L’«ora» – quella della Passione e della piena rivelazione del volto dell’Amore del Padre – è giunta. I giochi sono fatti, non resta che attendere il precipitare degli eventi. I discepoli sono stati preparati da gesti e parole di Gesù: la lavanda dei piedi, l’annuncio del tradimento e della sua morte, la promessa del ritorno e dell’invio dello Spirito. Giovanni ce ne ha dato conto nel lungo discorso dei capitoli precedenti e ora sembra voler far prendere a Gesù un profondo respiro.
 
A metà strada tra quelli che si fanno a lavoro concluso e quelli che si prendono prima di lanciarsi nell’ultimo sforzo. E noi, insieme con Lui. Alza gli occhi al cielo. È un ritorno a casa. Cerca Colui che è il principio di ogni sua azione, parola, volontà, desiderio, affetto. Come se avesse il bisogno di ricentrarsi, di mettere la cornice giusta a tutto ciò che fin lì è accaduto e, soprattutto a ciò che sta per accadere.
 
Lo sguardo rivolto al Padre è la ricerca del senso, della sostanza, della ragione di ogni cosa. Gesù ricolloca quell’«ora» nell’unico spazio in cui può essere affrontata, compresa, superata: l’intimità con il Padre. Non chiede cosa fare, ma un ”luogo” in cui stare e in cui riuscire a vedere nella giusta luce il cammino fatto e il dramma che si va compiendo.
 
Un ”grembo” che riesca a pronunciare ancora e sempre la parola «Vita» su di lui e su coloro che gli sono stati affidati. La sua domanda è quella di un bambino, benché Giovanni la codifichi nel suo linguaggio complesso. «Glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» è una domanda d’amore. La Gloria del Padre e del Figlio è l’Amore che li unisce, il realizzarsi dell’Amore che li muove.
 
Gesù, cioè, domanda al Padre di essere amato, ancora e soprattutto in quel momento.  E insieme, chiede di potere affrontare tutto di nuovo nell’Amore per il Padre e per coloro che lui gli ha dato. Ricorda a se stesso che l’unica regola che vige tra sé e il Padre suo è quella del dono, lo scambio reciproco per cui tutto ciò che è dell’uno è anche dell’altro e viceversa.
 
Ritorna con il cuore, lo spirito, la volontà al fatto che il modo d’amare del Padre è il consegnarsi senza nulla chiedere e, con ciò, dare vita sempre e senza misura a chiunque voglia accogliere il dono. «Dare» ripetuto innumerevoli volte; e poi «mio, tuo, miei, tuoi». Si riposiziona Gesù, con tutto ciò che sta per accadere, dentro “l’economia del dono” ma ancora di più dentro la dimensione delle appartenenze.
 
Si regala la memoria viva dell’intimità, della familiarità, del legame che diventa una storia condivisa. Rivolge lo sguardo ancora una volta a quel «dare», del Padre e suo, che non è un’ascetica rinuncia di proprietà fine a se stessa e nemmeno un esercizio di nobile generosità. Piuttosto la determinata volontà di offrire la propria vita perché si intrecci a quella dell’altro, unendo destini e cuori, facendo di due – o dei molti – una cosa sola.
 
Proprio mentre riporta se stesso e la propria storia alla loro sorgente, vi riporta i suoi discepoli e noi con loro. Il Padre che dà senza misura, la sua volontà limpida di vita, l’amore come sua unica modalità di rapporto, la certezza che l’esistenza di ognuno sia nelle sue mani, la promessa di un’esistenza piena e senza limiti: questo è lo ”sfondo” della vita dei discepoli, nostra e di ogni uomo davanti a Dio.
 
Mi metto in ascolto di questo Gesù che prende posizione prima di affrontare la sua «ora». Risuona forte la prospettiva a cui ci richiama: la vita non è un bene limitato ma illimitato, per pura volontà del Padre, che «dà» facendoci suoi e facendosi nostro. Di vita ne abbiamo finché ne vogliamo, benché la morte alzi la voce per farci credere il contrario. Di vita ne abbiamo finché ne chiediamo, sperando nell’amore incondizionato del Padre di Gesù, che è Padre nostro.
 
In questo volere e in questo chiedere c’è tutto il credere in ciò che Gesù ci ha annunciato. Così, questa vita che abbiamo non è un bene di cui dobbiamo “fare economia”, bensì da affrontare secondo quel «dare» del Padre, quel farne dono da parte Sua che ci ha permesso di averla in dote. «Darsi alla vita» e «dare la vita», consegnandosi con semplicità e fedeltà all’altro, così che avvenga anche qui l’intreccio di vite e di storie che sfuma i confini del «mio-tuo» e che stringe le esistenze l’una all’altra così da farne una cosa sola.
 
Questo concreto credere è entrare nella vita eterna. Vivere così è già come stare in un eterno in cui la Vita – e poi la pace, la gioia, la serenità, la bellezza – non è più minacciata da nulla e la si può offrire nella certezza di non perderla mai. Questo è lo ”sfondo” che il Vangelo propone ai nostri travagli e alle nostre soddisfazioni, alle relazioni complicate o serene che affrontiamo, alle preoccupazioni e alle speranze che riempiono le giornate, agli affanni e alle consolazioni che segnano i nostri giorni. E non è una mano di intonaco. Ma una vera ristrutturazione.

 
don Cristiano Mauri
 
(articolo tratto da www.labottegadelvasaio.net)

 

 
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