Letture: Atti degli Apostoli 1,1-11; Salmo 46; Lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23; Luca 24,46-53
Ognuno di noi conosce la nostalgia struggente di rivedere anche solo per un momento, per un attimo breve, la persona cara che ha perduto: il desiderio di dare alla sua carne calda un’ultima carezza magari un ultimo tenero bacio e scambiarsi uno sguardo lucente di lacrime e di amore. Gli apostoli avevano avuto questa possibilità. Dopo la Sua morte lo avevano visto, toccato: avevano preso dalle sue mani tiepide e ferite porzioni di pesce e bocconi di pane; forse avevano tremato nello sfiorare quelle dita e nell’ascoltare ancora una volta il suo respiro e la sua voce. Un sogno.
Deve essere sembrato loro un sogno bellissimo e incredibile. Era tornato, e stavolta per sempre, il per sempre della vita. Si erano cullati forse nell’illusione di averlo tutto per loro, di tornare a camminare per le strade e a navigare controvento, di cenare con commensali dei quali, se non fossero stati con Lui, si sarebbero vergognati. Insomma, di riprendere la vita con Lui, quei giorni che erano trascorsi veloci, col cuore caldo, giorni incomprensibili a volte, ma in cui scorreva calore, tenerezza, amore. Un pulsare continuo di bellezza.
Oggi invece il Maestro li saluta, lasciando loro non una dottrina, né un metodo per meditare o pregare come facevano gli altri maestri, ma li affida al Dio vivente, a quella “potenza“ inspiegabile che ancora non conoscono, e che è già pronta per loro: promessa solenne e irrevocabile, promessa fedele.
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Don Luigi Verdi
Secondo il vangelo (Lc 24,46-53) l’ascensione di Cristo è accompagnata da una benedizione (Lc 24,51: “Mentre Gesù benediceva i discepoli, si staccò da loro e fu portato verso il cielo”) e secondo la prima lettura (At 1,1-11) da una promessa (At 1,11b: “Gesù verrà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”): con l’ascensione, infatti, il Signore fa dono all’umanità della sua presenza in una forma nuova (benedizione) e non abbandona i suoi, ma verrà nuovamente per incontrarli (promessa).
La promessa e la benedizione dell’ascensione impegnano la chiesa nella storia a testimoniare la presenza del Risorto e ad attendere la sua venuta gloriosa. Testimonianza e attesa sono i riflessi ecclesiali e spirituali dell’evento dell’ascensione come promessa e benedizione.
Nel vangelo il Risorto dice ai discepoli: “Io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (promissum Patris mei: Lc 24,49); negli Atti chiede loro di “attendere l’adempimento della promessa del Padre” (promissionem Patris: At 1,4), ovvero di “essere battezzati in Spirito santo” (At 1,5). Viene così stabilito il saldo rapporto tra ascensione e pentecoste: entrambi gli eventi sono parte costitutiva dell’atto unico e indivisibile che è l’evento pasquale.
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Luciano Manicardi
Ascensione del Signore
Anno C
Letture: Atti degli Apostoli 1,1-11; Salmo 46; Lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23; Luca 24,46-53
Ognuno di noi conosce la nostalgia struggente di rivedere anche solo per un momento, per un attimo breve, la persona cara che ha perduto: il desiderio di dare alla sua carne calda un’ultima carezza magari un ultimo tenero bacio e scambiarsi uno sguardo lucente di lacrime e di amore. Gli apostoli avevano avuto questa possibilità. Dopo la Sua morte lo avevano visto, toccato: avevano preso dalle sue mani tiepide e ferite porzioni di pesce e bocconi di pane; forse avevano tremato nello sfiorare quelle dita e nell’ascoltare ancora una volta il suo respiro e la sua voce. Un sogno.
Deve essere sembrato loro un sogno bellissimo e incredibile. Era tornato, e stavolta per sempre, il per sempre della vita. Si erano cullati forse nell’illusione di averlo tutto per loro, di tornare a camminare per le strade e a navigare controvento, di cenare con commensali dei quali, se non fossero stati con Lui, si sarebbero vergognati. Insomma, di riprendere la vita con Lui, quei giorni che erano trascorsi veloci, col cuore caldo, giorni incomprensibili a volte, ma in cui scorreva calore, tenerezza, amore. Un pulsare continuo di bellezza.
Oggi invece il Maestro li saluta, lasciando loro non una dottrina, né un metodo per meditare o pregare come facevano gli altri maestri, ma li affida al Dio vivente, a quella “potenza“ inspiegabile che ancora non conoscono, e che è già pronta per loro: promessa solenne e irrevocabile, promessa fedele.
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Don Luigi Verdi
Secondo il vangelo (Lc 24,46-53) l’ascensione di Cristo è accompagnata da una benedizione (Lc 24,51: “Mentre Gesù benediceva i discepoli, si staccò da loro e fu portato verso il cielo”) e secondo la prima lettura (At 1,1-11) da una promessa (At 1,11b: “Gesù verrà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”): con l’ascensione, infatti, il Signore fa dono all’umanità della sua presenza in una forma nuova (benedizione) e non abbandona i suoi, ma verrà nuovamente per incontrarli (promessa).
La promessa e la benedizione dell’ascensione impegnano la chiesa nella storia a testimoniare la presenza del Risorto e ad attendere la sua venuta gloriosa. Testimonianza e attesa sono i riflessi ecclesiali e spirituali dell’evento dell’ascensione come promessa e benedizione.
Nel vangelo il Risorto dice ai discepoli: “Io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (promissum Patris mei: Lc 24,49); negli Atti chiede loro di “attendere l’adempimento della promessa del Padre” (promissionem Patris: At 1,4), ovvero di “essere battezzati in Spirito santo” (At 1,5). Viene così stabilito il saldo rapporto tra ascensione e pentecoste: entrambi gli eventi sono parte costitutiva dell’atto unico e indivisibile che è l’evento pasquale.
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Luciano Manicardi