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Arte sacra e vita cristiana, un rapporto in cerca di futuro

Nella storia il legame tra immagini e cristianesimo ha dato vita a vari modelli e oggi non va percepito come immutabile.

Negli ultimi decenni, c’è stata da parte del mondo cristiano una riscoperta del patrimonio d’arte sacra come opportunità sia per la pastorale che per un recupero del proprio deposito spirituale. Secondo Giuliano Zanchi, come si legge in un suo testo su Avvenire, questi richiami alla bellezza sono opportuni, ma spesso troppo enfatici e rinchiusi in una concezione delle opere artistiche apologetica e astorica. Il rapporto tra il potere delle immagini e la vita cristiana non è un dato immutabile, perché nell’intera storia del cristianesimo non ci può essere una mera ripetizione della stessa gloria estetica. Generalmente, ci sono stati tre tempi in cui questo rapporto ha dato vita a paradigmi differenti.

Il primo periodo, corrispondente all’incirca ai primi tredici secoli, può essere legato al culto delle immagini. Il cristianesimo, ereditando dalla cultura antica una concezione attiva di esse, sceglie una produzione iconica densamente simbolica, che lambisce i confini del potere sacramentale e rappresenta un analogo della reliquia e del segno eucaristico. L’importanza di un’immagine sacra è dovuta alla sua efficacia di manifestare realmente un contatto con il mondo soprasensibile, con la teologia che provvede a marcare la differenza tra un’icona e un idolo. I criteri di qualità a cui successivamente si darà il nome di arte rimangono sostanzialmente impercepiti.

Alle soglie dell’Umanesimo, inizia un tempo in cui i teologi separano nettamente le prerogative dell’immagine e quelle del sacramento, periodo che proseguirà fino al Settecento. L’eucaristia è il luogo della presenza reale del divino, l’immagine quello della rappresentazione. Quest’ultima mantiene una dimensione spirituale, ma diventa un’opera d’arte connessa alle capacita tecniche dell’uomo. Nel Rinascimento, l’arte inizia a diventare una manifestazione analoga alla religione (Raffaello viene chiamato “divin pittore”), per poi prendere la propria strada.

Il terzo momento è quello attuale, dove la civiltà della ragione guarda alle immagini come riflesso della realtà esistente, non del trascendente. Non esistendo più questo fondamento, la dimensione estetica copre il vuoto della sua assenza. Così, l’arte contemporanea agisce in un mondo dove la vita cristiana è messa ai margini e fatica a comprendere quello che accade, dove la fede subisce una tirannia estetizzante e non sa trovare aiuto nelle arti. Oggi si sta cercando con difficoltà una nuova sintesi tra il potere simbolico delle immagini e i bisogni cristiani, ma per l’emersione di un nuovo modello occorre avere coscienza di quelli precedenti. Il passato deve essere visto come una serie di variazioni, non come una ripetizione di un identico schema o come un ripostiglio a cui ricorrere. Senza farsi attirare dalle continue novità del mercato artistico, il presente può diventare un tempo di fiduciosa attesa.

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