere dell’uomo! Prodigio della techne! E oggi diremmo della tecnologia! Con esse si son mosse le civiltà e la materia è divenuta sempre più “spirituale”, vale a dire trasformata con creatività e liberata dai muri. Il mito illuministico del buon selvaggio è ben stato superato nella post-modernità. La Bibbia, in questo, è molto attuale. Sente la seduzione della grandezza delle opere umane al punto da definirle frutto della Sapienza suggerita dalla bocca di Dio.
 
Salomone è il saggio per antonomasia, perché conosceva tutte le piante dall’issopo che sbuca dal muro, al cedro del Libano. Così Assuero, il Grande Re di Persia, del cui Palazzo si descrive il lusso, stupendo sfoggio della perizia di scalpellini, falegnami, muratori e gioiellieri. La straordinarietà fa avvertire l’eccesso, il superamento di un limite.
 
Ogni step di civiltà comporta il valicare di un limite. Non è questo il problema; ma il problema è la frattura tra il limite ed il bene; tra la difesa della salute individuale e la “salute” della fraternità; tra la tecnologia e la fragilità umana che insieme alla mano di un robot di ultima generazione, che l’aiuti a far le scale, ha bisogno di una mano che gli passi, ogni tanto, anche sulle spalle. 
 
Purtroppo in tanta grandezza entra, in sordina, di nuovo in gioco la tentazione: questa volta di rendere il lavoro teatro di un gioco finalizzato all’idolo del potere, del denaro, del mercato, della grandezza di uno solo, o di pochi, o di un popolo diverso e separato dagli altri. In una simile trappola cadono facilmente le menti umane e fioriscono mostri, che trasformano le persone da fine in mezzi, gettate via – messe in mobilità! - quando non servono più; si stabiliscano sistemi di corruzione, quali cellule tumorali che infettano e si appropriano della giustizia e della vita della gente. Allora si fanno guerre per dare lavoro alle fabbriche di armi. 
 
Allora i governanti pascolano sé stessi” dirà il profeta Ezechiele e si fanno “complici di ladri” prendendo regali e incassando bustarelle…”. Politica e lavoro sono intimamente legate: il bene della “famiglia” comune dovrebbe essere lo scopo del lavoro di ognuno. Nel vuoto di una politica vera per il lavoro, esplode il potere delle mafie, delle agenzie di usura di ogni sorta - banche comprese; delle chiusure dei confini ai migranti che – come accadde al Faraone d’Egitto – sono diventati un incubo.
 
 
Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola
 
“Non preoccupatevi per il domani … il corpo non vale, forse, più del cibo?” Non credo che, con queste parole, Gesù volesse invitare quelli che lo ascoltavano, all’ozio irresponsabile della cicala. Ma volesse insegnare a distinguere, a stabilire una chiara gerarchia tra i beni materiali e il corpo. Che equivarrebbe oggi a dire: tra l’essere cittadini e l’essere consumatori; che l’essere umano ha uno stomaco, ma non è uno stomaco. Non è soltanto un mero soggetto o oggetto di bisogni materiali, ma un soggetto spirituale, fatto cioè per la relazione. “Non sapete che il vostro Corpo è Tempio dello Spirito Santo”?
 
 
“Beato l’uomo che teme il Signore… vivrà del lavoro delle Sue mani”
 
Del credente è la recita del Salmo 128, un Canto da annunciare come un compito e come un sogno…come un credito di fede e come atto di profezia e di carità.

“Beato l’uomo che teme il Signore…
vivrà del lavoro delle Sue mani
la sua sposa come vite feconda
i suoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla sua mensa

In esso il lavoro è un tutt’uno con il fascio di relazioni d’amore che è il mistero stesso della vita umana; le mani che consacrano la bontà dei loro frutti per una mensa d’amicizia, da cui nessuno è escluso. “nessuno tra loro era bisognoso”, ma tutti avevano l’abito bianco degli inviatati alla festa. Beato l’uomo che vivrà del lavoro delle sue mani: non dovrà né rubare; né stare con le mani in mani sciupando i talenti ad esse donati.
 
Potrà formarsi una famiglia e non dovrà aspettare di essere quarantenne per poter abitare in una casa e mandare i suoi bambini a scuola. A scuola di giustizia, di fraternità, di umanità. A scuola di felicità. Porre la beatitudine sulla soglia del mondo del lavoro è il compito dei cristiani.
 
 
Rosanna Virgili
 
(articolo tratto da www.settimanesociali.it)

 

 
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