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Come vive Gesù la sofferenza?

Far capire al bambino come reagire alle esperienze del pianto e del farsi male in continuità con i momenti in cui Gesù si trova a contatto con il male.

Sappiamo come l’esperienza del pianto, l’esperienza di farsi male, è tipica del bambino: appena vive una esperienza differente da quello che è abituato a fare, piange. Un incontro con uno sconosciuto che vuole essere troppo invadente, una caduta che procura anche un piccolo taglio, una puntura di un insetto… Tutte esperienze che hanno a che fare con la prova del male o di qualcosa che mette a repentaglio il nostro schema di vita, che per un bambino è molto semplice! La sofferenza mette in discussione una certa linearità della vita e non può non sconvolgere perché non è logica la sofferenza, non fa parte dei desideri sani di una persona. Possiamo allora vedere alcuni momenti in cui Gesù si trova a contatto diretto con una situazione di sofferenza, di male, di oscurità.

Giovanni 11,17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro… 32 Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». 37 Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?». 38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra.

Per Gesù si tratta di una relazione con una persona amica che per cause naturali è morta. Quante volte ci siamo fermati di fronte al pianto di Gesù chiedendoci: ma se da lì a qualche minuto lo avrebbe fatto rivivere, perché questo pianto? Gesù non è un mago che fa cose strabilianti per catturare attenzione e per arricchirsi personalmente; Gesù anzitutto condivide la situazione in cui si trova e non si sottrae alle sollecitazioni delle emozioni che sono presenti in quel dato momento. Non è nemmeno una mancanza di fede: Gesù non separa la sua fede dalla vita e dalla concretezza in cui vive. Nel momento in cui arriva al sepolcro si presenta come vero uomo, come colui che ha perso un amico, come colui che di fronte alla morte piange la scomparsa, pur avendo fede nel padre: l’esperienza della morte è l’esperienza dell’anti creazione, che anche Lui attraverserà dandone un senso nuovo. Ma la morte, la sofferenza non si tramutano in gioia, anzi, in qualcosa che si desidera vivere! Soprattutto la sofferenza e la morte chiedono di ripensare al rapporto con la persona che è scomparsa, un rapporto che nel tempo conquisterà nuove coordinate, nuove modalità, ma nel momento in cui avviene la separazione si vive come una perdita del rapporto.

Luca 19,41 Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. 43 Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Gesù piange anche di fronte a Gerusalemme, che non ha compreso il tempo della visita di Dio e, rifiutandolo, ha segnato la sua condanna. Anche qui è un pianto per un rapporto finito male, potremmo dire che assomiglia al pianto di chi ha ricevuto una delusione d’amore molto forte che non ha visto riconosciuta la sua passione per l’altro e questo porta alla morte dell’altro. Siamo di fronte al pianto di Dio per tutta l’umanità che non si lascia abbracciare dal suo amore, che lo ha scambiato per un nemico da abbattere. Potremmo dare a questo sentimento le stesse parole di Gesù pronunciate ancora su Gerusalemme.

Luca 13, 34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!

Quale esperienza proporre allora con i bambini? È ovvio che non dobbiamo simulare dei momenti di sofferenza, ma sfruttare quelli che quotidianamente capitano, che richiamavo all’inizio dell’articolo. Come vivere l’esperienza della sofferenza? Un bambino ha bisogno di sentire che nonostante quella sofferenza non è venuto meno il rapporto con i genitori. È qualcosa che tutti, adulti e piccoli, spontaneamente facciamo. Quando un bambino cade e si fa male, siamo tutti preoccupati di coccolarlo, perché la caduta non sia anche un segnale negativo nei confronti del bambino: non sono stato capace di affrontare quell’ostacolo, non so se adesso mi merito ancora l’attenzione dei genitori e così via… Al centro sta la necessità di un rapporto stabile, che non è venuto meno nonostante quell’imprevisto.

E se invece dovesse capitare qualcosa di doloroso in famiglia, si potrebbe stabilire un momento della settimana o della giornata per richiamare alla memoria la persona che non c’è più, riscoprendone insieme la saggezza, la sua presenza in situazioni analoghe. Il tutto non in un clima asettico, ma di condivisione, tra persone, piccole e grandi, che stanno cercando di tener vivo un rapporto con modalità nuove. Se pensiamo alle fiabe classiche, tutte presentavano situazioni di sofferenza e di morte (da Cappuccetto rosso a Bambi, da Biancaneve alla Bella addormentata nel bosco), con il tentativo di mantenere aperto il rapporto con la persona scomparsa.

Ottavio Pirovano
Cooperativa Aquila e Priscilla

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