Safet Zec
Il pane della misericordia
 
 
 
 
 
Molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,60-69)
 
Il quadro dà l’idea di qualcosa di interrotto o di stonato: v’è traccia di un pasto comune concluso (arrivato al caffè), senza ombra dei commensali. Come se si fossero volatilizzati, lasciando da sparecchiare e, soprattutto, lasciando sulla tovaglia pani nemmeno toccati.
 
Se un’opera d’arte sa portare un oggetto fuori del tempo e dello spazio, questa ha il merito opposto, cioè quello di tenerlo in vita come pane quotidiano: è ancora quel pane lì, in quel contesto lì, in quel giorno lì… Tanto da far pensare che, non consumato, domani avrà perso freschezza, al pari dei giornali poggiati sulla parte bassa della tavola.
 
Ovvio che, più della precarietà del pane, a inquietare è la precarietà della comunione. Evidentemente limitata a dei presenti, divenuti – subito dopo – degli assenti. È per questo che Enzo Bianchi, della Comunità di Bose, a commento di questa e di altre opere in tema, ha scritto: «“Il pane” di Safet commuove profondamente, perché dice la “presenza” che il pane richiede per essere spezzato da quelli che si chiamano compagni (da cum-panis)».
 
Il rischio dell’Eucaristia è di metterci in comunione con chi c’è, senza farci far nulla per la comunione con gli altri. Meditando sulla frase «Questo è il mio corpo offerto per voi e per tutti», don Luigi Verdi, della Fraternità di Romena, ha confessato: «Mentre celebro la messa mi fa tremare quel “tutti” pronunciato tre volte, perché quel pane e quel vino, se sei onesto, lo sai che non sono solo per te, e non sono per la gente “bravina” che va in chiesa tutte le domeniche. Quel pane e quel vino sono per tutti».
 
Viene in mente la prima parte di Giovanni 6, letta un mese fa, con quel ragazzo che porta a Gesù ciò che ha, cinque pani d’orzo e due pesci, e con quelle dodici ceste di avanzi che Gesù chiede di raccogliere «perché nulla vada perduto». E viene in mente che del pane di tutti (come del vino, della casa, del lavoro…) dovremmo iniziare a occuparci noi, nella messa a disposizione di ciò che abbiamo e in quella dei nostri avanzi. Non possiamo essere innamorati solo del cibo per la vita eterna, svalutando il pane quotidiano e la misericordia che ci fa restare umani.
 
Insomma, viene il sospetto che quest’opera sia il ritratto di chi, finito il banchetto eucaristico, convinto non vi sia altro da fare, fa finta di niente e sparisce. E viene un ulteriore sospetto: che Gesù, sentendosi nuovamente lasciato solo, stia per rinnovare la domanda «Volete andarvene anche voi?».
 
 
Gian Carlo Olcuire
 
(tratto da www.vinonuovo.it) 
 
 
 
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