Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Il peso delle armi, tra guerre nel mondo e conflitti dimenticati

I dati del “Rapporto di ricerca sui conflitti dimenticati” di Caritas Italiana mostrano la diffusione delle guerre nel mondo e la loro conoscenza.

La sesta edizione del Rapporto di ricerca sui conflitti dimenticati di Caritas Italiana si intitola Il peso delle armi e approfondisce la presenza delle guerre nel mondo, con particolare attenzione ai conflitti dimenticati, lontani dai riflettori dei grandi media internazionali.

Come si legge nel Rapporto, giunto alla sua sesta edizione, nel corso del 2017 i conflitti nel mondo sono stati 378. Di questi, sono 20 le guerre ad elevata intensità e si sviluppano in Ucraina, Libia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Etiopia, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Yemen, Afghanistan, Myanmar, Filippine, Messico. Il 49% sono crisi comunque violente, il 48% crisi non violente; il restante, dispute e guerre limitate.

Il livello di intensità di ciascun conflitto viene misurato in riferimento a cinque indicatori: numero di morti, numero di militari coinvolti, numero di rifugiati e sfollati interni, volume di armamenti utilizzati, portata delle distruzioni direttamente riconducibili al conflitto.

Questi conflitti richiamano armi, i cui flussi internazionali sono aumentati, tra il 2013 e il 2017, del 10%, con gli Stati Uniti che guidano la classifica dei maggiori esportatori di armamenti (34%). Seguono Russia (22%), Francia (6,7%), Germania (5,8%), Cina (5,7%) e Regno Unito (4,8%). I principali paesi importatori di armi sono l’India (12%), l’Arabia Saudita (10%), l’Egitto (4,5%), gli Emirati Arabi Uniti (4,4%) e la Cina (4%).

Ma l’opinione pubblica cosa sa di tutto questo? Non molto. Il 24% del campione di italiani intervistati non ricorda neanche una guerra (29% tra i giovani). Si va dal 52% che conosce il conflitto in Siria al solo 3% che ha in mente almeno una guerra in Africa.

Poco meno di un terzo del campione accetta la possibilità di una guerra, mentre i due terzi sono comunque contrari, oppure lo sono salvo decisioni delle Nazioni Unite. Comunque, in quindici anni è scesa dal 75 al 59% la percentuale di chi è d’accordo sul fatto che solo l’Onu possa decidere su eventuali interventi militari. Per quanto riguarda la partecipazione dell’Italia alle missioni militari, se nel 2005 era favorevole il 70% e nel 2013 si era scesi al minimo storico del 32%, ora si assiste a una risalita al 45%.

Il 50% degli intervistati (quasi il 60% tra i giovani) è favorevole a limitare la produzione italiana di armi, evitando soprattutto di esportarne laddove è in corso una guerra, e il 64% ridurrebbe anche la loro vendita a persone o enti privati. Il 31% ritiene che si tratti di un tipo di industria che andrebbe soppressa e riconvertita. Sul polo opposto, esiste un segmento di popolazione, pari a poco più di un quinto, che ritiene invece giusto produrre armi e lasciarne inalterata la vendita.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print