Guardare la croce con gli occhi del centurione 
 
[...] Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all'udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno. Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
 
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. [...].
 
Gesù entra a Gerusalemme, non solo un evento storico, ma una parabola in azione. Di più: una trappola d'amore perché la città lo accolga, perché io lo accolga. Dio corteggia la sua città, in molti modi. Viene come un re bisognoso, così povero da non possedere neanche la più povera bestia da soma. Un Dio umile che non si impone, non schiaccia, non fa paura. «A un Dio umile non ci si abitua mai» (papa Francesco).

Il Signore ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito. Ha bisogno di quel puledro d'asino, di me, ma non mi ruberà la vita; la libera, invece, e la fa diventare il meglio di ciò che può diventare. Aprirà in me spazi al volo e al sogno. E allora: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. È straordinario poter dire: Dio viene. In questo paese, per queste strade, in ogni casa che sa di pane e di abbracci, Dio viene, eternamente incamminato, viaggiatore dei millenni e dei cuori. E non sta lontano.

La Settimana Santa dispiega, a uno a uno, i giorni del nostro destino; ci vengono incontro lentamente, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella da fare per viverli bene è stare accanto alla santità profondissima delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. Stare accanto, con un gesto di cura, una battaglia per la giustizia, una speranza silenziosa e testarda come il battito del cuore, una lacrima raccolta da un volto.

Gesù entra nella morte perché là è risucchiato ogni figlio della terra. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. Perché l'amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l'amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. La croce è l'abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. L'ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: costui era figlio di Dio. Che cosa l'ha conquistato? Non ci sono miracoli, non risurrezioni, solo un uomo appeso nudo nel vento.
 
Ha visto il capovolgimento del mondo, dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire; di vincere la violenza, ma prendendola su di sé. Ha visto, sulla collina, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo. E il Crocifisso ne possiede la chiave.
 

(Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Marco 14,1-15,47)
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di Enzo Bianchi.
 
Il racconto della passione di Gesù, che la liturgia oggi ci propone accanto a quello dell’entrata festosa di Gesù in Gerusalemme (Mc 11,1-10), occupa un quinto dell’intero vangelo secondo Marco. È il racconto più antico contenuto nei vangeli, una lunga narrazione nella quale troviamo l’eco dei testimoni, innanzitutto di Pietro, il cui nome torna sovente, e poi degli altri discepoli. Tutti, però, al momento dell’arresto si danno alla fuga…
 
Il racconto è composto di due parti: la prima, che narra gli eventi vissuti da Gesù insieme alla sua comunità fino alla cattura (cf. Mc 14,1-42), e la seconda che presenta il processo nelle sue fasi, l’esecuzione della condanna in croce e il seppellimento del corpo di Gesù in una tomba (cf. Mc 14,43-15,47).
 
Data l’ampiezza di questo brano, non possiamo farne un commento puntuale, dunque ci limiteremo a uno sguardo d’insieme che evidenzi la buona notizia, il Vangelo contenuto nel racconto della passione. Questa narrazione mette alla prova il nostro sguardo di fede su Gesù: siamo quasi costretti a patire lo scandalo e la follia della croce (cf. 1Cor 1,23), siamo posti di fronte all’esito fallimentare della vita di Gesù.
 
Colui che è passato in mezzo alla sua gente facendo il bene (cf. At 10,38), curando i malati e talvolta guarendoli, e costringendo il demonio a obbedirgli (cf. Mc 1,27) e ad arretrare; colui che, quale profeta potente in opere e in parole, “tutti cercavano” (cf. Mc 1,37); colui che ha attirato a sé le folle, le quali lo hanno acclamato benedetto e veniente nel nome del Signore (cf. Mc 11,9); colui che è riuscito a radunare intorno a sé una comunità itinerante di uomini e donne che lo riconosceva quale Profeta e Messia; quest’uomo, Gesù di Nazaret, conosce una fine impensabile e approda a una morte fallimentare.
 
Ogni lettore attento del vangelo, ogni discepolo che ha seguito Gesù dal suo battesimo fino alla fine non può non essere profondamente scosso, turbato da tale esito… Dov’è finita – viene da chiedersi – la forza di Gesù, la potenza con cui egli liberava dalla malattia e dalla morte quanti ne erano segnati? “Ha salvato altri, non può salvare se stesso!” (Mc 15,31) – lo scherniscono i suoi avversari… Dov’è finito quel carisma profetico con cui egli annunciava ormai vicinissimo, anzi presente, il Regno di Dio (cf. Mc 1,15)?
 
Perché nella passione Gesù è ridotto al silenzio e si lascia umiliare senza aprire la bocca (cf. Is 53,7)? Dov’è quell’autorevolezza riconosciutagli tante volte da chi lo chiamava maestro, lo acclamava profeta, lo invocava come Messia e Salvatore? Tutti coloro che sembravano suoi seguaci e simpatizzanti sono scomparsi, e Gesù è solo, abbandonato da tutti, inerme e senza alcuna difesa.
 
Ma l’enigma è ancora più radicale: dov’è Dio durante la passione di Gesù? Quel Dio che sembrava essergli così vicino e che egli chiamava confidenzialmente “Abba”, cioè “Papà caro”; quel Dio che lo aveva dichiarato “Figlio amato” al battesimo (cf. Mc 1,11) e alla trasfigurazione (cf. Mc 9,7); quel Dio per il quale Gesù aveva messo in gioco e consumato tutta la propria vita, dov’è ora?
 
Non lo si dimentichi: la morte di croce – come ha compreso l’Apostolo Paolo – è la morte del maledetto da Dio (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), giudicato tale dalla legittima autorità religiosa di Israele, e, nel contempo, è il supplizio estremo inflitto a chi è ritenuto nocivo alla società umana. Gesù è veramente morto come un impostore, nell’ignominia, appeso tra cielo e terra perché rigettato da Dio e dagli uomini…
 
È assai difficile rispondere a queste domande. Si può cominciare col notare che Gesù ha percorso questo cammino – giustamente definito via crucis, via della croce – pregando il Padre affinché lo sostenesse in quell’ora tenebrosa, “supplicando Dio con forti grida e lacrime” (cf. Eb 5,7); in tutto questo, però, ha sempre lottato per abbandonarsi in Dio e cercare di compiere la sua volontà, non la propria (cf. Mc 14,36). Sì, Gesù ha vissuto la passione mantenendo la sua piena fiducia nel Padre, ha creduto che Dio non lo avrebbe abbandonato, che sarebbe rimasto con lui, dalla sua parte, nonostante le apparenze di segno opposto e il reale fallimento umano della sua vita e della sua missione.
 
Ma nel racconto della passione secondo Marco c’è una rivelazione somma, fatta da Gesù stesso durante il processo avvenuto nella notte in casa del sommo sacerdote, dove sono riuniti tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi, dunque tutte le autorità religiose di Israele. Costoro cercano una testimonianza contro Gesù ma non la trovano, e le false prove accumulate, discordanti tra loro, risultano invalide. Ecco allora che il sommo sacerdote si alza nel mezzo e interroga Gesù: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?” (Mc 14,61). La domanda è decisiva, richiede una confessione sulla sua identità di Cristo-Messia e di Figlio di Dio (il Benedetto).
 
Gesù, che aveva ricevuto la confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29), replicando all’apostolo e agli altri di non parlarne a nessuno (cf. Mc 8,30), ora dice con parrhesía, con franchezza: “Io lo sono” (Egó eimi)” (Mc 14,62). È la piena rivelazione! Sì, Gesù è il Cristo, è il Figlio di Dio, veniente da colui che si era rivelato come “Io sono” (Es 3,14; cf. Is 41,4.10). Il vangelo secondo Marco si era aperto con le parole: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1), testimoniando la fede della chiesa in Gesù. Qui è Gesù stesso che si rivela quale Cristo e Figlio di Dio.
 
E continua: “E vedrete il Figlio dell’uomo che siede alla destra della Potenza di Dio e viene con le nubi del cielo” (Mc 14,62). Ci sarà una manifestazione nel futuro, secondo la visione profetizzata da Daniele (cf. Dn 7,13-14), che si imporrà e rivelerà la vera identità di Gesù, ora catturato, prigioniero e condannato alla morte violenta: l’imputato nel processo sarà il Giudice alla fine dei tempi (cf. Mc 13,26-27)!
 
Questa rivelazione di Gesù davanti al sommo sacerdote sarà ripresa dal centurione sotto la croce il quale, “vedendolo morire in quel modo, disse: ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!’” (Mc 15,39). Durante tutta la sua missione, l’identità di Gesù quale Figlio di Dio era stata occultata e non pubblicamente proclamata, per volontà di Gesù stesso, ma nella passione avviene la sua piena rivelazione: Gesù è il Figlio di Dio, il Messia manifestato al popolo di Israele e confessato da un pagano sotto la croce. Davvero, come ha saputo esprimere in modo magistrale un monaco del XII secolo: “Senza bellezza né splendore, e appesa alla croce, va adorata la Verità”.
 
Cosa resta da dire? Per comprendere in profondità la passione di Gesù, così da poterlo seguire in essa senza scandalizzarsi, possiamo ancora meditare sul senso del gesto eucaristico dell’ultima cena (cf. Mc 14,17-25). Gesù ha compiuto tale atto per evitare che i discepoli leggessero la sua morte come un evento subito per caso, oppure dovuto a un destino ineluttabile voluto da Dio.
 
Nulla di tutto questo. Gesù ha infatti vissuto la propria fine nella libertà: avrebbe potuto fuggire prima che gli eventi precipitassero, avrebbe potuto cessare di compiere azioni e pronunciare parole al termine delle quali lo attendeva una condanna a morte. Ma non lo ha fatto; anzi, è rimasto fedele alla missione ricevuta da Dio, ha continuato a realizzare in tutto e puntualmente la volontà del Padre, anche a costo di andare incontro a una fine ignominiosa.
 
E questo perché sapeva bene che solo così poteva amare Dio e i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1)… Gesù ha concluso la sua esistenza così come l’aveva sempre spesa: nella libertà e per amore di Dio e di tutti gli esseri umani! Affinché ciò fosse chiaro, Gesù ha anticipato profeticamente ai discepoli la sua passione e morte, spiegandola loro con un gesto capace di narrare l’essenziale di tutta la sua vicenda: pane spezzato, come la sua vita lo sarebbe stata di lì a poco; vino versato nel calice, come il suo sangue sarebbe stato sparso in una morte violenta.
 
Se, all’inizio del vangelo, Marco aveva scritto che i discepoli, “abbandonato tutto, seguirono Gesù” (cf. Mc 1,18.20), nell’ora della passione si vede costretto ad annotare che essi, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Mc 14,50). Lo scandalo della croce permane in tutta la sua durezza e non va attutito, ma il segno eucaristico, memoriale della vita, passione e morte di Gesù, sarà capace di radunare di nuovo i discepoli intorno al Cristo Risorto. La comunità dei discepoli di Gesù potrà così attraversare la storia e giungere fino a noi, senza temere di affrontare anche le ore buie e le crisi: il suo Signore l’ha infatti preceduta anche in queste prove, vivendole nella libertà e per amore.
 
 
(tratto da www.monasterodibose.it)
 
 
 
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