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Come affrontano le coppie miste islamo-cristiane la dimensione religiosa?

In Italia i matrimoni misti stanno aumentando e le famiglie affrontano in varia maniera la diversità confessionale.

In un momento storico in cui i matrimoni sono in forte calo da almeno un decennio, le coppie miste, una realtà che indica il tasso di integrazione e la rapidità dei cambiamenti connessi alle dinamiche migratorie, non smettono di crescere. Attualmente, in Italia ce ne sono circa ventottomila e si prevede che nel 2030 supereranno le trentacinquemila. In questi casi, tra marito e moglie le differenze possono essere, oltre che di provenienza, di religione, di cultura, di colore della pelle: tutte diversità purtroppo sempre più stigmatizzante nella società di oggi.

Il recente dossier Matrimoni misti nel nuovo millennio. Legami familiari tra costruzione sociale e regolamentazione amministrativa, di cui ha parlato Avvenire, affronta ovviamente, tra le varie questioni, anche l’aspetto interreligioso. Le dinamiche coniugali e familiari sono, in questi casi, interessanti per capire, nonostante le diversità di credo, come si possa costruire una famiglia partendo da principi spirituali differenti. In Amoris laetitia, Papa Francesco spiega che le unioni con disparità di culto, pur presentando alcune speciali difficoltà, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso» (248).

Il caso più emblematico è quello del matrimonio tra cattolici e musulmani, che il documento della CEI sul tema (2005) induce, in linea generale e in base all’esperienza maturata, a sconsigliare o, comunque, a non incoraggiare, secondo una linea di pensiero peraltro condivisa anche dagli islamici. Secondo il Corano, un uomo musulmano può sposare una donna del Libro, cioè cristiana o ebrea, mentre una musulmana non può sposare un politeista o un miscredente, ovvero anche cristiani ed ebrei.

La ricerca, basata su interviste a coppie miste islamo-cristiane, individua quattro declinazioni. La “strategia dimissionaria” riguarda il caso in cui uno dei due partner rinuncia simbolicamente alla propria dimensione religiosa per preservare l’armonia familiare, in particolare quando si deve affrontare l’educazione religiosa dei figli. Con la “strategia dell’armadio”, la coppia decide di escludere del tutto la religione dalle dinamiche familiari, con la conseguenza di crescere i figli lontano da qualsiasi dimensione religiosa.

Per non rischiare conflitti, c’è anche la “strategia della conversione” quando uno dei due accetta di convertirsi alla religione dell’altro. Infine, complessa è la “strategia del primato spirituale”: le coppie affrontano la religiosità ma senza confessionalità, in nome di un primato spirituale al di là dei diversi dogmatismi che, però, porta a un sincretismo dagli esiti tutt’altro che chiari. Quale che sia la dinamica seguita, è chiaro che non si possono ignorare questi scenari inesplorati che la globalizzazione dell’amore sta tracciando.

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