Accogliere Dio in un bambino, il segreto della Vergine Maria 
 
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao.
 
Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». 
  
Gesù mette i dodici, e noi con loro, sotto il giudizio di quel limpidissimo e stravolgente pensiero: chi vuol essere il primo sia l'ultimo e il servo di tutti. Offre di se stesso tre definizioni, una più contromano dell'altra: ultimo, servitore, bambino.
 
Chi è il più grande? Di questo avevano discusso lungo la via. Ed ecco il modo magistrale di Gesù di gestire le relazioni: non rimprovera i suoi, non li giudica, non li accusa, pensa invece ad una strategia per educarli ancora. E lo fa con un gesto inedito: un abbraccio a un bambino. Il Vangelo in un abbraccio, che apre una intera rivelazione: Dio è così, più che onni-potente, onni-abbracciante (K. Jaspers).
 
Gesù mette al centro non se stesso, ma il più inerme e disarmato, il più indifeso e senza diritti, il più debole, il più amato, un bambino. Se non diventerete come bambini... Gesù ci disarma e sguinzaglia il nostro lato giocoso, fanciullesco. Arrendersi all'infanzia è arrendersi al cuore e al sorriso, accettare di lasciare la propria mano in quella dell'altro, abbandonarsi senza riserve (C. Cayol).
 
Proporre il bambino come modello del credente è far entrare nella religione l'inedito. Cosa sa un bambino? La tenerezza degli abbracci, l'emozione delle corse, il vento sul viso... Non sa di filosofia né di leggi. Ma conosce come nessuno la fiducia, e si affida. Gesù ci propone un bambino come padre, nel nostro cammino di fede. «Il bambino è il padre dell'uomo» (Wordsworth). I bambini danno ordini al futuro.
 
E aggiunge: Chi lo accoglie, accoglie me! fa un passo avanti, enorme e stupefacente: indica il bambino come sua immagine. Dio come un bambino! Vertigine del pensiero. Il Re dei re, il Creatore, l'Eterno in un bambino? Se Dio è come un bambino significa che va protetto, accudito, nutrito, aiutato, accolto (E. Hillesum).
 
Accogliere, verbo che genera il mondo nuovo come Dio lo sogna. Il nostro mondo avrà un futuro buono quando l'accoglienza, tema bruciante oggi su tutti i confini d'Europa, sarà il nome nuovo della civiltà; quando accogliere o respingere i disperati, i piccoli, che sia alle frontiere o alla porta di casa mia, sarà considerato accogliere o respingere Dio stesso.
 
A chi è come loro appartiene il regno di Dio. I bambini non sono più buoni degli adulti, sono anche egocentrici, impulsivi e istintivi, a volte persino spietati, ma sono maestri nell'arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, incuriositi da ciò che porta ogni nuovo giorno, pronti al sorriso quando ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime, perché si fidano totalmente. Del Padre e della Madre.
 
Il bambino porta la festa nel quotidiano, è pronto ad aprire la bocca in un sorriso quando ancora non ha smesso di asciugarsi le lacrime. Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino. Accogliere Dio come un bambino: è un invito a farsi madri, madri di Dio. Il modello di fede allora sarà Maria, la Madre, che nella sua vita non ha fatto probabilmente nient'altro di speciale che questo: accogliere Dio in un bambino. E con questo ha fatto tutto.
 
(Letture: Sapienza 2,12.17-20; Salmo 53; Giacomo 3,16-4,3; Marco 9,30-37)
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di p. Josè Maria Castillo.
 
Il contrasto tra Gesù e gli apostoli (i Dodici) è forte, il più forte che si possa immaginare; quando Gesù sta parlando loro della tragica fine che lo attende, essi non capiscono nulla, non si rendono conto di una cosa così chiara e poi non vogliono capire, perché sentono paura nel chiederglielo. Gli apostoli hanno paura dell’evento centrale del Vangelo. E gli esperti nella storicità dei vangeli spiegano che questo è dovuto succedere con queste modalità, non è potuta essere una cosa capitata a Marco nel comporre il suo vangelo. Perché?
 
Perché in questo caso gli apostoli ci fanno una brutta figura; non si rendono conto di nulla, hanno paura, sono codardi e, al colmo, proprio quando Gesù sta dicendo loro che la sua vita finirà come finiscono gli ultimi di questo mondo (processati, condannati e giustiziati come maledetti), gli apostoli si mettono a discutere con la pretesa di essere loro i primi.
 
Quegli uomini pensavano all’opposto di come pensava Gesù. Ed aspiravano proprio al contrario di quello che stavano vedendo e vivendo, cioè il cammino che faceva Gesù. Era evidente che Gesù si era posto accanto agli ultimi di questo mondo e li aveva difesi provocatoriamente. Per questo è finito come è finito. La discussione degli apostoli, tuttavia, è su chi fosse il primo, il più importante.
 
Questo fa pensare. Quando questo vangelo fu scritto, gli apostoli erano noti nelle comunità ecclesiali. I Dodici erano famosi: erano i testimoni ufficiali della resurrezione di Cristo (1Cor 15,5), rappresentavano le dodici tribù del “nuovo Israele” (Mt 19,28; Lc 22,30; At 26,7; Ap 21,12), era noto il loro modo di vivere e di lavorare (1Cor 9,4-5).
 
E sorprende che di questi uomini, ai quali tanto doveva la Chiesa nascente, i vangeli non hanno avuto la minima difficoltà nel raccontare tutte le loro ignoranze, codardie, paure e contraddizioni. Il Vangelo ci dice quindi che per la Chiesa il meglio non è la buona immagine dei suoi capi, ma la verità e la trasparenza che ognuno vive nella sequela di Gesù.
 
 
(tratto da www.ildialogo.org)
 
 
 
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