Fausto Marinetti propone un testo di riflessioni, testimonianze e lettere che costituiscono una sorta di colloquio a distanza tra l'autore stesso, papa Francesco e don Zeno Saltini, con cui l’ex francescano aveva collaborato per un decennio. Col suo stile duro e insieme tenerissimo, visceralmente appassionato, Marinetti rappresenta un’umanità dolente incontrata nella carne viva, in un corpo a corpo con la sofferenza e l’emarginazione, ma anche con  la speranza e l’esperienza di sorprendenti rinascite. 
 
In un intreccio di continui rimandi reciproci, i racconti saltano, infatti, da una rievocazione di momenti fondamentali della vicenda del fondatore di Nomadelfia alle crude microstorie di una comunità per tossicodipendenti a 350 chilometri da Fortaleza, dove Marinetti vive metà dell’anno, dalle citazioni di un gesto o di una frase del vescovo di Roma alla cronaca dell’ingresso delle Forze speciali dell’esercito brasiliano nelle favelas.
 
Nel rifiuto senza compromessi dell’assistenza e della beneficenza a favore della giustizia e dei diritti dei poveri, spesso mutuando le parole di don Zeno. Un richiamo costante che a volte assume i toni dell’invettiva profetica, ma sempre stimola, provoca e mette in discussione. “Oggi appaiono sulla scena dei piccoli scout. I nostri ad osservarli come belle statuine telecomandate.
 
Uno scoutino mette un sacchetto tra le mani di Gianmarco ed aspetta che lo afferri. Sussurro: ‘Vede solo col cuore. Forse un bacino lo farà sorridere’. E così è stato, un po’ impacciato, perché uno scoutino non è stato educato a dare bacini a ragazzini non vedenti. Poi l’inaspettato. Uno dei nostri, 3-4 anni, mentre s’ingozza di pop-corn, afferra il sacchetto di Gianmarco, con aria da furbo, osservando l’effetto che fa negli adulti. Mariangela, la pedagoga: ‘Restituisci. È brutto fare così’.
 
Ripete il giochino fin che una bambina gli strappa il sacchetto e lo rimette nelle inutili mani di Gianmarco. Popoli interi non sono in grado di trattenere il sacchetto delle loro materie prime, perché altri popoli li spogliano vivi? Al commiato i volti dei benefattori scoppiano di soddisfazione. Come far capire che se tu sei in grado di dare ed io di ricevere vuol dire che c’è di mezzo qualche perverso trucco sociale? Se è così bello dare, perché non ci scambiamo le parti? Conclusione: fin da bambini si può essere educati alla carriera del benefattore”.
 
Ad attraversare il libro è l’esigenza lacerante di fedeltà radicale al Vangelo. E ovunque emerge la presenza di Dio, l’interpretazione vitale dei passi biblici, la celebrazione liturgica. Nella costante rivolta contro un cristianesimo cloroformizzato e imborghesito. “Il Cristo, pur esaltando i perduti, pur riservando i primi posti a peccatori e prostitute, pur mettendo sul trono i poveri non li ha scelti come discepoli. Una discriminazione? Chi è sprofondato nella disperazione è escluso dal tuo discepolato?
 
Io non sono sceso nel loro inferno. Non conosco il buco nero della disperazione. Chi ricorre, come extrema ratio, alla droga e all’alcol deve essere perché non resiste all’ignominia della sua fragilità. Gilberto butta fuori quello che gli duole dentro solo con l’aiuto dell’alcol. Altrimenti si tiene tutto dentro. Tutto cosa? La vergogna di esistere, l’angoscia di non riuscire ad accettarsi come è. Tenta il suicidio con un topicida, perché si considera un topo? Chi può misurare il dolore di un crocifisso dalla vita, dai suoi cari, da se stesso? Francesco, la domanda è per te”.
 
Dall'Introduzione
 
Caro Francesco,
vani i tentativi per farti pervenire questa testimonianza per vie ufficiali. La tua esortazione ai giovani dell’Azione Cattolica è la risposta, che aspettavo: “Siate audaci, non siete più fedeli alla Chiesa se aspettate ad ogni passo che vi dicano che cosa fare” ( 27.4.2017). Di' un po’: è per caso che sei l’unico papa figlio di migranti nel momento dell’esodo più epocale della storia?
 
Ogni anno 250 milioni si mettono in marcia in fuga dalla fame e dalla guerra. Mi sembra di vederti marciare con loro. Perché sei della razza dell’Ero Io in loro, in un popolo migrante, imprigionato, ricacciato in mare. Ieri i cristiani venivano martirizzati dai pagani, oggi i cristiani martirizzano i migranti? Martiri in odium fidei i primi, in odium hominis i secondi.
 
Che segno dei tempi è mai questo? Vengono a lacerare la placenta degli stati nazionali per dirci che o nasciamo alla unica famiglia umana universale o l’umanità abortirà se stessa? Famiglia universale? Ma se a noi, 168milioni di cristi/bambini, viene negata perfino la famiglia naturale? Viviamo con il silenziatore, sia in entrata che in uscita di scena. Ripetilo forte “surdi et orbi”: “Chi scandalizza un bambino, singolo o popolo, meglio per lui mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel mare”. Il figlio dell’uomo, così mite di cuore, consiglia il suicidio? Noi, gli ultimi degli ultimi, cercheremo di spiegartelo.

 

 
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