Il 3 novembre 1985, papa Giovanni Paolo II nella Basilica di S. Pietro, proclamava “Beato” e martire della fede, il carmelitano olandese Tito Brandsma, morto 43 anni prima nel campo di concentramento di Dachau, in Germania. Nella omelia il papa affermava che p. Tito «ha predicato e praticato la cultura dell’amore e del perdono di fronte alla filosofia del nazismo che culminava nei campi di concentramento organizzati secondo il programma del disprezzo dell’uomo e la logica dell’odio». Vale la pena conosce un po’ più da vicino questo Martire dei nostri giorni. Cosa che ci proponiamo di fare in questi Mercoledì della spiritualità.
 
 
1. Le radici
 
Tito nasce il 23 febbraio 1881 nella Frisia, la regione più a nord dell’Olanda. E’ il primo maschio in casa Brandsma dopo quattro femmine; l’anno dopo nasce il secondo maschio. Sei figli in tutto. Al battesimo, che riceve quello stesso giorno, gli viene imposto il nome Anno Sjoerd. I Brandsma sono una famiglia unita e di stampo patriarcale, cattolici per convinzione, in una regione in cui i Protestanti sono oltre il 90 per cento. La mamma, Tjitsje (Teresa) Postma, è totalmente dedita alla crescita dei figli. Il padre, Titus, si occupa della fattoria di sua proprietà e dell’allevamento del bestiame che gli consente una condizione economica piuttosto agiata e sicura.
 
Anno frequenta la scuola primaria a Bolsward; mostra subito una intelligenza vivace e l’interesse allo studio. A 11 anni riceve la prima comunione. Gli studi ginnasiali li svolge a Megen, nel collegio dei frati Francescani. Il suo fisico è gracile e la salute malferma, ma per contro, ha un carattere determinato e una personalità forte. Egli stesso si definisce “un ottimista nato”, è pieno di entusiasmo e con un enorme auto-controllo; sempre di buon umore, anche nella sofferenza fisica (patirà numerose emorragie intestinali).
 
Nelle difficoltà d’ogni genere non perde mai la sua serena calma frisone. E’ cordiale nel tratto, senza essere sentimentale, pieno di tranquillità interiore e di equilibrio. Paziente e tollerante con tutti, rispetta le opinioni altrui, ma resta sempre fermo nelle sue convinzioni profonde. Questa ricca personalità umana è animata da una fede profonda, ereditata dalla famiglia e sviluppata nel cammino della sua formazione.
 
 
2. Al Carmelo
 
Nel settembre del 1898, Anno fa il suo ingresso tra i Carmelitani nel convento di Boxmeer. Sembra che nella scelta del Carmelo abbia influito una conversazione con Casimiro de Boer, cugino di sua madre che appartiene a questo ordine e sta per essere ordinato presbitero.
 
Quando Anno entra in convento vi trova altri cinque giovani, anche essi diciassettenni. I sei costituiscono un gruppo che rimarrà sempre legato da vincoli di fraternità e di amicizia. In questo, il giovane Brandsma coglie una nota della tenerezza di Dio e un segno di continuità con il suo ieri in famiglia: sei i fratelli a casa e sei i confratelli nella nuova famiglia del Carmelo.
 
Qualche giorno dopo l’arrivo in convento, per questi giovani aspiranti ha inizio il noviziato: è il 22 settembre 1898. Esattamente un anno prima, il 30 settembre 1897 a Lisieux, in Francia, moriva la giovane carmelitana Teresa di Gesù Bambino, che avrà tanta presa nell’animo di Anno per la serietà e radicalità del suo cammino spirituale.
 
Divenendo novizio, Anno, come è consuetudine a quel tempo, cambia nome e prende quello di Fra Tito, il nome del padre. Terminato l’anno di noviziato, il 3 ottobre 1899 fra Tito, insieme ai cinque compagni, fa la professione religiosa: promette di vivere il Vangelo alla luce del carisma del Carmelo, “con la grazia di Dio e il sostegno dei fratelli”. Questo “sì” al Signore, per Tito avrà un costo altissimo, ma ancora più grande sarà la fecondità della sua vita donata.
 
I giovani frati iniziano lo studio della filosofia e della teologia che si conclude con l’ordinazione presbiterale il 17 giugno 1905, nella cattedrale di Oss. Nel ricordino dell’ordinazione Tito scrive queste parole impegnative e profetiche del Vangelo: “Sarà chiesto molto a chi è stato dato molto”.
 
Nel 1906 Tito viene inviato a Roma, nel Collegio internazionale S. Alberto, per conseguire il dottorato in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. Contemporaneamente frequenta un corso di Sociologia al Collegio Leonino dove, in quegli anni, insegna p. Pottier, un vero maestro in materia. E così affina la sua sensibilità per le questioni sociali verso cui si sente attratto.
 
Nel giugno 1909 dovrebbe sostenere gli esami di dottorato, ma una emorragia intestinale lo costringe a letto obbligandolo a rinviarli alla sessione autunnale. Tito ricorderà sempre questo inconveniente con umorismo e un pizzico di amarezza: «Sono, sì, Dottore in Filosofia, ma della sessione autunnale!».
 
Gli anni della esperienza romana incidono profondamente nel suo animo e nella sua personalità sotto l’aspetto culturale ma anche relazionale. A Roma respira l’aria della cattolicità della Chiesa e dell’internazionalità del Carmelo, sua famiglia religiosa. Si lega con rapporti di amicizia destinati a durare nel tempo con alcuni confratelli di ogni parte del mondo, anche siciliani. E’ il periodo della vita che in qualche modo segna l’addio alla giovinezza (benché abbia appena 28 anni) e l’ingresso nell’età matura.
 
 
3. Una stagione ricca di frutti
 
Il 26 ottobre 1909 Tito ritorna in Olanda dove è atteso da una lunga serie di attività, soprattutto nel campo della formazione e della cultura. La nuova sede è il convento di Oss da dove era partito alla volta di Roma. Compito specifico: l’insegnamento della filosofia agli studenti carmelitani. Giovane tra i giovani, si fa promotore di una stagione colma di speranze e di progetti.
 
Insieme all’insegnamento, ha modo di coltivare il giornalismo, la grande passione della sua vita. Per lui il giornalismo, essenzialmente, è un servizio alla verità. La verità del Vangelo, innanzitutto; ma anche la verità che si coniuga con la promozione della dignità umana, con la difesa dei poveri e delle minoranze e di chi non ha voce, con la denuncia della violenza e dell’ingiustizia. Con la collaborazione di altri confratelli dà vita ad una nuova rivista: Karmelrozen (Rose del Carmelo), che si propone la divulgazione della spiritualità carmelitana e promuove la devozione mariana. Nell’arco di due anni la rivista raggiunge una tiratura di 13000 copie.
 
Nella città in cui vive viene pubblicato un settimanale cattolico De Stad Oss (Città di Oss) che affronta sia tematiche di fede, che sociali e culturali. In quegli anni la rivista versa in condizioni di crisi, con il pericolo di chiusura. P. Tito è sollecitato ad assumerne la redazione, cosa che fa con entusiasmo. In breve tempo riporta la rivista ad un livello di qualità. Si interessa anche all’apertura, in città, di una biblioteca pubblica. Con il suo impegno per la cultura, egli intende servire la Chiesa offrendo alla gente una migliore conoscenza dei valori umani e cristiani, attraverso i mezzi di comunicazione sociale.
 
Altro campo di interesse, per Tito, è lo studio dei Mistici e, in primo luogo, dei Mistici del Carmelo: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Maria Maddalena di Firenze, Teresa di Lisieux. Ne scorre le pagine, e ne assorbe lo spirito. Giorno dopo giorno, la sua vita viene plasmata sempre più dalla sete del Dio vivente, di cui quelle pagine traboccano. Egli annota, commenta, memorizza. Pare che conoscesse a memoria moltissime pagine del Castello interiore di S. Teresa.
 
Questa frequentazione fa crescere in lui il bisogno di appartenere totalmente a Dio e di obbedire unicamente al Vangelo. La sua persona manifesta, via via, una fede sempre più robusta che esprime soprattutto nei momenti più difficili della vita, al punto che quando giungerà a Dachau gli sarà naturale esclamare: «Dio è dappertutto, anche qui!».
 
Partendo dalla sua esperienza personale e nella gioia di leggere gli scritti dei santi, Tito vede l’utilità della divulgazione delle opere dei mistici, perché anche i laici possano attingere ad esse. Egli è convinto che anche la gente semplice può diventare adulta nella fede se le si offrono gli strumenti adatti.
 
E così, insieme ad un gruppo di collaboratori, mette mano alla traduzione in olandese delle opere di Teresa d’Avila. Sono in programma sette volumi. Dopo appena un anno vede la luce il volume sulla Vita, che ha un notevole successo editoriale. Altri tre vengono stampati nel giro di breve tempo. I restanti volumi saranno pubblicati solo dopo la morte di Tito.
 
Il suo interesse non si limita ai mistici carmelitani, ma si estende ad alcune eminenti figure di mistici olandesi e fiamminghi del Medioevo quali: Jan van Rubysbroek, Geert Groote, la beata Lidwina e il francescano Jan Brugman. Tito li studia con grande interesse e ne diffonde il pensiero e la spiritualità.
 
 
4. Impegno per la sua Frisia
 
Quasi tutta la vita di p. Tito si svolge lontano dalla sua terra d’origine: la Frisia. Ma egli rimane per sempre fortemente legato a quelle radici. Per amore della sua terra si fa promotore, insieme ad alcuni conterranei, della valorizzazione della lingua, della cultura e delle tradizioni locali. Suo intento principale è di natura ecumenica: superare gli antagonismi tra Protestanti e Cattolici. Per questo lavora al recupero delle tradizioni religiose frisoni precedenti la Riforma Luterana.
 
Inoltre, si fa promotore per l’acquisto di un terreno nella città di Dokkum dove, secondo la tradizione, nel 754 fu martirizzato S. Bonifacio, evangelizzatore della Frisia. Su quel terreno viene costruito un santuario in onore del Patrono che diventa meta di pellegrinaggio per ogni frisone. Tito ottiene anche dalle autorità politiche l’istituzione, nelle università olandesi, di un corso di lingua e cultura frisone. Da queste sue attività emerge un aspetto costante nell’agire di Tito: il ricorso alla cultura e all’informazione per migliorare i rapporti, la conoscenza e la stima tra le persone e le comunità.
 
 
5. Professore all’Università di Nimega
 
Nel 1923 viene fondata a Nimega la prima Università Cattolica. Dopo qualche mese giunge inaspettata a p. Tito la nomina di Professore di Filosofia nella nuova università. La cosa sorprende tutti, e lui per primo. Lascia la città di Oss e si trasferisce a Nimega che dista circa 20 Km verso il confine tedesco. Tito ha 42 anni, un’età matura e una personalità ricca e piena di risorse umane e spirituali. Oltre alla Filosofia, insegna anche Storia della Mistica, in particolare della Mistica olandese. Si immerge completamente nel nuovo ruolo che gli è affidato.
 
Tito non ha né una voce tonante, né modi accattivanti da mettere al servizio dell’insegnamento: costa fatica seguirlo nelle lezioni. Ma le sue parole scendono in profondità nel cuore di chi lo ascolta, soprattutto quando parla della Mistica. Un suo alunno dirà al Processo: «P. Tito mi ha impressionato come professore di Mistica: parlava al cuore e conosceva per esperienza personale cosa significa ascoltare la Parola e vivere l’unione con Dio».
 
La larghezza d’animo e il parlare al cuore è la caratteristica peculiare del suo stile di vita. In virtù di essa la sua figura si impone dentro l’università. E’ un uomo distensivo, capace di legare con gli altri, di tessere rapporti di genuina amicizia con tutti. Riesce ad appianare situazioni difficili o tese; è l’uomo fidato per ogni circostanza in cui sia necessario un mediatore, un pacificatore. Proprio grazie a queste doti attira attorno alla sua persona consensi e simpatia.
 
Nel settembre del 1932 p. Tito viene eletto Rettore Magnifico dell’Università dove insegna da dieci anni. L’incarico ha la durata di un anno, come vuole lo statuto dell’Università. Il 17 ottobre il nuovo Rettore tiene il discorso inaugurale dell’anno accademico sul Tema “Il concetto di Dio” in una società in rapida trasformazione.
 
«Credo – dice nel suo discorso – che dobbiamo farci un dovere, ritenere un obbligo: guardare attorno a noi il fenomeno della negazione di Dio. Non per assumere verso di esso innanzitutto un atteggiamento di difesa, ma, a causa di questo fenomeno, trarre motivo per far conoscere Dio, in forme nuove, per adattarne il concetto alla cultura moderna… Dobbiamo fare attenzione a non poggiarci troppo su vecchi schemi mentali, a ritenere sufficienti i concetti tradizionali su Dio… Occorre promuovere nuove esperienze che riaffermino il primato dell’amore, la ricerca della pace e la difesa della dignità umana. Nuovi tempi richiedono nuove forme espressive e anche nuovi modelli di spiritualità». Questo discorso suscita una vasta eco anche al di fuori dell’università e tra gli stessi Protestanti.
 
In qualità di Rettore Magnifico, Tito ha vari incarichi ufficiali di rappresentanza: Nel dicembre del 1932 visita a Milano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, fondata quasi contemporaneamente a quella di Nimega, dove si incontra con p. Agostino Gemelli. Da Milano raggiunge Roma, dove ottiene una breve udienza con Pio XI.
 
Tutta la vita di frate, di giornalista, di rettore magnifico e di professore universitario, trova chiarificazione in alcune parole, che esprimono il motivo di fondo del suo essere e del suo agire: «Dobbiamo capire il nostro tempo e non estraniarci dalla storia. Anche noi siamo figli del nostro tempo: siamolo con chiara coscienza! Lasciamo che il tempo attuale agisca su di noi con quanto di buono ha, e denunciamo con lucidità e determinazione i mali e le violenze assurde che oggi si fanno sempre più ricorrenti».
 
 
6. Assistente nazionale dei giornalisti cattolici
 
Nel 1935 l’Arcivescovo di Utrecht, mons. De Jong, nomina p. Tito Assistente nazionale dei giornalisti cattolici. Si tratta di una trentina di testate di cui alcune a carattere nazionale. Nello stesso anno Tito ottiene la tessera della Federazione internazionale dei giornalisti di cui sarà sempre orgoglioso.
 
Nel nuovo compito di Assistente egli si sente in casa sua, sia perché la sua grande carica umana gli consente di comunicare con tutti i giornalisti, sia perché è competente in materia. Si mette subito all’opera: Organizza incontri di formazione spirituale e di aggiornamento professionale per i giornalisti.
 
Non trascura neppure l’aspetto economico e sindacale del loro lavoro, intervenendo personalmente presso le amministrazioni dei giornali. Visita le loro famiglie e, a volte, trascorre l’intera giornata con loro. Questo il contesto in cui egli si muove con naturalezza e competenza nel nuovo ufficio pastorale nel periodo che va’ dal 1935 al 1940.
 
 
7. A confronto con il Nazismo
 
L’insegnamento e le altre molteplici attività di p. Tito si svolgono negli anni in cui la vicina Germania conosce l’ascesa e l’affermazione di Hitler con la sua aberrante e inumana ideologia del Nazionalsocialismo che proclama la superiorità della razza germanica, destinata alla guida delle sorti dell’Europa. Tale ideologia sostiene che vanno eliminati innanzitutto gli Ebrei, ma anche i deboli, gli ammalati mentali, gli omosessuali e chiunque porti delle tare umilianti per la nobiltà della razza ariana.
 
P. Tito studia a lungo l’ideologia nazista, sia nelle cause che ne hanno determinato la nascita e lo sviluppo, sia nella sua fenomenologia aggressiva e di morte. All’università tiene dei corsi in cui espone i risultati delle ricerche e le motivazioni profonde che lo inducono ad opporsi al regime hitleriano. Intanto, il suo nome è segnalato a Berlino e qualificato come “il Professore maligno”.
 
Il 10 maggio 1940, senza dichiarazione di guerra, le truppe naziste invadono l’Olanda. L’esercito olandese oppone solo una debole resistenza ai carri armati tedeschi. Dopo poche ore la resa è incondizionata. Viene imposto un nuovo governo servo della Germania. E’ la fine della libertà! In realtà, l’ideologia hitleriana è già penetrata in larghi strati della società olandese assai prima delle corazzate militari. Infatti, i simpatizzanti del Fuhrer hanno dato vita al Movimento Nazionale Socialista Olandese (NSB), con un notevole seguito tra la gente.
 
La prima preoccupazione degli occupanti è di mettere il bavaglio alla stampa e asservire la scuola; anzi: intendono utilizzarle quale veicolo di propaganda perché l’indottrinamento nazista possa passare più facilmente in tutti gli strati della popolazione. L’Episcopato si mostra concorde nel respingere sia l’ideologia nazista che definisce «un grande pericolo per la fede cattolica», sia l’invadenza tedesca nelle attività della Chiesa.
 
Di fronte agli invasori, i Vescovi rivendicano il diritto dei cattolici di confessare la propria fede e di portate avanti le opere sociali e culturali della Chiesa. E, rivolgendosi ai fedeli attraverso una lettera che viene letta in tutte le Chiese, così motivano il loro rifiuto della ideologia nazista: «Si tratta dell’essere o non essere del cristianesimo, della morale, e della civiltà cristiana, del bene delle vostre anime. E questi valori spirituali superiori – continuano i Vescovi – noi li difendiamo sempre con voi, sino al nostro ultimo respiro!».
 
In questa resistenza, p. Tito si trova in una posizione di frontiera. Quando il Dipartimento dell’Educazione proibisce a tutte le scuole di accogliere bambini ebrei, Tito, nella veste di Preside dell’organizzazione delle scuole cattoliche, invita tutti i capi-istituto a opporsi a questa decisione e formare un fronte unico di rifiuto, perché «la Chiesa, nella realizzazione della sua missione non conosce distinzione di sesso, né di razza, né di popoli; perciò noi non possiamo rifiutare loro l’ammissione alle nostre scuole».
 
Con il passare dei mesi si fa sempre più forte la pressione dell’autorità sui Direttori dei giornali per asservirli ai loro interessi fino a giungere a un diktat, un ordine perentorio: il 18 dicembre 1941 i responsabili della propaganda nazista inviano a tutti i giornali questa telecomunicazione: «Alla stampa olandese non è permesso rifiutare, per motivi di principio, la pubblicazione di annunci presentati dal Movimento Nazionalsocialista Olandese». La stampa cattolica è messa con le spalle al muro: le si impedisce il rifiuto di pubblicare per principio – cioè a motivo del Vangelo e della fede in Cristo – ogni comunicato, avviso e pubblicità contrari al Vangelo.
 
I Vescovi non possono accettare supinamente questa imposizione, pertanto Mons. Jong convoca p. Tito nella sua veste di Assistente dei giornalisti cattolici. Nell’incontro entrambi vedono opportuno avvicinare personalmente, uno per uno, i Direttori dei giornali per invogliarli alla resistenza, costi quel che costi!
 
P. Tito si incarica di scrivere la lettera (nel farlo pesa ogni parola) e di consegnarla personalmente ai Direttori. E’ pienamente consapevole dei rischi cui va’ incontro. Da 2 al 10 gennaio 1942 è in treno per spostarsi da un capo all’altro del paese. Dovunque arriva è accolto con calore, da uomo aperto e sincero qual è, anche se porta messaggi poco lieti. Tutti i Direttori, eccetto uno, si trovano d’accordo con le direttive dei vescovi e sottoscrivono la lettera.
 
In questi spostamenti, Tito è seguito, e lui ne è consapevole, dalla polizia segreta. Il 19 gennaio, al ritorno dall’università, viene arrestato nel convento di Nimega da due agenti della Gestapo. Quella stessa sera, il comandante degli occupanti telegrafa a Berlino: «Il nemico numero uno degli interessi tedeschi in Olanda è ora reso innocuo».
 
 
8. La Via Crucis con destinazione Dachau
 
Ha inizio così, per p. Tito, una lunga Via Crucis che si protrae per sei mesi (19 gennaio – 26 luglio) da una prigione all’altra, fino al campo di sterminio di Dachau. La sera dell’arresto è condotto nella prigione di Arnhen; Tito esclama con amarezza, ma anche con ironia: «Che strana sensazione varcare la soglia di una prigione all’età di 60 anni!». Il giorno dopo è trasferito in quella di Scheveningen. Occupa la cella n. 577.
 
Qui avviene l’interrogatorio condotto dal capitano tedesco Hardegen, personaggio singolare dai modi raffinati, colto, ma anche cinico. Questi gli contesta di “aver sabotato le disposizioni dell’autorità tedesca in materia di stampa; ciò mette in pericolo la pace del popolo e impedisce la penetrazione dell’ideologia nazionalsocialista tra il popolo”. Tito, sereno e pacato risponde: «La Chiesa accetta ogni disposizione data dalle autorità occupanti, però fino a quando esse non vanno contro la fede e i principi religiosi da essa professati.
 
Segue le leggi che sono compatibili con la sua fede; quelle che non lo sono le contrasta, non le segue». Poi, con tratto molto umano, prende su di sé ogni responsabilità per evitare sospetti e pericoli per i suoi amici. Dice ad Hardegen: «Gli esponenti di tale protesta siamo l’Arcivescovo ed io».
 
Qualche giorno dopo Hardegen gli chiede di mettere per iscritto i motivi per i quali lui e i cattolici olandesi si oppongono al nazionalsocialismo. Tito risponde (in 9 cartelle) con estrema chiarezza e coraggio; ben sapendo che con ciò sta firmando la sua sentenza di morte; però questa certezza non lo trattiene. Egli condanna l’ideologia del nazionalsocialismo, che definisce “neo-paganesimo”, ma non le persone; considera, infatti, i tedeschi “persone ingannate”.
 
Termina lo scritto con una benedizione: «Dio salvi l’Olanda! Dio salvi la Germania!, Dio conceda a questi due popoli di tornare a camminare in pace e in libertà e a riconoscere la sua gloria per il bene di queste due nazioni così vicine».
 
Rimane a Scheveningen circa due mesi. Va sottolineato, innanzitutto che il momento dell’arresto segna uno spartiacque nella sua vita. Egli, uomo dalle mille iniziative e attività è costretto adesso all’immobilità; dai più svariati contatti umani e professionali, passa alla solitudine e al silenzio. Eppure, riesce a inventare e a vivere una sorprendente continuità tra l’ieri e l’oggi.
 
Così, la cella diventa per lui convento e cappella. «Mi son fatto – scrive dal carcere – l’orario di comunità, come in convento… e mi son fatto un piccolo altare». Il carcere si trasforma in nuovo orizzonte per il suo apostolato, Chiesa da servire; i compagni di prigionia e gli stessi aguzzini sono i nuovi fratelli da avvicinare, amare, evangelizzare.
 
Decide di scrivere un diario ove fissare i suoi sentimenti e le riflessioni. Scrive: «Il celebre passo che S. Teresa teneva gelosamente nel suo breviario anche per me è ora di consolazione e di sprone: “Niente ti turbi, niente ti spaventi; Dio non muta; la pazienza vince tutto; a chi possiede Dio, non manca nulla. Dio solo basta”».
 
E più avanti: «La vocazione per la Chiesa e il sacerdozio mi hanno arricchito di tante dolcezze e di tante gioie, che volentieri accetto tutto ciò che può sembrare sgradito. In pieno accordo con Giobbe ripeto: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del signore”». La cella oscura non chiude il cuore di Tito.
 
Il 12 marzo viene trasferito nel campo di Amersfoort a 100 km da Scheveningen dove i prigionieri sono costretti ad un duro lavoro che il suo fisico indebolito mal sopporta. Gli viene assegnato il n.58: il professore universitario diventa solo un numero. Amersfoort è solo una tappa di passaggio verso i campi di concentramento tedeschi o polacchi.
 
Anche in queste condizioni disumane, Tito conserva la sua calma e serenità interiore. E’ un punto di riferimento per gli altri prigionieri. Nelle tenebre del lager ha il coraggio di testimoniare la forza dell’amore fino a pregare per gli aguzzini: «Bisogna pregare per loro», dice ai compagni.
 
Il 3 aprile, il giorno del Venerdì Santo, un gruppo di prigionieri gli chiede di tenere una conversazione spirituale sul mistero di quel giorno. Tito accetta. La mattina, di nascosto dai guardiani del campo, scrive su un pezzo di carta lo schema di quanto dirà. E la sera parla, seduto su una cassetta di patate, mentre i compagni attorno a lui, seduti sui letti o per terra, lo ascoltano con attenzione.
 
Parla con grande pathos della Passione di Cristo, e la accosta alla loro sofferenza. Con parole umane cariche di consolazione e di pace, dice che i loro patimenti, lì al campo, rinnovano nell’oggi la Passione del Signore. Più tardi dirà un testimone: «Siamo tornati in silenzio alle nostre baracche; nessuno parlava: lo Spirito di Dio ci aveva sfiorati!».
 
Dopo un mese di patimenti ad Amersfoort, Tito affronta l’ultima tappa del suo calvario. Il 13 giugno, insieme ad altri prigionieri stipati in carri-bestiame, parte per Dachau, dove giunge giorno 19. E’ destinato al blocco 28 che accoglie sacerdoti e religiosi. Qui incontra il giovane confratello olandese Fr. Raffaele Tijhuis che sarà per lui un vero angelo di conforto, fino alla morte.
 
La vita a Dachau è decisamente invivibile, fatta di maltrattamenti da parte delle SS e di altri capi, di lavoro forzato e di malnutrizione. P, Tito confida ad un sacerdote polacco suo compagno: «Non ci resta che mettere in pratica ciò che abbiamo imparato e insegnato». E, come sempre, si mostra sereno e gentile, anche con chi gli usa violenza. A Dachau ha più volte la possibilità di ricevere l’Eucarestia dai sacerdoti tedeschi del blocco n.26 ai quali era consentito celebrare. La conserva gelosamente nell’astuccio degli occhiali
 
Ma il suo fisico, ormai sfinito, non regge a lungo: non ha più forza per lavorare e nemmeno per camminare. Dopo appena tre settimane dall’arrivo, i compagni gli suggeriscono il ricovero in infermeria, pur sapendo tutti che chi entra in quel luogo, di solito riceve l’iniezione di grazia. Tito risponde loro: «Se voi siete di questo parere, allora sia così, in nome di Dio».
 
Nell’infermeria è affidato ad una giovane donna, l’infermiera, che darà un’ultima preziosa testimonianza su p. Tito: «Egli ha avuto molta compassione di me. Mi chiedeva perché ero andata a finire là. Una volta mi prese per la mano e mi disse: che povera ragazza è lei. Mi diede la sua corona del rosario. Io gli dissi che non sapevo pregare, e lui: basta che dica “prega per noi peccatori”. Allora io risi. Tutti i malati mi guardavano con disprezzo, lui con compassione».
 
Il 26 luglio il medico prepara l’iniezione di acido fenico e l’infermiera gliela inietta in vena. Sono le h. 14.00, dopo dieci minuti p. Tito cessa di vivere. Tre giorni dopo il corpo irrigidito, caricato su un carro, insieme ad altri cadaveri è portato al forno crematorio.
 
 
9. Uomo espropriato e libero
 
Nel ripercorrere l’itinerario umano e spirituale di questo carmelitano dei nostri giorni, ci siamo trovati davanti la figura di un uomo che, profondamente motivato da una fede matura, in un tempo storico drammatico, proclama e difende con estrema lucidità e incisività la libertà della Chiesa e la dignità dell’uomo. Tratto in arresto per la sua opera, porta il peso delle sue scelte fino alle conseguenze estreme: il dono della vita.
 
Più volte, d’altronde, egli ricorda: «In ogni epoca c’è stata gente che ha dato la vita come martire per la Chiesa». In questa scelta di campo, Tito diviene progressivamente uomo espropriato, cioè puro dono, gratuito fino in fondo e quindi totalmente libero.
 
Libero di professare integralmente la fede, non permettendo che altri scalfisca le sue convinzioni più profonde.
Libero davanti all’oppressore e di fronte alla paura, alla minaccia, al ricatto.
Libero, perfino di fare dell’umorismo sulla sua carcerazione: «La mia cella n.577 non era poi un inferno, e quando vi entrai non vidi scritto Lasciate ogni speranza voi che entrate!».
Libero, infine, di offrire la sua vita, per riaverla in dono (cf. Mc 8,35).
 
Abbiamo la testimonianza di un ex-internato che rende in modo plastico la libertà di Tito Brandsma e ne sintetizza l’intera esistenza: «Tutti al Campo camminavamo curvi, mentre p. Tito camminava dritto, a testa alta… !»

 
Aurelio Antista
 

 

 
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