«Serve una correzione di rotta!». Questo il senso del lungo messaggio che Thomas Frings pubblica nel febbraio 2016 sulla pagina Facebook della sua parrocchia di Münster, storica città tedesca. Ha deciso di prendersi una pausa di riflessione, ritirandosi in un monastero per un anno, ma anche di rendere pubbliche le ragioni della sua scelta: basta con «l'inutile sforzo» di una pastorale sclerotica e inadeguata!
 
Un evento apparentemente marginale, ma dagli echi fortissimi e imprevisti, prima su internet, con migliaia di condivisioni e commenti al messaggio originale (un prete tedesco gli scrive: «La tua scelta è uno dei sogni proibiti che non oso pronunciare ad alta voce per paura di autoconvincermi… Ammiro il tuo coraggio!»), e poi sui media tradizionali, dalla tv ai giornali.
 
In questo libro – rimasto per settimane nella classifica dei libri più venduti in Germania – Frings racconta in modo semplice, mai polemico, spesso ironico, la vita quotidiana di un parroco qualunque, ingabbiato in una «pastorale dell'inutile», e prova a immaginare vie nuove per una Chiesa del futuro.
 
Dalla prefazione:
 
L’autore di questo libro è un prete tedesco che, dopo trent’anni di servizio parrocchiale, si sente felice di essere prete, si sente stimato e voluto bene dalla sua chiesa, ben accompagnato dal suo vescovo, ma provocato dalla constatazione, a cui in questo libro dà voce, che tutti gli indicatori di buon esito del lavoro parrocchiale compiuto sono pesantemente negativi. In verità Gesù, quando molti si allontanavano da lui, ha provocato i Dodici chiedendo: «Volete andarvene anche voi?». Ma nella situazione attuale del cattolicesimo tedesco, Thomas Frings vede non solo questo. Vede la stanchezza di un apparato ecclesiale organizzatissimo e a modo suo molto efficiente, eppure orientato su una rotta che non intercetta l’umanità a cui dovrebbe essere rivolto.
 
Egli non intende in alcun modo rompere con la sua chiesa, ma neppure fare ulteriormente il parroco in questo modo. Non pretende di avere una soluzione, men che meno la soluzione alle crisi pastorali del cattolicesimo occidentale o anche solo tedesco. L’analisi pastorale che svolge, il lettore italiano come quello di lingua tedesca la può leggere nel libro, vivace, appassionato, non privo anche di umorismo. Evidentemente può consentire o dissentire dall’insieme e dalle singole riflessioni dell’autore. Non è qui il problema: ciò vale per ogni scritto che sia consegnato al pubblico.
 
Ciò che conta è che il libro fa pensare, aiuta a riflettere, sia sulle vie del cattolicesimo tedesco sia sulle vie delle altre, delle nostre chiese, interessate a ciò che qui si legge sia per un affetto di comunione sia anche per una condivisione di esperienze e di problemi. In questa condivisione contano le somiglianze e le differenze. Anche le differenze, non per dire chi sia messo meglio o peggio, non per sentirsi migliori o peggiori, ma per capire, anche grazie al confronto, il  proprio e l’altrui presente, le proprie e le altrui prospettive per il futuro, infine «ciò che lo Spirito dice alle chiese».
 
Ci troviamo, noi lettori italiani a cui questa traduzione è destinata – e poi l’area di lingua italiana non è essa stessa monolitica –, di fronte a sviluppi e problemi simili a quelli che la pastorale parrocchiale presenta nella Germania descritta da Frings? O con quali differenze e prospettive? Alcune situazioni comuni si percepiscono subito, e afferrano il lettore. Anche differenze si vedono, ma non permettono di staccare la presa e di sentirsi senz’altro liberi da un’intensa percezione di responsabilità. Mi soffermo su quella che mi sembra la più vistosa differenza e su quella che mi sembra la più consistente affinità tra le situazioni delle nostre chiese.
 
Ci sentiamo subito direttamente interpellati dal disamore – se è giusto chiamarlo così – per la pratica ecclesiastica. Forse in termini numerici ci sono differenze ma la linea di tendenza è la stessa, e può essere solo questione di tempo. La gente frequenta meno la messa, i preti diminuiscono di numero e crescono di età e così via. La differenza più percepibile riguarda invece il rilievo civile, economico e in special modo fiscale che ha in Germania la dichiarazione di appartenenza alla chiesa cattolica o ad altra chiesa o religione o a nulla di simile. Il lettore italiano ne viene a percepire risvolti a cui non sarebbe portato immediatamente a pensare.
 
Questo si intreccia con riflessioni come quella, per esempio, sull’impegno professionale e a tempo pieno del personale ecclesiastico o comunque sia legato alla chiesa da un rapporto non di semplice volontariato: le dimensioni del fenomeno nella chiesa tedesca genera visibilmente efficienza, ma anche ambiguità e problemi. Non c’è alcuna reale possibilità che qualcosa del genere si configuri nella chiesa italiana, ma leggere un libro come questo di Frings può essere per noi come considerare al microscopio i pro e i contro dell’importante esperienza in questione, per apprendere dagli uni e sfuggire gli altri. La struttura vigente in Italia del cosiddetto otto per mille non comporta da parte del cittadino una dichiarazione di appartenenza alla chiesa o ad altre istituzioni, né concorre a determinare l’entità delle proprie imposte, ma solo la distribuzione di una percentuale dell’insieme del gettito.
 
Non ci vuole molto a immaginare che se in Italia tale firma implicasse un supplemento di imposta da destinare secondo la libera decisione del contribuente le percentuali crollerebbero. Il caso citato da Frings della maestra in un asilo cattolico che il giorno dopo essere andata in pensione firma la dichiarazione di uscita dalla chiesa porrà a più di un lettore italiano la domanda: fingeva prima o dopo? Fingeva prima per custodire il lavoro o dopo per evitare l’imposta? Potrebbe essere che per il lettore tedesco la risposta sia diversa da quella che noi siamo portati a immaginare.
 
Ricordo che una sera in cui mi è capitato di cenare con lui, circa trent’anni fa, al tempo dunque pressappoco in cui inizia la curva considerata da Frings, il cardinale Ballestrero, in vena di colloqui conviviali, mi raccontava di quando, una decina d’anni addietro, prima di approdare a Torino, era stato arcivescovo di Bari. Giungevano dalla Germania in curia a Bari, raccontava, pacchi interi di attestazioni di richiesta di uscire dalla chiesa cattolica da parte di emigrati italiani che là erano con la famiglia per lavoro.
 
Giungevano per essere registrate nei libri dei battesimi, con il commento comprensibilmente preoccupato di vescovi e cancellieri delle diocesi tedesche, che leggevano queste dichiarazioni di «apostasia» rese di fronte ai magistrati nei tribunali sullo sfondo degli antichi racconti degli Atti dei martiri, i quali in circostanze simili si dichiaravano piuttosto pronti a dare la vita, e morivano. Quando però nei mesi estivi gli stessi emigrati tornavano in Puglia per le vacanze, provvedevano nelle rispettive parrocchie di origine a mettersi in regola con i diversi sacramenti: matrimoni, battesimi, cresime, comunioni.
 
Evidentemente, commentava il «Carmelitano scaltro» – come molti lo si chiamava – la dichiarazione resa ai giudici tedeschi aveva per loro solo significato fiscale. Se fosse stato loro chiesto di rinnegare san Nicola, concludeva, piuttosto avrebbero dato la vita come i martiri dell’antichità. Tutto andava bene? Certo no; ma per comprendere le cose della vita ci vuole ermeneutica. Qualcosa di analogo ci viene da pensare di fronte allo straordinario apparato organizzativo della chiesa tedesca e delle sue parrocchie e istituzioni. La serietà con cui è stata sviluppata la presenza di operatori laici di diverso genere «a tempo pieno» accanto a quella degli operatori pastorali volontari merita considerazione attenta.
 
Forse sarebbe più chiaro parlare, come nel ciclismo, di operatori professionisti e dilettanti. Giusto per capirsi. La logica del tempo pieno ha legami significativi con la radicalità delle esigenze del vangelo e non può non provocare tutti i credenti e le chiese. Il tempo pieno configurato secondo la legislazione sul lavoro in verità è spesso meno pieno di quello secondo la logica del volontariato o più esattamente della disponibilità, che tende a coinvolgere 24 ore su 24, per 7 giorni alla settimana. Chiaramente in questa misura è invivibile, ma la questione sta nell’assenza di limiti determinati. Tempo pieno implica vivere del ministero, sia esso servizio al vangelo, all’altare o a quant’altro, nella chiesa come nel secolo. Se gli operatori sono sposati, ne deve poter vivere anche la famiglia.
 
Questa evidenza generale, nota sin dalla prima lettera ai Corinzi, porta diverse conseguenze in diverse situazioni. I punti critici del sistema si mostrano con maggiore evidenza là dove questa figura istituzionale ha maggiore diffusione e peso, come in Germania; ma si intravedono anche dove le esperienze sono più timide (o più prudenti?) come in alcune delle chiese d’Italia. Aiuta a riflettere anche sulla configurazione di fatto della condizione dei diaconi e degli stessi presbiteri. Frings invero si dice a disagio a essere parroco come lo è stato per lunghi anni; non a essere prete a tempo pieno. Ma i problemi che solleva vanno oltre il suo caso personale.
 
Proprio per questo trovano posto pertinente in un libro e non solo in un colloquio con la sua guida spirituale o col suo vescovo. Infine però, che l’apparato gli stia un po’ come l’armatura di Saul al giovane Davide si coglie bene nel libro, e pone domande che vanno oltre la chiesa tedesca. Dicendo che non si sente più disposto a fare il parroco «così», Frings apre una discussione non tanto sulla figura del presbitero quanto su quella della comunità cristiana (Gemeinde), in concreto della parrocchia. Come poi di fatto il clero tedesco – per rimanere alla considerazione dei parroci e non estenderla a tutto il personale a tempo pieno stipendiato della chiesa cattolica – di fatto gestisca questo stato di cose, difficilmente può essere valutato fuori contesto.
 
Ma è difficile ragionare come se questa configurazione non implicasse niente che incida sulla progettazione. Se questo aspetto (sociale, economico, organizzativo) della condizione pastorale che Frings mette a fuoco è probabilmente il più distante dal lettore italiano, quanto è riconoscibilmente più affine alla nostra esperienza non è meno serio, è anzi più preoccupante. Tra le molte problematicità che egli segnala, la più grave sembra essere e certamente è quella della misura fino a pochi anni fa inattesa del disamore per l’eucaristia domenicale. Il precetto della messa festiva e la seria rigidità con cui tradizionalmente è stato gestito un po’ dappertutto nella chiesa cattolica dice che non tutto, non sempre è stato evidente tra i fedeli e forse non solo per i laici.
 
Ma il fenomeno della disaffezione e dell’assenza ha preso oggi dimensioni a cui non si era abituati; e questo non solo in Germania. Frings nota come particolarmente stridente e doloroso per gli operatori pastorali il tenace attaccamento alla prima comunione, festeggiata la quale al terzo anno della scuola primaria i bambini scompaiono dalla messa domenicale. Anche spostando di qualche anno la cosa, lo abbiamo sperimentato in molte nostre diocesi, il risultato non cambia. La colpa di questo disamore non può essere certamente dell’eucaristia. Forse in certa misura è della maniera in cui la celebriamo.
 
Fosse però anche tutta di coloro che si sono disamorati o non si sono mai innamorati di essa, o di fattori esterni a cui non si è saputo resistere, la soluzione non può venire se non da chi ne custodisce la tradizione. Abbiamo forse bisogno di assemblee diverse, propedeutiche o alternative, sembra suggerire Frings interpretando in modo attento i desideri buoni di molti cristiani. Può darsi. Ma ne dubita lui stesso, e per dire questo ricorre al paragone con il nuoto: si impara a nuotare solo entrando nell’acqua. Il primo impegno mi sembra essere quello di celebrazioni eucaristiche capaci di farsi amare oggi, di risultare desiderabili oggi, fino a essere sentite come insostituibili. Ma forse ancora siamo lontani dal bandolo della matassa.
 
Sine dominico non possumus: non possiamo vivere senza il giorno del Signore, la cosa del Signore, la celebrazione del Signore, diceva nel 304 uno dei martiri di Abitina di fronte al magistrato. Non possiamo vivere senza l’eucaristia domenicale. Il «precetto» poi per molti ha sostituito questa irrinunciabile esigenza che invece era nato per sostenere e regolare. Non riusciremo mai a ravvivare il desiderio dell’eucaristia e con esso la fedele frequentazione insistendo sul precetto. Dimostreremmo solo una volta di più l’incapacità della legge.
 
Senza voler forzare questa tesi, mi sembra che solo l’eucaristia possa custodire e far maturare l’amore per l’eucaristia. Molte vie ci possono condurre ad essa o anche farcela frequentare, come per esempio partecipare ad essa con un’altra persona; ma solo un coinvolgimento personale progressivo, magari non lineare perché la nostra vita non lo saprebbe essere, ci può custodire in quell’amore per cui non possiamo vivere senza di essa. L’eucaristia non è isolata dagli altri momenti della vita cristiana, che ne attingono luce e forza e ne proteggono il senso.
 
L’eucaristia è «mistero della fede», secondo la formula che un tempo il prete intercalava tra le parole della consacrazione del calice e ora, grazie alla riforma liturgica, proclama dopo il rinnovato compimento del gesto del Signore suscitando l’acclamazione dell’assemblea. Non lo è solo perché gli occhi della fede sono necessari per accogliere la presenza di Cristo sotto le specie sacramentali, ma ancor più perché essa è «culmine e fonte» della vita di fede. La fede ha struttura eucaristica: è memoria piena di gratitudine, nella quale accogliamo l’annuncio del vangelo e lasciamo che la nostra esistenza, la nostra mentalità, i nostri progetti si strutturino su di esso convertendosi al regno di Dio.
 
La celebrazione eucaristica,  proprio in quanto azione di grazie, ci sostiene in questa logica di fede. Per questo senza l’eucaristia domenicale non possiamo vivere. Tutto questo non si struttura in noi, non ci educa a partire dall’elaborazione astratta di questi ragionamenti. Come tutte le dinamiche più importanti e profonde della nostra esistenza, difficilmente è generata dal ragionamento astratto, che pure serve a comprenderla. Cresce in un esercizio che nei bambini ha forma più infantile e che non può sostenersi coerentemente nelle età successive se non maturando con tutta la personalità.
 
Per questo la capacità di apprezzare l’eucaristia cresce connaturalmente attraverso una partecipazione costante a essa che maturi dall’interno con i ritmi non lineari della storia della persona e secondo la libertà dello Spirito che la guida entro la comunità ecclesiale. Detto questo, a mio avviso è identificata la struttura essenziale, eucaristica appunto, della vita cristiana e ecclesiale, ma ancora quasi nulla di come accompagnarla nella cura quotidiana delle anime e delle comunità. I bambini devono apprenderla sostenuti dagli adulti, come in ogni altra cosa, ma se anche per gli adulti ciò senza cui non si può vivere non è l’eucaristia domenicale, i bambini si strutturano evidentemente su altro.
 
Dopo la prima comunione, come dolorosamente constata Frings e in misura analoga constatiamo tutti noi, basta un nulla ad allontanare dalla messa domenicale: gli adulti stessi suggeriscono priorità diverse proprio quando sarebbe necessario sostenere la perseveranza fragile dei bambini. Fragile per natura; forse, Dio voglia, fortissima per grazia. Non è necessario moltiplicare gli esempi. Prima della messa viene subito l’attività sportiva, o il poltrire nel letto fino a ora tarda almeno alla domenica, perché nei giorni di scuola, si sa, ci si deve alzare presto volenti o nolenti. Nelle parrocchie dove c’è o c’era una messa pensata per i ragazzi, il suo orario è andato progressivamente veleggiando verso mezzogiorno. E non è bastato.
 
Quanto alle priorità suggerite da internet senza che i genitori lo sappiano o se ne preoccupino, certo esse non spingono verso la messa domenicale. Le bisnonne impedite di uscire di casa seguono messa e rosari alla televisione. La mia esperienza, in fatto di pastorale parrocchiale assai più ridotta di quella di Frings, vede due casi in cui c’è continuità, almeno nell’immediato, di partecipazione dei bambini alla messa: quando vengono con i genitori, e quando nella liturgia svolgono qualche funzione attiva. Avere molti chierichetti, da questo punto di vista per me importantissimo, è meno funzionale alle esigenze del servizio liturgico e più alla perseveranza nella partecipazione all’eucaristia.
 
Certo viene molto presto per i nostri ragazzi e le nostre ragazze il momento in cui partecipare implica una scelta controcorrente. La domanda, che a buon conto non viene dal serpente ma da Gesù, «volete andarvene anche voi?», li interpella molto presto. Non possiamo risparmiarci di gestirla con loro, confidando nello Spirito Santo. Siamo tutti impreparati. L’impresa pastorale dovrebbe curare insieme i bambini e la generazione dei loro genitori. La convinzione che la fedeltà alla messa e alla fede si custodisce vivendo la messa come mistero della fede chiede una celebrazione che curi il significato eucaristico della messa della comunità in modo contemporaneamente costruttivo per grandi e piccoli. Ci vorrà una grande pazienza.
 
Personalmente, a me sembra di avere acquisito una qualche consapevolezza riflessa delle dinamiche spirituali che qui ho tentato di formulare – e che certamente non sono le uniche, perché l’azione di grazie si lega con lo spezzare, il distribuire, il consegnare – solo attraverso lunghi anni di partecipazione all’eucaristia come credente e poi anche come prete. Potrei dire: dopo circa trent’anni di celebrazione domenicale tra la gente, condividendo itinerari di fede di credenti a cui la vita «sine dominico» non sarebbe risultata vivibile.
 
Se mi si chiedesse come ho potuto celebrare e amare l’eucaristia – pur l’ho amata – prima di questa intuizione di sintesi, non saprei rispondere, né per prima né per dopo l’ordinazione sacerdotale. Mi è più facile dire della mia fede e della mia azione di grazie nei successivi venti e qualche più anno ormai. Mi rendo conto di quanta gratuità il Signore ha effuso nella mia vita custodendomi in questo modo. Di come educare e rieducare alla messa non mi so e non mi sento affatto capace maestro; solo necessariamente impegnato secondo l’immagine del pastore e non del mercenario.
 
Mi par di vedere che chi partecipa giunge da molte vie e vive la celebrazione in molti modi. Far vivere questo come esperienza di vita complessa ma ricca e felice a ragazzi e genitori mi sembra una sfida centrale tra le molte sfide, decisiva per saper gestire il dono bellissimo che il Signore fa alla sua chiesa quando qualcuno riprende a farsi vivo. Qui più che mai nessuno di noi è protagonista della cura della fede degli altri: lo è in loro e con loro lo Spirito santo. Pure ne siamo servitori nel nome di Gesù. Mi sono permesso qualche tratto autobiografico, certo non per farmi un piccolo selfie accanto a Frings.
 
Non si può, soprattutto non si deve leggere un libro come questo senza lasciarsi coinvolgere, quasi tenendo le distanze dalle fatiche dell’autore e dalle domande che si pone. Le domande sono molte: sono sue e sono nostre; risposte semplici non le abbiamo nessuno. Condividendo le impressioni di sconcerto che l’esperienza pastorale ci suscita oggi in ogni luogo dell’Europa, chiediamo al Signore che ci aiuti a condividere il discernimento, a non temere le trasformazioni, a incessantemente custodirne le logiche. La varietà delle figure della pastorale non è una novità; essa accompagna ogni tempo della chiesa e la sua missione tra i popoli. Possa attraverso sempre nuove trasformazioni custodire attraverso buoni discepoli e buoni servitori la memoria di Gesù.

 

 
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