Il racconto dei discepoli di Emmaus non parla di un pellegrinaggio verso la città santa di Gerusalemme, ma un andarsene via da essa, delusi. Senza speranza e attesa escatologica non è possibile camminare con e verso la giustizia e la pace: queste infatti sono dono di Dio e solo come tali possono divenire profezia nel nostro mondo.

Lo sconosciuto ascoltato e accolto rianima i cuori nel momento della condivisone della tavola: allora anche il ritorno sui propri passi diventa via nuova. Lungo la strada due discepoli, di cui uno anonimo: rappresenta ogni discepolo di Gesù, ciascuno di noi. Un cammino a ritroso rispetto alla salita a Gerusalemme compiuta da Gesù e rispetto anche al pellegrinaggio compiuto pochi giorni prima per la Pasqua dei Giudei.
 
Un'ignoranza delle Scritture che è ignoranza di Cristo. Una disillusione che copre di cenere le braci della speranza pur pronte a riaccendersi. Un impeto di solidarietà umana verso il pellegrino sconosciuto e che non è bene che prosegua da solo il cammino sul far della sera. Gli occhi che si aprono allo spezzare del pane e che non vedono più nulla ma capiscono ogni cosa. La corsa a ritroso per raccontare agli altri ciò che non si può raccontare: l’incontro con il Signore risorto.

Questi gli elementi del brano evangelico dei discepoli di Emmaus, un episodio che possiamo leggere anche da un'altra angolatura, mettendoci dietro alle tre figure che camminano su una strada di campagna, mettendoci alla sequela di Gesù stesso, seguendo le orme di quel pellegrino non immediatamente riconoscibile. È una prospettiva che ci può far scoprire un altro insegnamento lasciatoci da Gesù: diventare noi stessi compagni di pellegrinaggio di un'umanità smarrita e disillusa.

Forse, da questa angolatura, come Gesù, saremmo capaci di accostarci ai nostri fratelli e sorelle in umanità per ascoltare le loro speranze e le loro delusioni, per cogliere la tristezza, per capire la diffidenza di chi non vede nella propria vita e attorno a sé quelle energie di risurrezione di cui altri gli parlano.
 
Come Gesù, sapremmo allora rendere parola di vita ogni versetto della Scrittura ricollocandolo nel compimento di una promessa più grande di quella annunciata da qualsiasi liberatore politico. Come Gesù sapremmo discernere lo slancio di umanità che porta a condividere casa e mensa con lo sconosciuto che non si può lasciare per strada quando la notte avanza. Come Gesù, sapremmo allora scostare la cenere della pigrizia, ridestare la passione nei cuori e restituire luminosità allo sguardo che discerne nel pane spezzato il corpo donato.
 
Oggi non sappiamo con precisione quale dove sia il villaggio di Emmaus: forse è un invito a identificarlo con ogni villaggio abitato da cuori che desiderano ardere e sperare Su quella strada, che da Gerusalemme torna indietro verso ogni nostro villaggio, ciascuno di noi incontra discepoli noti e discepoli anonimi, uomini e donne, incontra pellegrini sconosciuti che celano un Gesù misconosciuto, ma soprattutto incontra e reincontra se stesso, riscopre di avere un cuore e delle speranze, occhi per vedere e orecchi per ascoltare, ritrova se stesso in piena solidarietà con ogni essere umano.
 
Questo testo ci parla di tre spazi mediatori dell’autentica presenza di Cristo Risorto, tre luoghi i cui incontriamo il Cristo vivente: la Scrittura, l’Eucaristia, la comunità. Spazi intercomunicanti in una sinergia vitale grazie all’azione dello Spirito Santo che accende l’incendio del cuore, provocato dalla spiegazione della Parola. I discepoli, tramite lo Spirito Santo, riconoscono Gesù nello spezzare il pane, nell’Eucaristia.
 
Lo Spirito Santo provoca il loro ritorno alla comunità da cui si erano separati. Gesù ci prende per mano sulla nostra strada, ci spiega le Scritture e ci dice: nelle Scritture sono presente, se tu ascolti la Parola Dio, ti brucerà il cuore per la mia presenza. Ci offre il banchetto eucaristico: è il pane spezzato dell’Eucaristia che ti apre gli occhi e ti rende capace di riconoscermi presente. E poi Gesù ci ricorda la sua presenza nella comunità di fratelli e sorelle, nella Chiesa.
 
In questi tre luoghi Gesù risorto si fa presente tra noi ancora oggi, lì c’è il suo volto autentico. Il cammino che ci attende da quel giorno senza fine della risurrezione di Gesù è un cammino di fede in quel Cristo sofferente e vincitore di cui parlano tutte le Scritture, è un pellegrinaggio di speranza e di attesa del suo ritorno per prenderci con sé, un pellegrinaggio di carità che smuove la cenere e riaccende quel fuoco che ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, cova nel proprio cuore.
 
E in questo pellegrinaggio della vita, il cristiano deve sapere ascoltare la voce dell’altro. Così, un filosofo italiano non credente invita i suoi amici cristiani a leggere il brano di Emmaus: “Quel che è da fare è camminare insieme, saper mutare il transito in dimora. È questo il senso profondo e nascosto del racconto di Emmaus [...].
 
Per un non credente quel che accade qui non è il rivelarsi di Gesù come Dio o di Dio in Gesù, ma è il reciproco incontrarsi degli uomini nella scoperta della loro comune fragilità. Nella fractio panis, nella “condivisione”, gli uomini reciprocamente si affidano. Siamo stranieri sulla terra. Non è importante la meta, ma lo stare per via. Bisogna saper camminare insieme. Bisogna anche saper sostare: rendersi gli uno sostegno degli altri.
 
Per tutti, infatti, cala la sera” (Salvatore Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 14-16). Nella sera che cala per ciascuno, l'eucaristia ci fa intraprendere di nuovo questo cammino ogni volta che la Scrittura è spiegata, il pane è spezzato, il sangue è versato, l'amore è condiviso.

 
Guido Dotti
 
(articolo tratto da www.leggerexvivere.blogspot.com)

 

 
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