C’è un’altezza che è fuga dalla realtà e c’è un’altezza che è rifugio in Dio…noi dobbiamo custodire l’unità.
C’è un’altezza che è fuga dalla realtà e c’è un’altezza che è rifugio in Dio…noi dobbiamo custodire l’unità.
Nel Discorso 261, Agostino di Ippona affronta un rischio sempre attuale: guardare il cielo nel modo sbagliato. La distinzione che traccia è netta — esiste un’altezza che è fuga dalla realtà e un’altezza che è rifugio in Dio.
Tenere il cuore rivolto verso l’alto non coincide con la superbia, ma con l’abbandono fiducioso al Signore.
Il cuore della riflessione agostiniana sull’Ascensione è un’inversione paradossale: Cristo è disceso per guarire l’uomo, e ascende per elevarlo. Chi tenta di elevarsi da solo cade sotto il peso della propria fragilità; chi si lascia sollevare da Lui rimane in alto. Un monito che interpella direttamente la cultura contemporanea dell’auto-miglioramento e della performance.
L’Ascensione, inoltre, non va intesa come abbandono. Agostino ricorda che Cristo «non è assente se lo si conserva nel cuore» (Discorso 263): una prossimità più profonda di quella sensoriale, fondata sulla relazione viva con il Risorto.
Di fronte all’ansia del quando — tipica di ogni epoca, inclusa la nostra — la risposta agostiniana è chiara: non è decisivo calcolare i tempi ultimi, ma vivere ogni giorno come se l’incontro fosse imminente. Il tempo non è una minaccia da gestire, bensì uno spazio in cui formare la propria vita.
Infine, l’Ascensione consegna alla comunità cristiana una precisa responsabilità: custodire l’unità. La tunica senza cuciture, simbolo riletto da Agostino nel Discorso 265, richiama la carità come unico vincolo capace di tenere insieme ciò che la divisione vorrebbe spezzare.
«La risurrezione del Signore è la nostra speranza, l’ascensione del Signore è la nostra glorificazione»: il Capo è andato avanti, e le membra sono chiamate a seguire — non per merito proprio, ma perché dove è giunto il Capo, lì è già aperta la speranza per tutte le membra.
Tratto da Avvenire