XXXIII domenica

Tempo ordinario - Anno A

 
 
 
 
 
 
Un Dio che ci chiama a non rimanere mai immobili 
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone [...].
  
Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli e dei talenti. Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di esserne l'estate feconda di frutti. Come sovente nelle parabole, un padrone, che è Dio, consegna qualcosa, affida un compito, ed esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l'uso, e tanta libertà. Una sola regola fondamentale, quella data ad Adamo: coltiva e custodisci, ama e moltiplica la vita.
 
La parabola dei talenti è l'esortazione pressante ad avere più paura di restare inerti e immobili, come il terzo servo, che di sbagliare (Evangelii gaudium 49); la paura ci rende perdenti nella vita: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per il timore di finire sconfitti! La pedagogia del Vangelo ci accompagna invece a compiere tre passi fondamentali per l'umana crescita: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la madre di tutte le paure, cioè la paura di Dio.
 
Se leggiamo con attenzione il seguito della parabola, scopriamo che ci viene rivelato che Dio non è esattore delle tasse, un contabile che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi. Dice infatti: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma in più viene moltiplicato. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: e questo accrescimento, questo incremento di vita è esattamente la bella notizia. Questa spirale d'amore che si espande è l'energia segreta di tutto ciò che vive, e che ha la sua sorgente nel cuore buono di Dio. Tutto ci è dato come addizione di vita.
 
Nessuna tirannia, nessun capitalismo della quantità: infatti colui che consegna dieci talenti non è più bravo di quello che ne riporta quattro. Non c'è una cifra ideale da raggiungere: c'è da camminare con fedeltà a te stesso, a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo, fedele alla tua verità, senza maschere e paure. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Dietro l'immagine dei talenti con ci sono soltanto i doni di intelligenza, di cuore, di carattere, le mie capacità. C'è madre terra, e tutte le creature messe sulla mia strada sono un dono del cielo per me. Ognuno è talento di Dio per gli altri.
 
Magnifica suona la nuova formula del matrimonio: «Io accolgo te, come mio talento, come il regalo più bello che Dio mi ha fatto». Lo può dire lo sposo alla sposa, l'amico all'amico: Sei tu il mio talento! E il mio impegno sarà prendermi cura di te, aiutarti a fiorire nel tempo e nell'eterno. «L'essenza dell'amore non è in ciò che è comune, è nel costringere l'altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che può diventare» (R.M. Rilke).

(Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Mattep 25,14-30)
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di p. José Maria Castillo.
 
1. Questa parabola si interpreta male quando da essa si vuole trarre un insegnamento severo ed esigente sulla responsabilità davanti a Dio. Nel senso che ad ognuno Dio praticherà un regolamento di conti. Ed ognuno dovrà rispondere dei doni e “talenti” che ha ricevuto in questa vita. Simile interpretazione non rientrava nella mentalità di Gesù, che ha sempre presentato Dio come Padre di bontà, di accoglienza, di comprensione e di misericordia senza limiti.
 
2. La chiave della parabola sta nella paura che ha avuto l’impiegato pauroso e codardo, quello che ha ricevuto un solo talento. L’idea che quest’individuo aveva del suo “signore” era terribile. Un’idea che faceva paura. E la paura è stata la sua perdizione. Perché la paura paralizza, blocca e ci rende sterili. Un cristiano pauroso non produce nulla. E per questa strada si va a cercare la sua rovina.
 
3. Il Dio che si predica in non poche cattedre ecclesiastiche è in definitiva un Dio che mette paura. Insegnare che Dio è così è fare il peggior danno che si può fare alla gente. Ed inoltre questo è condannare la Chiesa alla sterilità. Produce solo frustrazione. Cioè questo Dio della paura e la pastorale della paura conducono al nulla, ossia da nessuna parte. Una chiesa paurosa, accerchiata, sulla difensiva è una Chiesa sterile. Dio non vuole questo.
 
4. Dovremmo porci tutti noi cristiani una domanda urgente: quali paure oggi attanagliano e paralizzano di più la Chiesa? Nei mesi scorsi si è detto che oggi si ha paura e si rifiuta papa Francesco. Perché? Perché si ha paura di un papa che crede nel Vangelo? Ci sarà qualcosa di questo nella Chiesa?
 
 
(tratto da www.ildialogo.org)
 
 


 

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