Nella sua prima lettera ai Tessalonicesi Paolo parla del suo rapporto con la comunità di Tessalonica in chiave di paternità e di maternità. Egli si sente davvero ‘padre’ e ‘madre’ di tutte quelle persone, che sono giunte alla fede grazie all’ annuncio della parola del Vangelo. In questa lettera egli dice esplicitamente che la sua opera di annunzio dell’Evangelo non è stata per nulla inquinata da nessuna ricerca di successo, ma tutto è avvenuto nella logica generativa di un padre e di una madre.

Egli sente verso i membri della comunità una responsabilità, che non può essere qualificata altrimenti se non genitoriale, perché è proprio del padre e della madre prendersi cura della crescita dei figli. Questa modalità di rapportarsi con la comunità dei credenti dà ragione del fatto che Paolo abbia portato avanti la sua opera di evangelizzazione in modo totalmente gratuito e preoccupandosi allo stesso tempo di non pesare su alcuno, ma comportandosi come può fare un vero genitore: lavorando per il bene della casa.

Nella prima parte della lettera Paolo, dopo il rendimento di grazie iniziale, dedica un certo spazio a far memoria di come egli si sia presentato a questa comunità e quali sentimenti lo abbiano mosso nel proclamare il Vangelo di Gesù il Cristo crocifisso e vittorioso: “E neppure abbiamo cercato la gloria umana né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre che ha cura dei propri figli.
 
Così affezionati a voi avremmo desiderato trasmettervi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari”. Paolo sente che può avanzare il diritto a chiedere il loro ascolto non in quanto costituito in autorità, ma in forza di una cura amorevole, quale può essere quella di una madre nei confronti dei propri figli. Il legame che si è instaurato tra lui e i fedeli di questa comunità può essere compreso pienamente all’interno di un processo generativo, perché la Parola annunciata da Paolo è “seme che ri-genera” (cf. 1Pt 1,22-25).
 
Nei confronti dei Tessalonicesi Paolo si sente impegnato, come una madre, a nutrire i figli, perché possano crescere nella loro statura di credenti, ma allo stesso tempo vive la sua responsabilità di padre, che si preoccupa di trovare il nutrimento per la casa attraverso il lavoro e si propone ai propri figli come colui che segna la strada, educando e correggendo: “Sapete pure che come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1Ts 2,11-12).

Questa relazione di paternità/maternità è stata vissuta da Paolo non soltanto con quelli di Tessalonica, ma con tutte le comunità da lui fondate. Egli ha compreso tutta la sua azione evangelizzatrice come opera rigeneratrice, perché la Parola da lui annunciata è “seme” che genera a vita nuova. Essa ha in sé la forza di rendere nuovo colui che si dispone all’ascolto di chi si presenta come “apostolo”, come inviato dal Signore.
 
 
La qualità della relazione paterna e materna
 
Si tratta di una relazione che non imprigiona e che non lega a sé le persone, ma che si preoccupa di farle crescere nella consapevolezza di appartenere al Signore, per formare in Lui il “tempio santo di Dio”. Scrivendo ai Corinzi Paolo mette a nudo l’immaturità di questa comunità, divisa com’è in tanti gruppuscoli, dove vige l’invidia e la discordia: “Quando uno dice ‘Io sono di Paolo’ e un altro ‘Io sono di Apollo’, non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo?
 
Servitori attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno come il Signore gli ha concesso” (1Cor 3,4-5). Paolo vive la sua paternità generativa in chiave di puro servizio “all’opera di Dio”, perché il vero protagonista è Dio Padre, che nel dono del Figlio suo ha aperto per tutte le creature umane l’accesso alla vita e alla vita in pienezza.

Del resto, anche il padre e la madre biologica non possono accampare nessun diritto di possesso sui figli, perché il loro compito è quello di prendersi cura di loro, affinché ognuno di essi possa realizzare la propria vocazione alla vita. In questo senso i genitori costituiscono un reale riflesso della paternità e maternità di Dio, che non smette di considerare come ‘sua’ ogni creatura che si affaccia sullo scenario di questo mondo.
 
Ogni genitore deve avere chiaro nella sua mente e nel suo cuore che non è lui l’autore della vita, ma che la vita passa attraverso di lui e di questa egli è responsabile. Tutto quello che egli farà in favore del figlio non potrà essere motivato da secondi fini, ma dovrà rispondere unicamente a quella voce interiore, che lo spinge a non risparmiarsi, perché la nuova vita possa trovare un ambiente favorevole per la sua crescita.

Così è di Paolo, che sente realmente di aver generato dei figli nella fede, per cui può dire con animo vibrante scrivendo ai fedeli di Corinto: “Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (1Cor 4,15). 
 
In Paolo agisce unicamente la forza dell’amore, che è il fondamento e l’anima del suo atteggiamento paterno e materno. Scrivendo alla comunità dei Galati, egli non si limita a sottolineare la sua relazione genitoriale nei loro confronti, ma ci tiene a ribadire che egli li porta ancora nel grembo, sentendo in sé i dolori del parto: “figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché Cristo non sia formato in voi” (Gal 4,19).

Il compito di evangelizzare, che Paolo ha ricevuto, trova ostacoli non soltanto all’esterno, ma nel cuore degli stessi fedeli, per cui egli può parlare di paternità e maternità dolorosa. Sono le doglie messianiche, che, nell’oscurità dei giorni degli uomini, annunciano l’arrivo degli ultimi tempi, quando l’umanità sarà pienamente configurata al volto del nuovo Adamo, il Cristo Signore, crocifisso e risorto.
 
Paolo nel rapportarsi con le comunità da lui fondate si sente investito della stessa misericordia di Dio, che non smette di portare nel suo grembo la creatura uscita dalle sue mani. Egli considera tutte le sofferenze che sopporta per l’annuncio del Vangelo come il fondamento della nascita del Cristo nella vita degli uomini e delle donne.

Tutta la fatica apostolica di Paolo trova la sua ragion d’essere in questo sentirsi docile strumento dello Spirito del Signore per ri-partorire l’umanità a quella vita che non muore più, perché è vita di Dio e in Dio. 
 
 
L’anziano Paolo ed il tempo della trasmissione 
 
Le ultime lettere di Paolo, quelle indirizzate a Timoteo, a Tito ed a Onesimo, costituiscono la testimonianza più preziosa del suo modo di rapportarsi con le varie comunità nel tempo della sua anzianità, quando con il passare degli anni l’imminenza della venuta del Signore nella sua gloria viene colta con occhio più maturo e più rispondente all’agire storico di Dio.
 
Esse sono da considerarsi il frutto della sua maturità di apostolo, che, ritrovandosi a fare i conti con il ritardo della venuta del Signore e con la prossimità della sua morte, sente l’urgenza di rivolgersi ai figli che ha generato nella fede per affidare a loro la responsabilità di proseguire l’annuncio del Vangelo.

Avvicinandosi il momento di dover passare il testimone, Paolo pensa che sia opportuno rivolgersi ad ognuno di loro in modo singolare, perché il futuro delle varie comunità cristiane è strettamente legato all’assunzione di responsabilità da parte di ogni singolo fedele. Le lettere a Timoteo ed a Tito, altrimenti chiamate “lettere pastorali”, nascono da questa esigenza di interpellare ogni singolo “figlio” a ‘tu’ per ‘tu’, perché si sentano responsabili del dono che Paolo vuole trasmettere ad ognuno di loro.
 
Egli è sempre più convinto che per lui, detenuto in prigione, si prepara la condanna a morte secondo la confidenza che egli fa a Timoteo: “Io, infatti, sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,6-7).

La possibilità del martirio, che porrebbe fine a tutta la sua opera evangelizzatrice, rende ancora più palpabile la maturità di Paolo, che si mostra preoccupato, perché, nelle varie comunità da lui fondate, non si perda di vista quello che lui chiama “il mistero della pietà” (1Tm 3,16). E’ il mistero redentivo del Figlio, che nella sua morte e resurrezione ha dato un impulso nuovo alla storia dell’umanità, orientandola verso quella vita spesa nella gratuità di amore, speranza di gloria.
 
Questo mistero costituisce il contenuto di quell’evangelo, che viene proclamato ed accolto, creando un processo di conversione alla vita e generando semi di comunione e di fraternità. Paolo desidera comunicare ad ogni “figlio suo” questa esperienza profonda della Pasqua del Signore, come la vera novità della storia umana, purché ci si preoccupi di restare ben agganciati a questa corrente di amore e di misericordia, capace di suscitare la bellezza di una vita, che profumi di umano.
 
Per lui, anziano e vicino al martirio, tutto è orientato verso l’essenziale, che è costituito dal quel Vangelo, che gli è stato donato e sul quale ha giocato tutta la sua vita. Questo Vangelo, che è dinamismo di vita, suscitatore di relazioni nuove tra le persone, egli vuole consegnare alle nuove generazioni, perché entrino anch’esse in questa corrente di amore, che rinnova ogni rapporto umano. 
 
 
Una consegna da padre a figlio
 
La seconda lettera a Timoteo può essere considerata come il vero testamento di Paolo. Timoteo, a cui Paolo indirizza ben due lettere, è da considerarsi una presenza preziosissima per lui, tanto che egli stesso lo indica come suo collaboratore: “Abbiamo inviato Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel Vangelo di Cristo per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede” (1Ts 3,2).

In queste due lettere Paolo lo chiama “vero figlio nella fede” e “figlio carissimo”, tenendo conto che Timoteo ha mostrato nel tempo una fedeltà ed una disponibilità non indifferente. Egli lo ha conosciuto a Listra nel suo secondo viaggio missionario quando era già diventato discepolo di Gesù Cristo ed essendo di madre ebrea e volendolo prendere con sé, “lo fece circoncidere a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni” (At 16,1-3).

Adesso che si sta avvicinando il tempo del passaggio di testimone, Paolo, come un vero padre, intende dare le ultime raccomandazioni al figlio e ad ogni figlio, perché a sua volta sia pronto a generare altri figli nella fede, trasmettendo, attraverso l’annuncio e la catechesi, il Vangelo ricevuto. Così la prima cosa che raccomanda a Timoteo è quella di non dimenticare da dove abbia avuto origine la sua fede e come egli sia debitore della nonna Loide e della madre Eunice.
 
E’, in effetti, il primo esempio di trasmissione della fede in ambito familiare, tenendo conto che per molti cristiani della prima generazione l’accoglienza del Vangelo comportava, il più delle volte, una rottura con la famiglia naturale.

Timoteo, il figlio, il fratello, il collaboratore, nell’essere chiamato adesso ad esercitare anche lui una vera paternità nei confronti delle varie comunità che si radunano nel nome del Signore, deve imparare a coltivare la memoria di quanti sono stati per lui maestri e modelli nella fede, non per fossilizzare il passato, ma per poter meglio discernere in modo creativo nuove modalità di vivere la fede senza perdere la comunione con chi lo ha preceduto.
 
Proprio per questo Paolo in modo confidenziale può dire a Timoteo: “E tu, figlio mio, attingi forza dalla grazia che è in Cristo Gesù: le cose che hai udite da me davanti a molti testimoni trasmettile a persone fidate” (2Tm 2,1-2). Conservando ben desta la memoria del passato, è possibile affrontare quella che Paolo chiama nella prima lettera a Timoteo: “la bella battaglia, avendo la fede e una buona coscienza” (1Tm 1,18).
 
Accogliere, vivere e trasmettere il Vangelo impegna ogni credente in una vera e propria “milizia”, un combattimento, che interessa, prima di tutto, il proprio spazio interiore ed allo stesso tempo le relazioni con quel mondo in cui si è inseriti. Per Paolo “fede e buona coscienza” costituiscono gli unici strumenti di cui dotarsi per poter stare in questo mondo e in questa storia non da sconfitti, simili a gente che si vergogna di dare testimonianza al Signore, perché “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza” (2Tm 1,7).

Ed in tutto questo, l’esempio e le parole di coloro che hanno già vissuto questo impegno costituiscono un saldo punto di riferimento, perché la fede non sia conservazione infruttuosa di cose ricevute, ma dinamismo, consapevolezza, capacità di confronto e di incontro, apertura alla perenne novità del Signore.
 
 
Custodisci il “bel deposito”
 
Per meglio qualificare il senso della trasmissione del dono, Paolo preferisce ricorrere ad un linguaggio giuridico, che, a suo parere, renderebbe ancora meglio la gravità ed il peso di responsabilità, che la ricezione di questo dono porta con sé. Sia nella prima che nella seconda lettera egli parla di “deposito” e di “depositare”, termini che rinviano ad una prassi molto comune sia nella cultura greca che in quella romana.

L’istituto del “deposito” prevedeva la possibilità di affidare nelle mani di una persona fidata un bene prezioso. Il depositario nel momento in cui accettava di prendere in custodia l’oggetto di valore, si impegnava a sua volta di mettere in atto tutte quelle precauzioni perché il bene non venisse perduto o rubato. Questo servizio era caratterizzato dalla gratuità, per cui il rapporto che si veniva ad instaurare era basato sulla sola fiducia ed il depositario doveva essere sempre pronto a restituirlo qualora venisse richiesto.
 
In caso di infedeltà il depositario veniva trattato alla stregua di un ladro ed il diritto romano prevedeva oltre all’obbligo della restituzione una punizione esemplare in luogo pubblico. Bisogna dire che anche per noi questi termini non ci sono estranei, perché chi ha una frequentazione con le Poste o con le banche conosce bene i due termini “deposito” e “depositare”.

Paolo trova in questa prassi fiduciaria la possibilità di dare alla consegna, che egli sta facendo nei confronti della nuova generazione di credenti, la qualità di un bene prezioso, che va custodito con grande senso di responsabilità ed allo stesso tempo va trasmesso a quanti lo vorranno accogliere, essendo pienamente coscienti che l’atto del trasmettere è un atto generativo.

A chiusura della prima lettera a Timoteo egli dice: “O Timoteo, custodisci il deposito, evitando le chiacchere vuote e perverse e le obiezioni della falsa scienza” (1Tm 6,20). Nella seconda lettera, Paolo dopo aver ricordato quanto egli abbia sofferto per il bene che gli è stato affidato, si rivolge al figlio Timoteo, invitandolo a prendere lui e i suoi sani insegnamenti come modello, per poi aggiungere: “Custodisci il bel deposito, che ti è stato affidato mediante lo Spirito che abita in noi” (2Tm 1,14).

Il “bel deposito” da custodire è quell’Evangelo, è quella novità, che rimette in movimento la storia umana, è quella fiamma, che illumina, infiamma e purifica il cuore di ogni uomo che si affaccia alla fede. Ma assieme all’esperienza del Cristo Risorto, presente in mezzo ai suoi, all’annuncio del Vangelo, quello che egli in altra maniera chiama “il mistero della pietà” (1Tm 3,16), Paolo intende come “deposito” tutto quel bagaglio di esperienze e di elaborazioni catechetiche, che negli anni si sono accumulate.
 
Tutto questo fa parte della consegna, che Timoteo deve imparare ad accogliere come un bene prezioso da custodire con cura, con intelligenza e nella fedeltà. Questa azione del “custodire”, che per Paolo è l’atteggiamento che deve contraddistinguere la maturità di Timoteo, non si traduce in un semplice impegno passivo, ripetitivo, ma richiede approfondimento, ascolto della Scrittura e dei fatti della storia, piena disponibilità a lasciarsi condurre dallo Spirito, che è il vero “custode” del deposito.
 
Nel pensiero di Paolo, colui che riceve il dono da custodire deve sentire in sé l’urgenza di donarlo a sua volta. La trasmissione del dono è strettamente innervata alla stessa custodia, che è resa possibile in una viva esperienza ecclesiale della presenza del Risorto, che vivifica e rinnova con la sua parola e con il suo Spirito.

Con un timbro molto accorato Paolo può dire a Timoteo: “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti per la sua manifestazione ed il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con magnanimità e insegnamento.
 
Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma pur di udire qualcosa gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci. Tu, però, vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero” (2Tm 4,1-5). E’ l’invito a non tirarsi indietro alla responsabilità paterna e materna nei confronti di un mondo che preferisce altre favole, ma questo non è un motivo sufficiente per venir meno al proprio impegno e al proprio ministero di padre e di madre.

 
Gregorio Battaglia
 

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home