Se mercanteggiamo con lui, Dio ci rovescia il tavolo 
 
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
 
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. [...]
 
Gesù entra nel tempio: ed è come entrare nel centro del tempo e dello spazio, nel fulcro attorno al quale tutto ruota. Ciò che ora Gesù farà e dirà nel luogo più sacro di Israele è di capitale importanza: ne va di Dio stesso. Gesù si prepara una frusta e attraversa la spianata come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali, tavoli e monete. I tavoli rovesciati, le sedie capovolte, le gabbie portate via mostrano che il capovolgimento portato da Gesù è totale.

Vendono buoi per i ricchi e colombe per i sacrifici dei poveri. Gesù rovescia tutto: è finito il tempo del sangue per dare lode a Dio. Come avevano gridato invano i profeti: io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la loro carne; misericordia io voglio e non sacrifici (Os 6,6). Gesù abolisce, con il suo, ogni altro sacrificio; il sacrificio di Dio all'uomo prende il posto dei tanti sacrifici dell'uomo a Dio.

Gettò a terra il denaro, il dio denaro, l'idolo mammona, vessillo innalzato sopra ogni cosa, installato nel tempio come un re sul trono, l'eterno vitello d'oro è sparso a terra, smascherata la sua illusione. E ai venditori di colombe disse: non fate della casa del Padre, una casa di mercato. Dio è diventato oggetto di compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i devoti per guadagnarselo. Dare e avere, vendere e comprare sono modi che offendono l'amore. L'amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si finge.

Non adoperare con Dio la legge scadente del baratto dove tu dai qualcosa a Dio perché lui dia qualcosa a te. Come quando pensiamo che andando in chiesa, compiuto un rito, accesa una candela, detta quella preghiera, fatta quell'offerta, abbiamo assolto il nostro dovere, abbiamo dato e possiamo attenderci qualche favore in cambio.

Così siamo solo dei cambiamonete, e Gesù ci rovescia il tavolo. Se crediamo di coinvolgere Dio in un gioco mercantile, dobbiamo cambiare mentalità: Dio non si compra ed è di tutti. Non si compra neanche a prezzo della moneta più pura. Dio è amore, chi lo vuole pagare va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. «Quando i profeti parlavano di prostituzione nel tempio, intendevano questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio» (S. Fausti): io ti do preghiere e offerte, tu mi dai lunga vita, fortuna e salute.

Casa del Padre, sua tenda non è solo l'edificio del tempio: non fate mercato della religione e della fede, ma non fate mercato dell'uomo, della vita, dei poveri, di madre terra. Ogni corpo d'uomo e di donna è divino tempio: fragile, bellissimo e infinito. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Perché con un bacio Dio le ha trasmesso il suo respiro eterno.


(Letture: Esodo 20,1-17; Salmo 18; 1 Corinzi 1,22-25; Giovanni 2,13-25)
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di p. Josè Maria Castillo.
 
La cosa più sicura è che questo fatto sia accaduto alla vigilia della Passione, come dicono i sinottici. Giovanni lo anticipa all’inizio della vita pubblica. Per sottolineare fin dal principio che questo tremendo conflitto con la religione scandisce quello che il IV Vangelo vuole insegnare. Secondo il vangelo di Giovanni il luogo dell’incontro con Dio non è più il tempio (con i suoi sacerdoti, i suoi riti e le sue cerimonie), ma l’essere umano. Ossia, non si incontra Dio nella sacralità delle relazioni religiose, ma nella laicità delle relazioni umane.

Gesù non ha voluto “purificare” il tempio, ma “farla finita” con il tempio. Quando le autorità religiose (“i giudei”: Gv 1,19; 11,47; 19,7.12; cf. 8,31; 11,19; 12,11) chiedono spiegazioni a Gesù, lui risponde: “Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo farò risorgere”. E si riferiva alla sua persona. Per Gesù il tempio è l’essere umano. E la pensava così la Chiesa primitiva: ogni cristiano è il tempio di Dio (1Cor 3,17; 6,19; 2Col 6,16). Ed ogni essere umano è una pietra viva del santuario che Dio vuole (Is 66, 1ss; At 7, 49-51; 17,24).

Noi cristiani abbiamo ripristinato quello che Gesù ha demolito. Oggi meritano più rispetto i templi che molti esseri umani. E nelle cattedrali ritorna a scorrere il denaro. Questo avviene con liturgie osservate alla lettera, sebbene siano pesanti ed insopportabili. Si ha l’impressione che a Roma ci si preoccupi più del rito che del Vangelo. Certamente nella Chiesa la religione è arrivata ad avere più importanza del Vangelo
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(tratto da www.ildialogo.org)
 
 
 
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