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Cala ancora l’uso della pena di morte nel mondo

Secondo Amnesty International, le esecuzioni capitali sono calate (con l’incognita Cina), ma alcuni paesi hanno invertito la tendenza.

Come avviene dal 2015, l’utilizzo della pena di morte nel mondo sta diminuendo, nonostante alcuni paesi stiano invertendo la tendenza. Nel 2019, le esecuzioni documentate (657) sono calate del 5% rispetto all’anno precedente, raggiungendo il numero più basso dell’ultimo decennio. È quanto emerge dal rapporto “Condanne a morte ed esecuzioni nel 2019” di Amnesty International, che comunque, come di consueto, non tiene conto delle migliaia di pene capitali che ritiene siano state inflitte in Cina, dove sono classificate come segreto di stato. Inoltre, nonostante la certezza dell’organizzazione che, diversamente dagli anni passati, in Siria ce ne siano state, non è stato possibile avere un dato minimo attendibile.

Per il secondo anno consecutivo, l’Iran, ancora tra i due stati che eseguono più condanne capitali (il 38% di quelle mondiali documentate), ha messo a morte meno persone di quanto abbia mai fatto nella sua storia recente (251). Anche Egitto (da più di 43 a più di 32), Giappone (da 15 a 3) e Singapore (da 13 a 4), luoghi dove il sostegno alla pena di morte è ancora alto, hanno ridotto significativamente le esecuzioni. Negli Stati Uniti d’America, il New Hampshire è diventato il ventunesimo stato ad abolire questo tipo di condanna per tutti i reati, mentre il governatore della California, lo stato con la più alta percentuale di detenuti nel braccio della morte, ha istituito una moratoria sulle esecuzioni. Una moratoria ufficiale è ancora osservata in Russia, Kazakistan, Tagikistan, Malesia e Gambia. Poi, si devono registrare interventi positivi o pronunce che potrebbero portare all’abolizione totale in Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Gambia, Kenya, Zimbabwe, Barbados e Kazakistan. Infine, in Afghanistan, Taiwan e Thailandia non sono state eseguite sentenze capitali, mentre ce n’erano state nel 2018.

Purtroppo, Iraq (da più di 52 a più di 100), Arabia Saudita (da 149 a 184, il numero più alto mai registrato da Amnesty International), Sudan del Sud (da più di 7 a più di 11) e Yemen (da più di 4 a 7) hanno invertito il trend e incrementato notevolmente il numero delle persone messe a morte. L’81% di tutte le sentenze capitali sono riconducibili a soli tre stati: Iran, Arabia Saudita e Iraq. Poi, Bahrain e Bangladesh hanno ripreso le esecuzioni dopo l’interruzione di un anno e il parlamento delle Filippine ha presentato alcune proposte di legge per reintrodurre la pena capitale.

I metodi letali utilizzati sono stati l’impiccagione (Bangladesh, Botswana, Egitto, Giappone, Iran, Iraq, Pakistan, Singapore, Sudan del Sud, Siria, Sudan), la fucilazione (Barhain, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Somalia, Yemen), l’iniezione letale (Cina, Stati Uniti d’America, Vietnam), la decapitazione (Arabia Saudita) e la sedia elettrica (Stati Uniti d’America). Ovviamente, la mancanza di trasparenza o di dati ufficiali completi in diversi stati, in particolare Cina, Corea del Nord e Vietnam, ha impedito ad Amnesty International di effettuare una valutazione completa sull’uso della pena di morte nel mondo.

Leggi qui il rapporto completo

Luca Frildini

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