Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

III domenica di Pasqua

Anno A

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. […]

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia. Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento. Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda li vede tristi, rallenta: che cosa sono questi discorsi? Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina. Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui… Unica volta che nei Vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è «il presente del futuro» (san Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate.

Per questo «non possono riconoscere» quel Gesù che aveva capovolto al sole e all’aria le radici stesse del potere. Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada. Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler «andare più lontano». Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti. Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: resta con noi, perché si fa sera. Hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità. Poi la casa, non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti.

Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare. Resta. E il viandante si ferma, era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri. Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri. Lo riconobbero allo spezzare il pane.

Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del Vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell’uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi! Il miracolo grande: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi.

Letture: Atti 2,14.22-33; Salmo 15; 1 Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Ascoltiamo oggi la pagina in cui Luca narra l’incontro del Risorto con i discepoli in cammino verso Emmaus. Siamo, scrive l’evangelista, «in quello stesso giorno [il primo della settimana]», ossia il giorno della risurrezione che diverrà il giorno del Signore, la domenica, in cui la comunità cristiana è radunata per fare memoria della risurrezione. In quel giorno due discepoli, uno chiamato Cleopa e l’altro senza nome, fanno il cammino inverso rispetto a quello di Gesù: lasciano Gerusalemme per recarsi ad Emmaus, «villaggio…distante circa undici chilometri» dalla città santa. In tal modo mettono fine alla loro sequela e abbandonano la comunità degli Undici. In questo cammino i due, annota l’evangelista, «conversavano di tutto quello che era accaduto».

Ed ecco che Gesù stesso, «mentre conversavano e discutevano insieme…si avvicinò e camminava con loro»; essi però sono incapaci di riconoscerlo con gli occhi della fede. In risposta alla domanda di questo forestiero – «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?» – fanno una presentazione di Gesù formalmente ineccepibile ma limitata al suo ministero terreno: egli «fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo». Ma con la sua morte in croce è morta anche la speranza che essi avevano riposto in lui, e come sigillo della loro disillusione adducono il fatto che sono ormai trascorsi tre giorni da questi avvenimenti. È proprio qui che si manifesta la loro durezza di cuore: hanno dimenticato l’annuncio di Gesù secondo cui «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (cf Lc 9, 22).

Quando infine dicono – in maniera scettica – che «alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto», Gesù prende l’iniziativa e dice loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui».

A questo punto lo sconosciuto, «quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, … fece come se dovesse andare più lontano», ma i due discepoli insistono per trattenerlo, perché il loro cuore arde all’ascolto delle sue parole. Gesù entra dunque per rimanere con loro e, «quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Sono gli stessi gesti dell’ultima cena (cf Lc 22, 19), quelli con cui Gesù ha sintetizzato tutta la sua vita donando se stesso nella libertà e per amore. Luca conclude scrivendo: «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista». Subito essi tornarono «a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”».

L’episodio dei discepoli di Emmaus ci indica che anche noi cristiani oscilliamo tra Gerusalemme ed Emmaus. Crediamo di impegnarci e al tempo stesso siamo presi da dubbi e incomprensioni riguardo ai misteriosi disegni di Dio, da paure di vario genere. Il Signore Gesù in tanti modi si fa vicino a ciascuno di noi. Non pensa di sciupare il suo tempo nel ricercarci, nell’insinuare in noi gli interrogativi più inquietanti per rivedere le nostre posizioni, nell’aiutarci a comprendere le Scritture, nel donarci se stesso nell’eucaristia. Il fatto che siamo qui riuniti vuol dire che siamo «tornati» a Gerusalemme, magari portando ancora il fardello della nostra incredulità. Ogni domenica deve esserci questo ritorno al luogo della fede, della comunione fraterna.

Noi conosciamo il nome di uno dei discepoli che vanno ad Emmaus; l’altro è senza nome perché può essere impersonato da ciascuno di noi. Il pellegrino che si unisce ai viandanti non presenta la sua carta d’identità, si fa compagno di strada, è accolto e accoglie. Gesù si può avvicinare a noi per mezzo di altri fratelli, così come noi dalla fede incerta possiamo saper fare lunghi tratti di strada con altre persone spesso deluse, forse in ricerca di qualche barlume di fiducia e speranza. Il camminare insieme è aiuto reciproco, sempre. Ci aiuti Dio onnipotente a riconoscere, nella celebrazione del mistero eucaristico, il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane.

Don Lucio D’Abbraccio

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print