La legge della generosità: il pane condiviso non finisce
 
In quel tempo, Gesù (...) salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». (...) Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere».
 
C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato (....).
 
  
C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci... Ma che cos'è questo per tanta gente? Quel ragazzo ha capito tutto, nessuno gli chiede nulla e lui mette tutto a disposizione: la prima soluzione davanti alla fame dei cinquemila, quella sera sul lago e sempre, è condividere. E allora: io comincio da me, metto la mia parte, per quanto poco sia.
 
E Gesù, non appena gli riferiscono la poesia e il coraggio di questo ragazzo, esulta: Fateli sedere! Adesso sì che è possibile cominciare ad affrontare la fame. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità. Poco pane condiviso tra tutti è misteriosamente sufficiente; quando invece io tengo stretto il mio pane per me, comincia la fame.

«Nel mondo c'è pane sufficiente per la fame di tutti, ma insufficiente per l'avidità di pochi» (Gandhi). Il Vangelo neppure parla di moltiplicazione ma di distribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo distribuivano, il pane non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano.

Gesù non è venuto a portare la soluzione dei problemi dell'umanità, ma a indicare la direzione. Il cristiano è chiamato a fornire al mondo lievito più che pane (Miguel de Unamuno): a fornire ideali, motivazioni per agire, il sogno che un altro mondo è possibile. Alla tavola dell'umanità il vangelo non assicura maggiori beni economici, ma un lievito di generosità e di condivisione, profezia di giustizia. Non intende realizzare una moltiplicazione di beni materiali, ma dare un senso, una direzione a quei beni, perché diventino sacramenti vitali.
 
Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie li diede a quelli che erano seduti. Tre verbi benedetti: prendere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose. Se ci consideriamo tali, profaniamo le cose: l'aria, l'acqua, la terra, il pane, tutto quello che incontriamo, non è nostro, è vita che viene in dono da altrove, da prima di noi e va oltre noi.
 
Chiede cura e attenzione, come per il pane del miracolo («raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto...e riempirono dodici canestri»), le cose hanno una sacralità, c'è una santità perfino nella materia, perfino nelle briciole della materia: niente deve andare perduto. Il pane non è solo spirituale, rappresenta tutto ciò che ci mantiene in vita, qui e ora.
 
E di cui il Signore si preoccupa: «La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra (Evangelii gaudium 182)». Donaci Signore il pane, l'amore e la vita, perché per il pane, per la vita e per l'amore tu ci hai creati.

(Letture: 2 Re 4,42-44; Salmo 144; Efesini 4,1-6; Giovanni 6,1-6)
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Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di Enzo Bianchi.
 
L’ordo delle letture bibliche dell’annata liturgica B ha previsto che, giunti nella lettura cursiva di Marco all’evento della moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,35-44), si interrompa la lettura del vangelo più antico e la si sostituisca con la lettura dello stesso episodio narrato nel quarto vangelo. Per cinque domeniche si legge dunque il capitolo 6 di Giovanni, un testo che richiede una breve introduzione generale.
 
In verità questo capitolo, tutto incentrato sul tema del “pane di vita”, che mai appare altrove, sembra piuttosto isolato nello svolgimento del racconto giovanneo. Con buona probabilità, si tratta di un brano aggiunto più tardi per dare alla chiesa giovannea una catechesi sull’eucaristia, essendo il racconto della sua istituzione mancante nel quarto vangelo, sostituito da quello della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17).
 
Questo capitolo in ogni caso è decisamente importante nel quarto vangelo, perché proprio attraverso la comprensione eucaristica Pietro e gli altri discepoli giungono alla confessione dell’identità di Gesù: per i giudei è il figlio di Giuseppe, semplicemente un uomo della Galilea (cf. Gv 6,42), mentre Gesù dichiara di essere il Figlio di Dio, colui che è e disceso dal cielo come inviato del Padre (cf. Gv 6,57); la vera identità di Gesù è proclamata con la confessione di Pietro, che riconosce in lui “il Santo di Dio” (Gv 6,69).
 
Dell’evento della moltiplicazione dei pani i vangeli ci danno ben sei testimonianze perché Matteo e Marco hanno conservato due tradizioni di quel “prodigio”, recepito dalla chiesa come profetico del dono del pane eucaristico dato da Gesù ai suoi discepoli la sera della sua passione. Il quarto vangelo in modo ancora più esplicito lo narra come “segno” (semeîon) che annuncia il dono del corpo e del sangue, dell’intera vita di Gesù.
 
Gesù si trova in Galilea, sul lago di Tiberiade, quando decide di attraversare l’ampia insenatura per raggiungere l’altra riva, sempre sul lato occidentale del lago, forse per cercare un luogo di riposo e di preghiera. Ma “una grande folla” lo segue, e subito l’evangelista ce ne fornisce la ragione: Gesù ha compiuto molti segni sui malati, la sua azione e la sua predicazione destano stupore e curiosità.
 
Questa sembra dunque essere un’ora di successo per lui, che sceglie di salire sul monte, come aveva fatto Mosè in occasione della celebrazione dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Viene anche esplicitata un’informazione temporale: “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Era dunque un’ora vigiliare (come l’ora dell’istituzione eucaristica), e infatti il segno che Gesù opererà sarà il segno della Pasqua cristiana per eccellenza.
 
Seduto in alto, Gesù ha davanti a sé la grande folla, che osserva alzando gli occhi: è una folla in attesa! Ed ecco che liberamente e gratuitamente prende l’iniziativa di dare un segno, di compiere un gesto che racconti l’amore di Dio, il quale ama così tanto l’umanità da darle in dono suo Figlio (cf. Gv 3,16). Chiama a sé un discepolo, Filippo, e gli chiede: “Da dove potremo comprare il pane per sfamare costoro?”.
 
In realtà Gesù sa cosa sta per compiere, perché la sua intenzione è frutto della sua comunione con i pensieri di Dio, che lui chiama “Padre”. Filippo invece compie i calcoli per determinare la spesa dell’acquisto del pane per tanta gente e Andrea fa presente che i cinque pane d’orzo e i due pesci che un ragazzo ha portato con sé sarebbero assolutamente insufficienti.
 
Allora Gesù, con la sua sovranità, chiede ai discepoli di far adagiare la folla su quell’erba verde che ricorda i pascoli dove Dio, il Pastore, conduce le sue pecore (cf. Sal 23,2), affinché abbiano cibo abbondante. Poi davanti a tutti compie il gesto: “prese i pani e, dopo aver reso grazie (eucharistésas), li distribuì a quelli che erano adagiati sull’erba, e lo stesso fece con i pesciolini, secondo il loro bisogno”.
 
Ecco il segno dato e i gesti che preannunciano quelli dell’istituzione eucaristica nell’ultima cena: Gesù prende nelle sue mani il pane, rende grazie a Dio (o lo benedice, secondo Marco e Matteo), lo spezza e lo dà, lo distribuisce ai discepoli. È lui, il Cristo Signore, che dà, distribuisce (dédoken) quel pane che sfama cinquemila persone, quei cinque pani che, condivisi, riescono a saziare tutti.
 
E proprio in virtù di questa azione totalmente decisa e fatta da lui stesso, potrà dire: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Così Gesù appare come il Profeta escatologico, ben più di Eliseo che aveva moltiplicato i pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44), perché non soccorre solo la fame, il bisogno umano di mangiare per vivere, ma fa il dono del suo corpo, amando i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1).
 
Il pane, che è una necessità per l’uomo, per il suo bisogno di vivere, è anche ciò che Dio dona a ogni creatura (cf. Sal 136,25). Nel gesto di Gesù vi è dunque il venire incontro al bisogno umano ma anche la narrazione dell’amore di Dio, amore gratuito e sovrabbondante, eccessivo, che non chiede contraccambio, ma solo accoglienza e ringraziamento.
 
Anche l’ingiunzione di Gesù “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” ha un significato particolare: non manifesta solo l’abbondanza del pane condiviso ma significa che sempre nella comunità del Signore ci sarà il pane eucaristico, che dovrà essere conservato con cura e sollecitudine.
 
Il racconto di questo segno si risolve però in un malinteso. Attraverso questo segno Gesù ha voluto rivelare qualcosa della sua identità e del suo inserimento nella storia di salvezza: è il Profeta, è il Messia, è colui che rinnova e trascende in un’inedita pienezza i segni operati da Dio stesso nell’esodo, ma la gente che giunge a questa comprensione di Gesù trae delle conseguenze che egli rigetta, fino a sottrarsi e a fuggire nella solitudine.
 
Infatti, posta di fronte a quel segno profetico e a quel prodigio della moltiplicazione del pane condiviso, la folla pensa che sia giunta l’ora di proclamare Gesù Re dei Giudei e di celebrare la sua gloria. Equivoco, malinteso che svela come anche l’acquisizione della conoscenza di Gesù possa essere sviante e tradire la sua vera identità e l’autentica intenzione dei suoi gesti.
 
Percepire Gesù come re al modo dei re, dei potenti di questo mondo, sarebbe negare la missione che egli ha ricevuto dal Padre e acconsentire alle intenzioni del Principe di questo mondo, Satana. Gesù è il Re dei Giudei, e tale sarà proclamato sulla croce dal titolo che Pilato farà innalzare sul suo capo (cf. Gv 19,19); ma è un Re crocifisso, nella debolezza dell’uomo dei dolori, vittima dell’odio del mondo, solidale con i perseguitati, gli oppressi, i poveri, gli scarti della storia.
 
La numerosa folla misconosce dunque quel Gesù che ha seguito, perché lo interpreta e lo vuole secondo i propri desideri e le proprie proiezioni, non essendo disposta ad accettare un Profeta e Messia conforme al disegno di Dio. È significativo che Giovanni annoti che “volevano impadronirsi di lui per farlo re”, volevano cioè ridurlo a un oggetto, un idolo plasmato dai loro desideri, volevano un Messia con un programma mondano.
 
Ma Gesù rifiuta perché sa che quel potere che gli vogliono dare non è il vero potere conferitogli dal Padre. Come aveva fuggito le tentazioni di potere nel deserto (cf. Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), così ora si ritira nella solitudine della montagna, fuggendo dalla folla che lo acclama, discernendo l’illusione di un apparente successo, che non può né desiderare né accettare.
 
Salendo su quel monte, da solo, lasciando a valle anche i discepoli, Gesù medita su quell’incomprensione e si affida nuovamente al Padre, affidandogli anche quella folla e quei discepoli che non avevano capito né il suo gesto né la sua intenzione. Ma il seguito del racconto, che ascolteremo nelle prossime domeniche, ci rivelerà, attraverso un lungo discorso di Gesù, che colui che ha dato il pane in abbondanza è in verità lui stesso il pane dato da Dio all’umanità per la pienezza della sua vita.
 
 
(tratto da www.monasterodibose.it)
 
 
 
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