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Le buone samaritane che rompono il sistema

Siamo disponibili a prendere esempio da una donna che ha un’altra fede o viene da un paese straniero, solo perché fa del bene?

Gesù, quando parla con la samaritana al pozzo, è il primo che esce dal sistema, quello dei giudei che consideravano i samaritani scismatici a causa della contaminazione etnica e religiosa e che impedivano loro di partecipare al culto ufficiale di Gerusalemme, tanto che essi si erano costruiti un proprio tempio sul monte Garizim. La vicenda, narrata solo nel Vangelo di Giovanni (Gv 4,4-42), si svolge nella città di Sicàr, dove c’è il pozzo d’acqua legato alla memoria del patriarca Giacobbe. È qui che, con il primo lungo discorso, Gesù dà inizio alla sua rivelazione pubblica. In precedenza Egli aveva parlato con l’importante rabbino di Gerusalemme Nicodemo (Gv 3,1-21), ma il dialogo, che avviene nella segretezza della notte, è da quest’ultimo cercato e fatto con un uomo del sistema, non è occasionale, alla luce del giorno e svolto con una persona doppiamente fuori dal sistema perché donna e samaritana.

Come spiega sull’Osservatore Romano la biblista Marinella Perroni, l’interlocutrice di Gesù non se ne va in silenzio come fa Nicodemo. Dopo che il Messia si rivela come tale anche grazie alla metafora dell’acqua, simbolo della sapienza che dà la vita, lei lascia la sua anfora perché ha capito che se accoglie il Suo insegnamento non avrà più sete in eterno. Così, va in città e dice alla sua gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Le parole messianiche l’hanno convinta a mettere in discussione il suo sistema religioso. La rivelazione di Gesù che lei ha avuto più di un marito non va interpretata in senso letterale, richiamando implicitamente un disordine sessuale. I cinque sposi si possono riferire alle molteplici divinità del culto samaritano, che erano affiancate a Yhwh. Di conseguenza, lei si dimostra pronta a convertirsi.

Da una parte, quindi, l’annuncio di Dio è rifiutato da coloro che avrebbero potuto recepirlo, dall’altra è inaspettatamente accolto da quelli ritenuti ad esso più estranei. Non stupisce che questa trama teologica giovannea metta in primo piano una donna, categoria che già all’epoca stava venendo progressivamente posta ai margini delle prime comunità cristiane. La parabola del buon samaritano, ad esempio, mette in scena tutti maschi: la vittima dei briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, un albergatore. D’altronde, ai tempi di Gesù nessuna donna avrebbe potuto avventurarsi da sola sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Ma oggi il cast non potrebbe essere, anche solo in parte, al femminile? Il racconto, poi, inizia con un generico «un uomo», che si potrebbe leggere come “essere umano” e nei secoli cristiani le buone samaritane sono state innumerevoli.

Ognuno dovrebbe domandarsi se sarebbe disponibile a prendere esempio da una donna che non è dentro il sistema, che ha un’altra fede, che viene da un paese straniero, che ha un colore della pelle diverso, solo perché fa del bene. Ieri come oggi, le samaritane evangeliche sono lo specchio di ciò che molte donne fanno nella Chiesa, dai gesti caritatevoli all’insegnamento teologico fino ai ruoli dirigenziali. È venuto il tempo in cui comincia a non essere più vero che sono fuori dal sistema.

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