Vorrei che fosse tenuta presente la relazione tenuta da mons. Vincenzo Pisanello lo scorso anno proprio in questo contesto agli economi, sugli aspetti pastorali e giuridici della gestione degli immobili ecclesiastici, che conteneva i riferimenti canonici e la sintesi delle norme circa il patrimonio immobiliare degli enti ecclesiastici, la responsabilità amministrativa, i controlli canonici, e alcuni accenni sulla gestione degli immobili. Si trova sul sito della CEI1 . Così sono più libero di fermarmi su qualche aspetto più pastorale, ma con rilevanza giuridica.
 
I – Il dilemma: amministrare i beni o fare i pastori?
 
Il tema del rapporto tra l’amministrazione dei beni ecclesiastici e l’esercizio del ministero presbiterale è acutamente sentito dai nostri presbiteri, soprattutto dai parroci, e ha diverse radici.
 
(1) La diminuzione del numero dei presbiteri attivi e l’invecchiamento progressivo del clero. Questo spesso comporta problematiche crescenti per i preti anziani nella gestione di attività o di opere parrocchiali, di enti o fondazioni (a volte anche diocesani) che erano condotte con una amministrazione di tipo “familiare”, senza contabilità o bilanci redatti a regola d’arte, e con carenze o inefficienze nell’adeguamento alle norme (autorizzazioni, norme igieniche, sanitarie, di sicurezza).
 
Poi si nota sempre più una carenza di motivazioni dei preti giovani ad assumere impegni che non sono sentiti compatibili con il primato da dare all’evangelizzazione e alla formazione delle persone. Il che rivela un’immagine di pastore che non prevede l’amministrazione dei beni ecclesiastici come una vera attività “pastorale” né come una funzioni tipica del ministero ordinato2.
 
A questo si aggiunge il problema non nuovo e in qualche modo strutturale (vista la formazione quasi esclusivamente filosofico – teologica) della difficoltà e dell’impreparazione dei nostri preti verso le attività amministrative che comportano complesse procedure burocratiche, trattative e tempi lunghi di attesa, con la conseguente tentazione di delegare totalmente a qualcuno l’attività senza nemmeno saper valutare bene le competenze dei singoli, spesso scelti solo perché parrocchiani o amici o perché funzionari bancari di propria fiducia o ragionieri/commercialisti scelti a caso.

Per i presbiteri oggi si aggiunge l’esposizione ai truffatori o a sedicenti procuratori di affari, investitori, esperti o consulenti tecnici, ecc. che sanno manipolare facilmente soprattutto i più anziani con danni seri al patrimonio di parrocchie e altri enti. (2) La crescente complessità della normativa civilistica in materia di beni ed enti (per es. quella fiscale, quella sul no-profit, ecc.).
 
Il che comporta il ricorso quasi inevitabile a consulenze, spesso di spendiose, con professionisti esterni che hanno conoscenze approssimative delle norme ecclesiastiche, o che magari hanno diversità di interpretazioni delle norme e influenzano le decisioni dei legali rappresentanti.
 
All’opposto abbiamo anche chi nauseato dalla complessità delle norme e dalla spese “inutili” che comportano, non si cura di provvedere nemmeno ad alcune tutele necessarie e non utilizza nessuna assicurazione, esponendosi a rischi notevoli. In diversi casi e per motivi diversi non si tiene conto delle indicazioni o delle persone messe a disposizione dalle Curie diocesane, e si ricorre ad esse solo quando non si riesce più a risolvere i problemi economici o i danni sono già fatti.
 
(3) Le difficoltà di molte diocesi, ricche di beni immobili ma povere di risorse economiche. In particolare si può sottolineare la crisi che stanno attraversando quelle diocesi che negli ultimi 15 anni hanno iniziato opere notevoli o di restauro o di nuova edilizia di culto, confidando nel 50% o nel 75% derivante dalla CEI e nello smobilizzo di beni che invece il mercato ha svalutato o non riceve più, facendo saltare i preventivi, con il conseguente indebitamento a volte clamoroso di parrocchie e diocesi.
 
(4) Credo però che il grido di aiuto che ci arriva da parroci e anche da fedeli vada ascoltato. In diversi casi la quantità dei beni immobili da amministrare (Chiese, oratori, strutture nate per la catechesi, per i giovani, per la carità, centri di accoglienza, case di riposo, scuole dell’infanzia, strutture sportive, ricreative…)3 e la complessità degli adempimenti, sono oggettivamente ostacoli agli altri impegni pastorali perché chiedono tempo, energie, sono fonti di contestazioni dei fedeli, di preoccupazioni quando le iniziative vanno male…
 
gli impegni amministrativi di un parroco spesso vanno ben oltre ciò che deve fare un “buon padre di famiglia”, sono invece piutosto simili a quelli della gestione di una piccola azienda o di una cooperativa! Di fronte ai problemi elencati (e ad altri che si potrebbero sottolineare) si può reagire in modi diversi, ma certamente non serve tenere il segreto per lavare i panni sporchi in casa, non è utile anzi è pericoloso tentare di risolvere tutto da soli, né aderire a soluzioni radicali quasi magiche che qualcuno promette…
 
Né serve lo scoraggiamento e l’attesa passiva che qualcosa prima o poi cambi, lasciando correre inefficienze e trasmettendo pesanti eredità ai successori. I beni ci sono; i fedeli ce li hanno lasciati perché si sono fidati della Chiesa. Sono dei mezzi per raggiungere i fini propri della vita della Chiesa.
 
Per quanto sia difficile la loro amministrazione e per alcuni versi pericolosa, non può essere affrontata con atteggiamenti estremisti: né trasformando i presbiteri in manager (non possono diventarlo, né lo devono), né permettendo che abbandonino di fatto l’ambito economico-amministrativo, lasciando fare tutto ad altri.
 
II – Valori e atteggiamenti virtuosi (evangelici…)
 
Ascoltando anche le riflessioni degli economi e degli amministratori di varie diocesi, emergono alcuni temi di fondo, e alcuni valori o atteggiamenti che dovrebbero animare queste attività della vita della Chiesa. I presbiteri in particolare, o anche i diaconi, dovrebbero far crescere mentalità, attenzioni e procedimenti corretti e virtuosi, coordinando e formando altri laici collaboratori.
 
I diaconi in particolare, in crescita in tutte le diocesi italiane, sono figure che, se ben formate spiritualmente e competenti in materia, possono essere un aiuto significativo proprio in questi ambiti che sono tipici della loro vocazione e missione nella Chiesa; senza per questo immaginare che basti l’Ordinazione diaconale per farne dei buoni gestori dei beni ecclesiastici…
 
a) – L'uso dei beni a vantaggio della missione della Chiesa.
 
È il primo e fondamentale valore. La Chiesa oggi, come ieri, è chiamata ad un grande e rinnovato impegno di evangelizzazione. L’annuncio della Parola, la catechesi e la formazione cristiana, la liturgia e il culto, le tante attività pastorali coi bambini, coi ragazzi, con i giovani, le coppie, i malati, gli anziani, i poveri, gli emigrati, ecc. tutte queste azioni comportano però un notevole uso di mezzi e anche il coinvolgimento di persone (ministri, volontari, personale dipendente). Il primo valore da trasmettere e attualizzare soprattutto da parte dei presbiteri e dei diaconi, è che i beni immobili o le altre risorse della chiesa non possono essere usati che per questi fini: la pastorale, la carità, il culto, il dignitoso sostentamento del clero.
 
Usare il culto o le tante manifestazioni di religiosità popolare, per raccogliere fondi ad uso personale di singoli o di gruppi, associazioni, confraternite, ecc.; speculare, cercare il profitto per il profitto, accumulare; deviare i profitti su conti personali, ricaricare rimborsi spese o benefit; fare favoritismi a vantaggio di familiari, amici, appartenenti ad una partito, ecc. ecc.; tutto ciò (e altro ancora) è contro il bene della Chiesa, è contro il Vangelo, dove Gesù chiama i discepoli ad un vero distacco personale dal denaro e dalle ricchezze, per aiutare i poveri e per dare una testimonianza disinteressata e gratuita.
 
«Come l’amministratore fedele e prudente ha il compito di curare attentamente quanto gli è stato affidato, così la Chiesa è consapevole della responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni, alla luce della sua missione di evangelizzazione e con particolare premura verso i bisognosi»4.
 
Nell’amministrazione dei beni ecclesiastici i presbiteri si trovano insomma di fronte ad una doppia tentazione: cadere nell’uso improprio e interessato di beni che non sono dei singoli ma della comunità; oppure separare la pratica economica dalla dimensione pastorale. Di fronte al rischio, da una parte, di «accentuazioni spiritualistiche» del ministero sacerdotale e, dall’altra, di modalità troppo «mondane» o «aziendalistiche» di gestione, è un dovere evangelico ribadire il «criterio apostolico, che induce ad utilizzare i beni come strumento al servizio dell’evangelizzazione e della catechesi» (Apostolorum successores, n. 190), del culto e della carità, e dell’onesto sostentamento dei ministri.
 
b) – L’obiettivo della trasparenza.
 
Emergono troppo spesso fatti di cattiva gestione… Come devono crescere le nostre amministrazioni ecclesiastiche per evitare qualsiasi opacità? La pratica più utile a prevenire e anche a correggere dinamiche amministrative poco chiare, errate, illecite è innanzitutto la trasparenza. Ascoltiamo due testi dei Vescovi italiani:
 
«A tutte le comunità […] deve essere dato conto, secondo le norme stabilite, della gestione dei beni, dei redditi, delle offerte, per rispetto alle persone e alle loro intenzioni, per garanzia di correttezza, di trasparenza e di puntualità e per educare un autentico spirito di famiglia nelle stesse comunità cristiane»5 .
 
«Amministrare i beni della Chiesa esige chiarezza e trasparenza. Ai fedeli che contribuiscono con le loro offerte, agli italiani che firmano per l’otto per mille, alle autorità dello Stato e all’opinione pubblica abbiamo reso conto in questi anni di come la Chiesa ha utilizzato le risorse economiche che le sono state affidate. Siamo fermamente intenzionati a continuare su questa linea, cercando, se possibile, di essere ancora più precisi e dettagliati.
 
Nelle nostre comunità si è sviluppata infatti una mentalità gestionale più attenta e una maggiore sensibilità all’informazione contabile. Su questo fronte, tuttavia, dobbiamo ancora crescere: ogni comunità parrocchiale ha diritto di conoscere il suo bilancio contabile, per rendersi conto di come sono state destinate le risorse disponibili e di quali siano le necessità concrete della parrocchia, perché sia all’altezza della sua missione»6 .
 
Le Chiese particolari con i loro organismi di comunione e partecipazione, il Consiglio Affari economici e il Collegio Consultori, con le persone che operano nelle Curie e negli uffici diocesani, con orientamenti e interventi possono e devono muoversi in questo senso. Non potremo avere aiuti e sostegni necessari per la nostra vita di Chiesa se non si stabilisce un legame di fiducia tra i fedeli e i pastori, tra gli organismi e la base, tra il centro diocesi e le periferie.
 
Senza la fiducia, che ha come base una trasparenza vera degli atti e dei rendiconti, peraltro non ci sarà mai nemmeno una partecipazione attiva, responsabile, efficace dei fedeli, con grave danno di tutti. La C.E.I. con l’Istruzione in materia amministrativa (2005) ha dato un contributo notevole alla buona amministrazione nella Chiesa italiana, ma l’Istruzione deve essere studiata bene dai futuri presbiteri, dai diaconi e dagli amministratori o anche dai membri dei consigli per gli affari economici. E applicata!7
 
Naturalmente vanno osservate e fatte osservare le norme del Codice di Diritto Canonico sui beni temporali (in primis i can. 1281 – 1288), ma anche le delibere della CEI, le scelte delle Conferenze episcopali regionali… per esempio, le norme relative alla raccolta di fondi, alla trasparenza dell’amministrazione, al rispetto dell’intenzione del donante (cann. 531; 1267, § 3; 1300), ecc.
 
Una particolare attenzione andrebbe data al Decreto sugli atti di straordinaria amministrazione, da depositare in Prefettura8 , che permette la vigilanza e l’accompagnamento da parte del Vescovo e dei suoi collaboratori nella Curia diocesana verso i parroci e gli altri responsabili di beni ed enti ecclesiastici civilmente riconosciuti.
 
c) – La scelta delle persone.
 
Una riflessione a parte meriterebbe infine il capitolo forse più importante per il tema sia della trasparenza, che della buona amministrazione guidata da criteri evangelici, ecclesiali e rispettosa delle leggi civili: le persone. Sono infatti le principali risorse di ogni attività, anche nella Chiesa. Ci chiediamo come vengono scelte le persone a cui si affidano le gestioni soprattutto dei patrimoni diocesani o delle fondazioni, delle nostre cooperative sociali, delle opere, delle confraternite, ecc. quelle che collaborano coi parroci per i beni delle parrocchie?
 
Come vengono preparati e formati i responsabili? Do solito si scelgono persone adulte che hanno alcune competenze e una storia professionale o lavorativa che garantisca la utilità del loro apporto. Ma riuscire a formare un adulto, che ha già schemi e abitudini stabilizzate dalle sue precedenti attività, non è affatto scontato.
 
Così come far acquisire criteri evangelici ed ecclesiali a chi non è dentro da sempre nel cammino della comunità ecclesiale. Aggiungiamo poi che nelle nostre diocesi a livello centrale o periferico, a volte dopo la nomina gli amministratori, e spesso anche i parroci, sono lasciati soli. Chi fa controlli e verifiche sugli atti ordinari? Ci sarebbero figure che potrebbero (e dovrebbero) intervenire: i vicari foranei; i vicari episcopali per l’amministrazione dei beni; i vicari generali; i Consigli diocesani per gli affari economici: ma di fatto riescono a svolgere questi compiti di verifica e di controllo?
 
Chi controlla la correttezza e la veridicità dei rendiconti presentati (quando vengono presentati!) in Curia? Chi tiene aggiornati gli inventari, i dati catastali, i contratti di locazione, ecc. ecc. Spesso anche le nostre Curie sono poco attrezzate e non hanno personale capace o autorevole per intervenire con controlli efficaci là dove si rivelano dubbi circa la correttezza di certe operazioni… 9
 
I laici che svolgono compiti chiave in queste realtà economiche amministrative hanno bisogno di una formazione specifica non solo tecnico giuridica, ma anche etica ed ecclesiale. Non si deve dare per scontata la flessibilità personale e la disponibilità ad imparare modalità nuove e/o ad acquisire valori prima non praticati.
 
Si deve pensare a percorsi di aggiornamento teorici con tempi lunghi, in interazione con e mettendo a frutto l’esperienza quotidiana a servizio dell’ente ecclesiastico. Anche per i presbiteri si evidenzia, come già detto, l’importanza di una specifica attività formativa in campo amministrativo sia durante la formazione di base in seminario sia in sede di formazione permanente, soprattutto nei primi anni di esercizio del ministero.
 
Diverse diocesi hanno intrapreso un’attività sistematica di formazione amministrativa dei presbiteri (insieme ai loro collaboratori e consulenti). Anche la C.E.I. promuove con continuità questa attività di formazione, che fa da stimolo e da esempio per ciò che si deve fare a livello di Chiese locali.
 
d) – La partecipazione della comunità e la corresponsabilità dei fedeli laici.
 
Ci si lamenta spesso che la partecipazione dei laici nei Consigli per gli affari economici delle diocesi e delle parrocchie non è adeguata. Anche perché a volte sono scelti solo per le competenze tecniche, oppure a volte solo per la fedeltà ecclesiale, senza la necessaria sintesi tra i due requisiti. Come rivitalizzare questi organismi di partecipazione affinché i laici esercitino una vera corresponsabilità e diventino efficaci?
 
Come evitare d’altra parte il rischio che i sacerdoti incaricati accentrino su di sé tutta l'azione economica, annullando l’apporto dei laici, oppure che, al contrario, deleghino tutto? Anche per questo aspetto della vita ecclesiale occorre una formazione specifica dei presbiteri e dei laici, di chi deve presiedere e di chi deve consigliare e collaborare responsabilmente: ci sono valori e atteggiamenti da assumere, per poter agire con una “coscienza ben formata”!
 
Possiamo riferirci ad un testo dei Vescovi italiani: «Nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati alla corresponsabilità, vivendo una solidarietà non soltanto affettiva ma anche effettiva e partecipando, secondo la condizione e i compiti di ciascuno, all’edificazione storica della comunità ecclesiale. Nessuno nella Chiesa può dire: «Non mi riguarda».
 
La corresponsabilità crescerà, soprattutto, con un più deciso impegno a far crescere la spiritualità diocesana che si caratterizza per l’amore e il servizio alla propria Chiesa particolare. Ciò comporta, da parte dei pastori, il superamento di quella mentalità clericale e accentratrice che tende a estromettere i laici dalla elaborazione dei processi decisionali e dalla gestione dei beni e delle risorse. Nel contempo, esige da parte dei fedeli, in particolare dei laici, un deciso investimento dei propri talenti per il bene della comunità ecclesiale.
 
Siamo convinti che crescerà nei fedeli il senso di appartenenza e di corresponsabilità, incidendo concretamente sulla vita e sul funzionamento delle nostre comunità, se in parallelo maturerà una più ampia consapevolezza del ruolo delle strutture di partecipazione, tanto a livello diocesano (consiglio presbiterale, consiglio pastorale diocesano, consiglio diocesano per gli affari economici) quanto parrocchiale (consiglio pastorale parrocchiale, consiglio parrocchiale per gli affari economici), favorendone, laddove necessario, il rilancio»10 .
 
L’obiettivo principale è quello di arrivare ad una effettiva condivisione del carico amministrativo, non della riduzione delle responsabilità. Il presbitero che «delega» tutto o, al contrario, «accentra» su di sé tutto, non rispetta la visione ecclesiologica del Concilio Vaticano II e procura danni anche economici a sé e alle comunità.
 
D’altro canto anche i laici che vogliono occupare alcune funzioni divenendo “inamovibili”, rivelano il desiderio di potere più che l’attitudine al servizio, provocando uguali danni alle comunità. Ciò che serve è un’amministrazione informata al «criterio di partecipazione» come ci chiedono la disciplina generale della Chiesa11 e molti degli orientamenti pastorali dei Vescovi in questi decenni del post-Concilio.
 
Per quanto riguarda il rapporto dei presbiteri con i laici del Consiglio Parrocchiale Affari Economici (cf. can. 537)12 ci si deve chiedere: perché spesso sono visti come demotivati e poco rilevanti? L’esperienza in questo campo ci mostra che non basta la disponibilità personale, né la sintonia col parroco e una qualche preparazione sulle materie economiche.
 
Se si vogliono dei laici motivati e impegnati, si deve prima di tutto fare loro spazio, abbandonando la mentalità del clericalismo, poi si devono accogliere con i loro doni e capacità, scegliere quelli più adatti, formarli specificamente, incaricarli ufficialmente. Prima infatti di dare a dei laici un compito di questo genere occorre formarli alla mentalità “ministeriale”, che comporta atteggiamenti e motivazioni diverse rispetto al semplice volontariato.
 
Non bastano dei buoni volontari che avendo tempo libero si prestano per fare attività amministrative. Una formazione all’ecclesialità, una conoscenza dei compiti e della missione della Chiesa e una loro adesione alla vita di fede che sia sotto gli occhi della comunità, sono necessarie, tanto quanto una certa esperienza professionale (giuridica, amministrativa, gestionale, ecc.), seppure proporzionata alle necessità più o meno complesse della parrocchia o dell’ente ecclesiastico.
 
Forse sarebbe opportuno far partecipare in qualche modo anche la comunità, o almeno il Consiglio pastorale, alla scelta dei soggetti, così da farli sentire investiti da un riconoscimento comunitario, non solo del parroco. Il mandato poi sarebbe bene conferirlo in modo ufficiale durante una celebrazione domenicale, per dare il senso di un ministero a servizio di una comunità che si fonda sulla Parola di Dio e sull’Eucaristia; con un impegno a tempo determinato, eventualmente rinnovabile, ma con impegni fissi, modulato sulle necessità della parrocchia o dell’ente, sotto il coordinamento del parroco o del legale rappresentante cui spetta la presidenza del Consiglio Affari economici.
 
Diverse diocesi hanno modificato lo Statuto dei Consigli, per rafforzare il ruolo di questi laici, per esempio, in sede di presentazione del rendiconto annuale alla comunità e alla diocesi, e nell’ambito della richiesta di autorizzazione ad atti di straordinaria amministrazione; il alcune diocesi la loro nomina avviene con decreto del vescovo.
 
Anche questa è una via utile: il ripensamento del ruolo di questi consiglieri con una revisione dello Statuto che le Diocesi possono studiare. Un altro aspetto già citato riguarda i consulenti professionisti. È importante che anch’essi siano inseriti, come laici, nella vita ecclesiale e forse è meglio che non assumano il ruolo di membri del Consiglio per gli Affari economici, per distinguere in modo adeguato la funzione del consulente tecnico-professionale dal servizio ecclesiale dei membri del Consiglio.
 
La loro preparazione dovrà però essere integrata con opportuni aggiornamenti sulle norme canoniche e sulle procedure proprie della disciplina ecclesiale, nonché sui valori e gli atteggiamenti di fondo propri della gestione dei beni nella Chiesa. Come già accennato, in alcune diocesi si affida ai diaconi permanenti, che spesso provengono da specifiche esperienze professionali, il compito di collaborare con i presbiteri nell’amministrazione dei beni. Queste figure grazie alla loro formazione teologica e spirituale, al loro legame col Vescovo, potranno essere di grande aiuto in questi settori, sempre però passando attraverso una formazione specifica.
 
e) – Le forme della collaborazione tra parrocchie.
 
Stanno crescendo in tante diocesi esperienze, spesso anche stabilizzate e formalizzate, di collaborazione di più parrocchie all’interno delle unità pastorali, delle comunità pastorali o delle foranie. Ad esse fanno spesso riferimento una considerevole quantità di beni: chiese, canoniche, oratori, campi sportivi, sale polifunzionali, eventuali unità immobiliari in affitto o in comodato, scuole materne, case di riposo, ecc.
 
Il diritto canonico esige che ciascuna parrocchia sia dotata di un proprio CPAE (can. 537)13, come ogni altro ente ecclesiastico. Mantenere la separazione dei beni e un CPAE proprio anche per le realtà più piccole, evita certamente alcuni conflitti e in molti casi permette una partecipazione dei fedeli più sentita ed efficace.
 
Il cammino verso la collaborazione stabile di più parrocchie ha bisogno di sperimentarsi su tempi non brevissimi e cresce attraverso le iniziative e i cammini formativi unitari, le liturgie comuni, la condivisione dei volontari, la partecipazione reciproca ad iniziative tipiche degli uni e degli altri, inoltre soprattutto attraverso la costituzione di un consiglio pastorale unitario che sia davvero rappresentativo di tutti.
 
Dalla pastorale integrata nasce a poco a poco la necessità di mettere in comune anche i beni e i mezzi, non solo le persone; di finanziare insieme le attività, gli eventi, i cammini formativi comuni coi ragazzi, coi giovani, ecc. A questo punto si possono sperimentare anche alcune strade di ulteriore integrazione:
 
- la costituzione di una giunta economica, con uno o più esponenti di ciascun consiglio parrocchiale per gli affari economici, con funzioni di armonizzazione e coordinamento, spingendosi in alcuni casi non tanto alla costituzione di una cassa comune, quanto all’istituzione di un fondo di perequazione, che consenta alle parrocchie in difficoltà di essere aiutate da quelle con maggiori risorse;14
 
- la nomina di un unico segretario amministrativo o economo da parte di tutte le parrocchie dell’unità o comunità pastorale, con funzione di collaborazione, proposta e coordinamento;15
 
- la costituzione di un procuratore generale, perché operi in tutti i campi civilistici con la delega delle capacità negoziali delle parrocchie, o di un procuratore ad acta, per limitare tali poteri ad alcuni settori (ad esempio quelli giuslavoristici e relativi alla sicurezza), - la predisposizione di servizi comuni di consulenza professionale16.
 
Non manca chi ipotizza l’erezione dell’Unità o Comunità pastorale in persona giuridica pubblica, e successivo riconoscimento come “ente ecclesiastico civilmente riconosciuto”, per consentire la gestione unitaria e diretta degli immobili di interesse comune. Occorre valutare bene i rischi e le opportunità di questi diversi strumenti17 .
 
In alcune Diocesi si offre alle parrocchie la possibilità di ricorrere a contratti di affidamento, con i quali incaricare della gestione di alcuni beni uno studio associato (legale e commerciale) o una società, che avrebbero una «funzione unicamente strumentale», fornendo una professionalità specifica e sollevando la parrocchia dal peso della gestione ordinaria dei beni affidati, ma senza pregiudicare la proprietà e il controllo del parroco e del vescovo su di essi18 .
 
In queste situazioni di cambiamento e di sperimentazioni, sarà necessario valorizzare in modo specifico la figura del Vicario foraneo, perché tenga il collegamento della Curia con le amministrazioni parrocchiali. Tra i suoi compiti c’è anche l’attenzione “che i beni ecclesiastici siano amministrati diligentemente”; e che “la casa parrocchiale sia conservata con la debita cura” (can. 555, § 1, n. 3).
 
In alcune Diocesi infatti al vicario foraneo è affidata la vigilanza sulla costituzione e il funzionamento degli organismi di partecipazione (CPAE) parrocchiali (o interparrocchiali) per la sua possibilità di presenza sul territorio, di conoscenza delle persone e soprattutto di vicinanza ai parroci. San Giuseppe patrono dei Padri di famiglia, dei Lavoratori e degli Economi ci guidi e ci protegga.

 
mons. Lorenzo Ghizzoni
 
 
 
(articolo tratto da www.economato.chiesacattolica.it)  
 
 
1 http://www.chiesacattolica.it/economato/siti_di_uffici_e_servizi/economato_e_
amministrazione/00063806_L_amministrazione_dei_beni_immobili.html
2 È vero che « l'operaio è degno della sua mercede » e che « il Signore ha disposto che quelli che annunziano il Vangelo vivano del Vangelo », ma è altrettanto vero che questo diritto dell'apostolo non può assolutamente confondersi con qualsiasi pretesa di piegare il servizio del Vangelo e della Chiesa ai vantaggi e agli interessi che ne possono derivare. Solo la povertà assicura al sacerdote la sua disponibilità ad essere mandato là dove la sua opera è più utile ed urgente, anche con sacrificio personale. … Personalmente inserito nella vita della comunità e responsabile di essa, il sacerdote deve offrire anche la testimonianza di una totale « trasparenza » nell'amministrazione dei beni della comunità stessa, che egli non tratterà mai come fossero un patrimonio proprio, ma come cosa di cui deve rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai poveri. (PDV 30)
3 Massimo Calvi, I “luoghi” parrocchiali: scuola, oratori, patronati e case della dottrina, centri di accoglienza e case di riposo, in Quaderni di diritto ecclesiale, 24 (2011) 209-228.
4 Papa Francesco, Motu proprio "Fidelis dispensator et prudens", 24 febbraio 2014.
5 CEI, Sovvenire alle necessità della Chiesa. Corresponsabilità e partecipazione dei fedeli, 14 novembre 1988, n. 16.
6 CEI, Sostenere la Chiesa per servire tutti. A vent’anni da Sovvenire alle necessità della Chiesa, 4 ottobre 2008, n. 10.
7 Segnalo anche per tutte queste materie sia la rivista Ex-Lege sia l’inserto Non Profit dell’Avvenire
8 In diverse diocesi non si è ancora provveduto al deposito del decreto vescovile sugli atti di straordinaria amministrazione ex can. 1281 § 2, con la conseguenza che non possono essere opposti a terzi, che non ne siano a conoscenza, le limitazione dei poteri di rappresentanza o l’omissione di controlli canonici (art. 18, della Legge 222/1985). È un atto necessario che permette alle autorizzazioni dell’Ordinario di avere efficacia civile oltre che canonica.
9 E c’è anche il rischio che si chieda alla curia di sostituirsi ai parroci (soprattutto in merito ad atti di maggiore importanza e/o di straordinaria amministrazione) oltre a quello, opposto, di sottrarsi alla sua vigilanza. È importante ribadire che gli uffici della curia non possono sostituirsi alla responsabilità dei legali rappresentanti ma hanno un compito di indirizzo, di coordinamento, di vigilanza, di studio e formazione. I compiti degli uffici della curia vanno precisati nei decreti costitutivi, nei regolamenti e nelle istruzioni particolari.
10 CEI, Sostenere la Chiesa per servire tutti. A vent’anni da Sovvenire alle necessità della Chiesa, 4 ottobre 2008, n. 7.
11 Cfr. can. 519 CIC; Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum successores, n. 190.
12 Vedere la descrizione completa e utile del CPAE in Istruzione in Materia amministrativa, nn. 105 e 106.
13 Il dato è ribadito, ad esempio, da Diocesi di Torino, Le Unità pastorali. Orientamenti e Norme. Edizione aggiornata al 2009, p. 9: «Le Unità Pastorali, infatti, non eliminano né la figura giuridica della parrocchia, né la responsabilità pastorale attribuita ai parroci, né, tantomeno, intendono intaccare l'autonomia amministrativa di ogni singola parrocchia. Ogni singola parrocchia, quindi, mantiene la propria iscrizione nel registro delle persone giuridiche presso la Prefettura e i parroci, in qualità di legali rappresentanti, rimangono responsabili della pastorale, della direzione e dei negozi giuridici delle loro rispettive parrocchie».
14 Nella Diocesi di Milano, anche se la singola parrocchia mantiene il proprio CPAE, la Comunità pastorale costituisce un proprio consiglio per gli affari economici composto da almeno tre rappresentanti per parrocchia, per custodire l’equilibrio tra la CP e le singole parrocchie.
15 Nella Diocesi di Milano, la Comunità pastorale ha un economo, con il compito di favorire «una amministrazione puntuale e competente di beni e di attività della comunità pastorale nel suo insieme e delle parrocchie che la compongono» (Card. D. Tettamanzi).
16 Alcune Diocesi hanno costituito un pool di professionisti (nelle Diocesi più grandi, una vera e propria società di servizi) a supporto di quei parroci (o coordinatori/moderatori di unità/comunità pastorali) che ne richiedano la consulenza o l’intervento.
17 In merito al rapporto tra il CPAE parrocchiale e l’eventuale costituzione di un consiglio per gli affari economici a livello di unità pastorale, ci si chiede, ad esempio, «come collocare gerarchicamente i diversi istituti? Il parroco, preposto alla singola parrocchia interessata alla gestione di un bene, mantiene nella forma e nella sostanza il potere deliberativo, oppure questo potere è trasferito all’unità pastorale? Qualora questo stesso potere diventasse di competenza, per diritto particolare, nella eccezione prevista dal canone 1279, § 1, della UP, allora assisteremmo ad un traghettamento verso il centro del potere decisionale non solo relativo alla pastorale generale, ma anche alle politiche gestionali dei beni» (A. Fabbri).
18 Cf. A. Neri, «Legislazione canonica e prassi della Congregazione per il Clero per le alienazioni di beni immobili: dialogo tra Santa Sede e Chiese particolari». La proposta comunque comporta dei rischi da valutare bene.
 
 
 
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