Lo scandalo di vedere Dio come uno di noi 
 
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».
 
Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando. [...].
 
  
Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Missione che sembra un fallimento e invece si trasforma in una felice disseminazione: «percorreva i villaggi insegnando». A Nazaret non è creduto e, annota il Vangelo, «non vi poté operare nessun prodigio»; ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì».
 
Il rifiutato non si arrende, si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L'amante respinto non si deprime, continua ad amare, anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito («e si meravigliava della loro incredulità»). Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui profuma di vita.

Dapprima la gente rimaneva ad ascoltare Gesù stupita. Come mai lo stupore si muta così rapidamente in scandalo? Probabilmente perché l'insegnamento di Gesù è totalmente nuovo. Gesù è l'inedito di Dio, l'inedito dell'uomo; è venuto a portare un «insegnamento nuovo» (Mc 1,27), a mettere la persona prima della legge, a capovolgere la logica del sacrificio, sacrificando se stesso.
 
E chi è omologato alla vecchia religione non si riconosce nel profeta perché non si riconosce in quel Dio che viene annunciato, un Dio che fa grazia ad ogni figlio, sparge misericordia senza condizioni, fa nuove tutte le cose. La gente di casa, del villaggio, della patria (v.4) fanno proprio come noi, che amiamo andare in cerca di conferme a ciò che già pensiamo, ci nutriamo di ripetizioni e ridondanze, incapaci di pensare in altra luce.

E poi Gesù non parla come uno dei maestri d'Israele, con il loro linguaggio alto, “religioso”, ma adopera parole di casa, di terra, di orto, di lago, quelle di tutti i giorni. Racconta parabole laiche, che tutti possono capire, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione.

E allora dove è il sublime? Dove la grandezza e la gloria dell'Altissimo? Scandalizza l'umanità di Dio, la sua prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: che Dio si incarna, entra dentro l'ordinarietà di ogni vita, abbraccia l'imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.

Nessun profeta è bene accolto nella sua casa. Perché non è facile accettare che un falegname qualunque, un operaio senza studi e senza cultura, pretenda di parlare da profeta, con una profezia laica, quotidiana, che si muove per botteghe e villaggi, fuori dal magistero ufficiale, che circola attraverso canali nuovi e impropri. Ma è proprio questa l'incarnazione perenne di uno Spirito che, come un vento carico di pollini di primavera, non sai da dove viene e dove va, ma riempie le vecchie forme e passa oltre
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(Letture: Ezechiele 2,2-5; Salmo 122; 2 Corinzi 12,7-10; Marco 6,1-6).
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di Enzo Bianchi.
 
Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio.
 
Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi insignificanti, segni che non raggiungono il loro fine.
 
Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente.
 
Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità.
 
Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto nel deserto di Giuda, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno del Signore, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture, alla veglia e alla preghiera.
 
Gesù a una certa età raggiunse questi luoghi e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi la chiamata di Dio e l’unzione dello Spirito santo lo spinsero a essere un predicatore itinerante del Regno veniente, dando inizio al suo ministero in Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).
 
E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), passando di villaggio in villaggio per predicare, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”, la terra dei suoi padri. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”.
 
Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un credente in alleanza con Dio, come ogni altro ebreo, e avendo più di dodici anni, dunque in qualità di bar mitzwah, figlio del comandamento, sale sull’ambone, legge le Scritture e commenta la Parola. Non è sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.
 
A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un rabbi, un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani.
 
La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. La domanda che suscita è: “Da dove (póthen) gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi operati dalle sue mani?”.
 
Si interrogano dunque sull’identità di Gesù, come già avvenuto nella sinagoga di Cafarnao (cf. Mc 1,27), e la risposta potrebbe essere un’adesione a Gesù nella fede, riconoscendo che in lui opera lo Spirito santo (cf. Mc 1,10; 3,29-30); oppure un rigetto di Gesù, attribuendo al demonio la sua forza nell’annunciare la Parola e nell’operare prodigi (cf. Mc 3,22).
 
E in questo stupore superficiale ecco emergere un’altra domanda: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Si tratta in realtà di un interrogativo che contiene in sé una sfumatura denigratoria. Gesù – si pensa – ha esercitato soltanto il mestiere di falegname, dunque non è autorizzato a insegnare; inoltre è il figlio di Maria, di lui si conosce il padre, che non viene nominato, e i suoi familiari sono ben conosciuti, risiedono tuttora nel villaggio.
 
Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”, o qualcuno con una missione speciale? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nella sua forma umana proclamasse la sua gloria e la sua singolarità, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne e munito di potere nel suo apparire in mezzo agli altri.
 
No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, perché accogliere il suo messaggio? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo ad aver fede in lui e nella sua parola.
 
Per questo lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro statura e Gesù diventa per loro un inciampo, uno scandalo che impedisce un incontro di salvezza. Costoro sono fieri di conoscere Gesù umanamente, “secondo la carne” (2Cor 5,16), ma in realtà impediscono a se stessi la sua vera conoscenza.
 
Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o familiare, giunge a non riconoscere la sua vera identità e finisce per disprezzarlo.
 
Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente di Nazaret a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale; non risponde ai canoni previsti per discernere in lui un inviato di Dio, il Messia atteso.
 
Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, impone loro le sue mani e ne guarisce solo qualcuno, ma è come se non avesse operato prodigi, perché il miracolo avviene quando il testimone è disposto a passare dall’incredulità alla fede. A Nazaret invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessuna azione di potenza ” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire nella sua forza, non può neanche fare il bene, perché manca il requisito minimo, la fede in lui da parte dei presenti.
 
Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, umanissimo, troppo umano!
 
In questo episodio del vangelo marciano Gesù appare la sapienza misconosciuta; il profeta non accolto proprio da coloro ai quali è inviato, disprezzato da quanti gli sono più vicini; il guaritore che non può fare il bene perché ciò gli è impedito dalla non accoglienza della sua azione che dona salvezza.
 
Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque domina la convinzione che è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia resta saldo: continua con fedeltà la sua missione in obbedienza a colui che lo ha inviato, andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a curare, e neppure a fare il bene.
 
 
(tratto da www.monasterodibose.it)
 
 
 
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