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«Lui stasera dorme qui»: L’accoglienza di rifugiati in una casa del nord-est

La storia di Lino e Giuseppina, che in Veneto aiutano i migranti dando loro un aiuto e una casa.

«Lui stasera dorme qui». Risponde così Lino alla moglie Giuseppina, che lo ha visto tornare a casa con Mohamed, ventiduenne maliano. «Va bene», replica Giuseppina, che subito provvede a sistemargli una stanza. A L’Azione, settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto, Lino racconta che era venuto a sapere che alcuni ragazzi usciti dal Ceis di Serravalle, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, non avevano dove dormire. Di fronte all’emergenza, non ha potuto dire di no.

“Con un po’ di francese ci si capiva per il necessario. Era autonomo nella sua stanza con angolo cottura e bagno vicino; lo aiutavamo con il mangiare e talvolta con un passaggio alla fermata della corriera per andare a scuola a Vittorio Veneto. Quando era a casa era disponibile a dare una mano, anzi, quando mi vedeva che lavoravo nel campo mi diceva: «Tu lavori ancora e sei vecchio: lascia fare a noi che siamo giovani!».”

Mohamed faceva dei lavoretti saltuari e cercava di aiutare gli amici che invece non ne trovavano. Quando non aveva più lavoro, ne soffriva. Da qui la chiusura, i problemi e il ritorno in Costa d’Avorio, grazie a una colletta degli amici. In una terra che ultimamente non brilla per ospitalità, Lino e Giuseppina raccontano con gioia le loro storie di accoglienza. Da tanti anni danno alloggio a stranieri nella loro casa e nell’appartamento sottostante che affittano. Questa propensione all’accoglienza ha radici nel passato.

“A 19 anni ho messo tutto in valigia e sono andato in Svizzera a cercare lavoro. Erano i tempi dei referendum contro gli stranieri. Un clima pesantissimo nei confronti degli italiani: ci chiamavano zingari. Io vedevo questi svizzeri che ci guardavano storto e mi chiedevo: «Ma perché? Cosa ti ho fatto di male?». Non sapevo la loro lingua, quindi non potevo parlare e farmi conoscere. Sulla stampa un martellamento continuo contro gli italiani. Poi per fortuna ho trovato uno svizzero che mi ha aiutato ad inserirmi in quell’ambiente. Ecco, io rivedo qui oggi lo stesso clima di allora e rivedo me stesso in questi ragazzi: l’ostilità che ho subìto io la riscontro nei loro confronti. E non ho esitato a comportarmi come quello svizzero. È gente che ha bisogno, come avevo bisogno io.”

Da qualche settimana, nell’appartamento al pianterreno abitano due ragazzi del Mali, educati e discreti. Hanno un lavoro e pagano l’affitto, perché ne hanno la possibilità. Ma non è nemmeno facile trovare case da affittare, nonostante ve ne siano diverse sfitte nei dintorni: piuttosto di darle a stranieri, vengono tenute vuote. Come si spiega questa ostilità?

“È la paura del diverso, dello sconosciuto, anche se solo per sentito dire, perché questi ragazzi non hanno mai fatto del male. Anzi, hanno solo l’interesse di comportarsi bene per farsi accogliere! Secondo me, passerà questo brutto clima. Sono arrivati gli albanesi e sembrava il finimondo. Ora chi ne parla più? Prima ancora lo stesso con i meridionali. Poi sono arrivati i rumeni, ora chi ne parla? Succederà di nuovo così. O almeno lo speriamo. Di una cosa però sono certo: la sicurezza non si fa con i muri.”

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