La compassione di Gesù e i lebbrosi del nostro tempo 
 
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse:
 
«Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
 
Un lebbroso cammina diritto verso di lui. Gesù non si scansa, non mostra paura. Si ferma addosso al dolore e ascolta. Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46). Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
 
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi». E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa, che gli stringe il cuore e lo obbliga a rivelarsi: «Se vuoi». A nome di tutti i figli dolenti della terra il lebbroso lo interroga: che cosa vuole veramente Dio da questa carne piagata, che se ne fa di queste lacrime? Vuole sacrifici o figli guariti?

Davanti al contagioso, all'impuro, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, uno scarto buttato fuori, Gesù prova «compassione». Il Vangelo usa un termine di una carica infinita, che indica un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione fisica: no, non voglio; basta dolore! Gesù prova compassione, allunga la mano e tocca. Nel Vangelo ogni volta che Gesù si commuove, tocca. Tocca l'intoccabile, toccando ama, amando lo guarisce. Dio non guarisce con un decreto, ma con una carezza.

La risposta di Gesù al «se vuoi» del lebbroso, è diretta e semplice, una parola ultima e immensa sul cuore di Dio: «Lo voglio: guarisci!». Me lo ripeto, con emozione, fiducia, forza: eternamente Dio altro non vuole che figli guariti. È la bella notizia, un Dio che fa grazia, che risana la vita, senza mettere clausole. Che adesso lotta con me contro ogni mio male, rinnovando goccia a goccia la vita, stella a stella la notte.

E lo mandò via, con tono severo, ordinandogli di non dire niente. Perché Gesù non compie miracoli per qualche altro fine, per fare adepti o per avere successo, neppure per convertire qualcuno. Lui guarisce il lebbroso perché torni integro, perché sia restituito alla sua piena umanità e alla gioia degli abbracci. È la stessa cosa che accade per ogni gesto d'amore: amare «per», farlo per un qualsiasi scopo non è vero amore.

Quanti uomini e donne, pieni di Vangelo, hanno fatto come Gesù e sono andati dai lebbrosi del nostro tempo: rifugiati, senza fissa dimora, tossici, prostitute. Li hanno toccati, un gesto di affetto, un sorriso, e molti di questi, e sono migliaia e migliaia, sono letteralmente guariti dal loro male, e sono diventati a loro volta guaritori.

Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia il mondo. E tutti quelli che l'hanno preso sul serio e hanno toccato i lebbrosi del loro tempo, tutti testimoniano che fare questo porta con sé una grande felicità. Perché ti mette dalla parte giusta della vita
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(Letture: Levitico 13,1-2.45-46; Salmo 31; 1 Corinzi 10,31-11,1; Marco 1,40-45)
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di p. Josè Maria Castillo.
 
Dopo la purificazione del lebbroso Gesù gli proibì di dirlo. In particolare nel vangelo di Marco si ripete questa proibizione (1,44; 7,36; 9,9, etc.). Sembra che Gesù non volesse che si divulgassero i prodigi che compiva. Perché Gesù voleva mantenere segreto il fatto che era il Messia? L’unico elemento certo è che da Gesù venivano coloro che soffrivano, i malati, coloro che pativano la fame, che si sentivano oppressi.
 
Per il resto, la proibizione di divulgare le guarigioni era qualcosa di impossibile. Come potevano nascondere in piccoli villaggi i ciechi e gli storpi che improvvisamente erano visti in piena salute? Che ragion d’essere ha il cosiddetto “segreto messianico” che Gesù si ostinava a mantenere? È anche certo che ai dirigenti religiosi ed ai pii osservanti dava fastidio ed irritava il fatto che Gesù aiutasse la gente e che lo facesse andando contro i comandamenti della religione, per esempio curare di sabato o mangiare con peccatori.
 
Per questo di Gesù hanno detto che era indemoniato (Mc 3,22), che violava le leggi religiose e che bisognava ucciderlo (Mc 3,6; Gv 5,16; 9,16), che era un bestemmiatore (Mc 2,7; 14,64), un impostore (Mt 27,63), un sovversivo (Lc 23,2) e persino un pericolo per la stabilità del tempio e del paese (Gv 11,48). Gesù non ha cercato la fama. Non ha voluto apparire come un agitatore populista o nazionalista (Lc 4, 14-30). E non ha voluto che lo facessero re (Gv 6,15).
 
Non ha ceduto alla tentazione del potere (Mt 4, 1-10). E men che mai ha tollerato il desiderio di prepotenza di coloro che comandano; perché è venuto per essere il “servo” (diakonésai) di tutti (Mc 10,45). Se Gesù pensava in questo modo, si capisce perché non voleva dei propagandisti del bene che faceva. Soprattutto se consideriamo il fatto che il titolo di Messia era il titolo più esaltato dalla religione. Gesù invece non ha voluto essere un personaggio “religioso”, ma un “essere umano”, profondamente umano, né più né meno.
 
 
(tratto da www.ildialogo.org)
 
 
 
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