Le domande sono in realtà molto attuali: ancora oggi esistono credenti tentati dall’idea che il loro Dio stia solo dalla loro parte e sia dunque nemico di tutti i loro nemici, chiunque essi siano. È ovvio che in questo modo il credente si sente legittimato a distruggere anche fisicamente i propri avversari, proprio nel nome del suo Dio.
 
L’autore della Sapienza sa bene che il Dio in cui egli crede è onnipotente:
 
11,21 Dispiegare una grande forza, infatti, ti è sempre possibile; e chi potrà opporsi al potere sovrano del tuo braccio? 22Il mondo intero, davanti a te, come un granello di polvere su una bilancia e come una stilla di rugiada del mattino caduta sulla terra.
 
L’immagine del v. 22, tratta dal libro di Isaia, è molto bella; ma proprio perché il mondo non è per Dio che un granello di polvere, Dio non lo distrugge, ma usa misericordia nei confronti della sua creazione, specialmente di fronte al peccato degli esseri umani:
 
23 Sei misericordioso verso tutti, perché tutto tu puoi, e chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, in vista del pentimento.
 
Ma la Sapienza va oltre; c’è una ragione più profonda del fatto che Dio non intende distruggere la sua creazione:
 
24 Tu ami infatti tutto ciò che esiste e non disprezzi nulla di quello che hai fatto: se tu avessi odiato qualche cosa non l’avresti creata. 25Come avrebbe potuto sussistere qualcosa, se a te non fosse piaciuto? Potrebbe conservarsi qualcosa, se da te non fosse stato chiamato?
 
Questa è l’unica volta, in tutto l’Antico Testamento, in cui il verbo “amare”, con Dio come soggetto, è riferito a “tutto ciò che esiste”. Non esiste perciò realtà creata che sfugga al suo amore, estraneo a ogni forma di odio. La creazione è stata chiamata da Dio ad esistere (così la seconda parte del v. 25).
 
Di fronte a una catastrofe ecologica sempre più grave e, forse, irreversibile, la Sapienza offre un barlume di speranza. Gli esseri umani sono in grado di distruggere la creazione – o almeno il nostro pianeta; ma Dio garantisce che il suo amore per la realtà creata non verrà mai meno. E forse gli esseri umani sono ancora in tempo a cogliere la bellezza di un creato nato da un atto d’amore di un Altro, e a lavorare per conservarla.
 
Il nostro saggio ha ancora qualcosa da comunicarci; la sua riflessione continua in 11,26-12,2 con tre ulteriori affermazioni:
 
26 Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Sovrano, amico della vita. 12,1Il tuo spirito incorruttibile, infatti, è in tutte le cose. 2Per questo correggi poco per volta quelli che sbagliano, e li ammonisci, ricordando ciò in cui hanno peccato, perché, abbandonato il male, credano in te, Signore.
 
Il v. 26 dice che Dio non intende distruggere il creato, che gli appartiene; egli è il “sovrano”, un termine che rimanda a un potere assoluto e universale, secondo le concezioni del tempo. Ma è un “sovrano” che regna in un modo molto particolare: è infatti un Dio “amico della vita”. Si tratta di una definizione di Dio unica in tutta la Bibbia, compreso il Nuovo Testamento. Il Dio descritto dalla Sapienza ama la vita delle sue creature in tutte le sue dimensioni; non vuole la morte, il male, il dolore.
 
Il versetto successivo (12,1) giustifica tale amore con una affermazione ardita; in ogni realtà creata è presente lo “spirito” di Dio. All’epoca in cui la Sapienza è stata scritta, nel mondo greco dominava la filosofia stoica, caratterizzata da una visione della realtà di tipo panteistico. Non esiste nello stoicismo un Dio personale, ma la divinità permea ogni realtà esistente; la natura, di fatto, è “Dio”.
 
La Sapienza distingue accuratamente la creatura dal creatore e pensa a Dio come a un essere personale, evitando così il panteismo; ma il Dio biblico, tanto è al di sopra della sua creazione, quanto ne è all’interno: ecco l’immagine dello “spirito”. Un tale “spirito” è incorruttibile, cioè non muore, non marcisce: ovvero è la presenza di Dio nel creato che ne garantisce l’esistenza e la vita.
 
Il v. 2 aggiunge un ulteriore elemento di riflessione: se a volte Dio corregge gli esseri umani lo fa come un genitore corregge i figli; per educare, e non per punire. Si tratta di un’idea non nuova nella Bibbia, che nasce dalla fiducia di chi sente Dio come un vero genitore.
 
Qualcuno potrebbe pensare che tali accenti posti sulla misericordia e sull’amore di Dio mettano in discussione la sua giustizia; come accade a chi critica papa Francesco di essere troppo misericordioso e di non osservare la necessaria giustizia nei confronti di chi sbaglia… La Sapienza affronta tale questione in 12,15-18:
 
12,15 Essendo giusto, tu governi con giustizia l’universo; condannare chi non merita di essere punito lo consideri indegno della tua potenza. 16La tua forza, infatti, è fondamento di giustizia e il tuo dominio su tutto fa sì che tutti tu risparmi. 17Mostri la forza a chi non crede nella pienezza della tua potenza e, di quanti l’hanno sperimentata, punisci la tracotanza. 18Tu invece, padrone della forza, giudichi con clemenza, e con molta indulgenza ci governi: quando vuoi, infatti, è a tua disposizione il potere.
 
Dio è certamente giusto; ma proprio perché è forte, può tutto e utilizza la sua onnipotenza in vista del perdono (si veda in particolare il v. 16); in questo, Dio è ben diverso dagli empi presentati nel capitolo 2 che proclamavano come unica norma di comportamento la propria forza, che si traduceva in arbitrio e violenza. Il v. 17 ammette che Dio possa usare la sua forza e punire chi se lo merita; ma subito il v. 18 sottolinea come in Dio prevalgano piuttosto la clemenza e l’indulgenza.
 
Si tratta in realtà di virtù politiche che nel mondo del tempo erano attribuite ai governanti giusti. Chi governa, proprio perché detiene il potere, non può permettersi di usarlo con durezza o di imporlo con la forza. Clemenza e indulgenza sono virtù umane necessarie che, secondo l’autore della Sapienza, appartengono in realtà al comportamento stesso di Dio nei confronti dell’umanità. Così applicare nel mondo criteri di pura giustizia è in qualche modo necessario, ma non è sufficiente se la giustizia non è accompagnata dalla misericordia.
 
L’agire misericordioso di Dio diviene un esempio per la vita degli esseri umani; è la riflessione che la Sapienza offre in 12,19-21:
 
19 Con tali opere tu insegnasti al tuo popolo che il giusto deve essere amico degli uomini  e donasti ai tuoi figli la buona speranza che tu concedi, per i peccati, la possibilità di pentirsi. 20Se infatti gente nemica dei tuoi figli, uomini destinati alla morte, tu hai punito con tanta cura e indulgenza, dando tempo e modo perché abbandonassero la malvagità, 21con quanta più attenzione hai giudicato i tuoi figli, con i cui padri concludesti patti e alleanze di buone promesse?
 
Dietro a questo testo c’è un contesto storico preciso; ad Alessandria d’Egitto, nel I sec. a.C., si stava sviluppando un forte antisemitismo che di lì a poco sfocerà in atti di violenza contro gli ebrei. Molti accusavano gli ebrei di essere “misantropi”, di odiare l’intero genere umano.
 
L’autore della Sapienza risponde a tali accuse: il Dio di Israele, amico della vita, chiede a chi crede in lui un comportamento analogo al suo; chiede cioè al giusto di essere “amico degli uomini”, amico dell’umanità, filanthropos, come dice il testo greco. Credere in un Dio che ama la sua creazione non può mai portare al disprezzo degli altri; altra lezione di attualità.
 
C’è di più: la bontà di Dio persino nei confronti dei suoi nemici (v. il v. 20) crea negli esseri umani una nuova speranza: dopo ogni peccato c’è la possibilità del perdono, in particolare per i “figli”, i membri di quel popolo, Israele, con il quale Dio ha concluso un’alleanza (cf. il v. 21). Ma l’essere un popolo di figli non crea una élite privilegiata; piuttosto rende tali figli ancor più responsabili nel portare all’intera umanità l’annuncio di un Dio che ama la sua creazione e non intende distruggerla.

 
Luca Mazzinghi
 
(articolo tratto da www.saveriani.it)

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home