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IV domenica di Pasqua

Anno A

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». […]

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni). Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una?

Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei. E le conduce fuori. Anzi: le spinge fuori. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita. Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma “gregge in uscita”, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti. Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura.

Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano. Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro. Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. «Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio» (Monastero di San Magno).

Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questo è il Vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita «cento volte tanto» come dirà a Pietro. La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

Letture: Atti 2,14.36–41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20–25; Giovanni 10,1–10

Ermes Ronchi
Avvenire

In quei giorni ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione (Gv.10,22), in ebraico Hanukkah, festa celebrata con l’accensione di molte luci. Della luce appunto Gesù ha appena fatto dono al cieco nato e insieme lo ha reso consapevole del dono della fede, rivelandosi a lui come il Figlio dell’uomo, venuto a fare distinzione tra quelli che vedono e quelli che non vedono, ovvero tra quelli che credono e quelli che non credono. Alcuni farisei presenti, avendo l’illusione (o la sicumera?) di vedere, sono prontamente tacciati come peccatori: essi, infatti, non hanno creduto! Invano Gesù dirà poco dopo (vv. 24-26) ai Giudei che lo attorniano mentre passeggia nel Tempio ed insistono perché si riveli loro: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore”.

Nel brano di questa domenica Gesù, riprendendo la controversia con il gruppo dei farisei increduli di fronte al segno della guarigione di un cieco nato, pronuncia un discorso articolato, ma enigmatico intorno al tema della pastorizia, definito dallo stesso evangelista (v.6) come paroimìa e reso impropriamente da molti col termine parabola. Infatti, non si tratta di un racconto allusivo, ma di una digressione dal tema della luce/fede, utile ad approfondire e a far comprendere il rapporto tra Colui che è la fonte della fede e coloro che sono chiamati a credere. Ovvero tra il Dio pastore e le sue pecore. In quello che l’esegeta X. Leon-Dufour preferisce chiamare quadro simbolico, Gesù introduce una scena familiare ad un popolo dedito da generazioni alla pastorizia e particolarmente adatta ad uomini, come i farisei, esperti di Sacre Scritture nelle quali frequentemente ricorrevano i simboli della vita pastorale.

Eppure quei farisei non capirono che questo discorso poteva essere un richiamo della divina misericordia alla loro incredulità. Nel loro presuntuoso e colpevole rifiuto non compresero il senso riposto delle sue parole, cioè che Gesù si stava rivelando come il vero Pastore, il bel Pastore venuto a salvare l’umanità caduta, schiava del male e della morte. Il suo discorso era stato introdotto dalla solenne ripetizione dell’amen. Asserzione di verità che introduce i discorsi rivelativi e conclusivi, apocalittici ed escatologici. Anche questo infatti è un discorso che eccede la realtà storica: esso è condotto in un presente atemporale, fa riferimento ad un passato ripetibile per quanto riguarda l’affacciarsi e riaffacciarsi del male nella vita del popolo di Dio, male rappresentato dagli avversari del vero Pastore. L’unico tempo storico è quello che definisce l’incomprensione dei destinatari del discorso:” essi non capirono”.

Gesù accenna sulle prime proprio alla presenza negativa di avversari del bene, definiti ladri e briganti che non entrano regolarmente dalla porta nel recinto dove stanno le pecore. Osserviamo che il termine col quale Giovanni definisce il recinto è aulé che non è riferibile propriamente all’ovile, ma al cortile del Tempio, il luogo in cui i fedeli sostavano in preghiera! Ecco un chiaro esempio di quel parlare simbolico e al tempo stesso rivelativo con cui volutamente Gesù cela per svelare il senso profondo, il senso che va oltre la lettera. Come osserva R. Fabris, tratto distintivo del discorso “ è l’accento polemico condensato nelle figure negative contrapposte al pastore legittimo” , e però si chiede: “ questo è solo un artificio letterario per evidenziare il ruolo positivo del Pastore, oppure in queste figure si può intravedere un’allusione a qualche personaggio concreto o a categorie storicamente individuabili?”.

La risposta si trova nei profeti dell’AT che lanciano invettive contro i pastori indegni e danno voce allo sdegno di Dio nei confronti di coloro che abusano del potere ricevuto per sfruttare e mandare in rovina il gregge. Ricordiamo ancora la seconda Lettera di Pietro che parla ampiamente di falsi profeti e di falsi maestri che sfrutteranno il popolo di Dio con parole false e ne profetizza la condanna e la rovina. A mio avviso anche oggi, ahime!, possiamo trovare attuali le profezie dell’AT se pensiamo a quei pastori che levano voci di dissenso e di ostilità nei confronti dell’amato Papa Francesco che in tutte le sue parole e le sue azioni mette sempre al primo posto il Vangelo.

Tornando al nostro brano, versetto 2, osserviamo che è posta in primo piano la figura del Pastore: egli entra per la porta che il guardiano gli apre e subito si manifesta come parola d’amore e di verità, tant’è che le pecore lo ascoltano. Egli conosce bene quelle pecore che sono sue, sicché le chiama per nome, una per una, e le conduce fuori dal recinto. Quando le ha fatte uscire tutte, si mette davanti a loro e le conduce, ovviamente, al pascolo ristoratore. La rappresentazione del Pastore è caratterizzata da giustizia, autorevolezza, cura per ognuna delle singole creature che gli sono state affidate, dal potere di guidarle tutte, come unico gregge, verso l’appagamento di ogni fame e sete di bellezza e di amore. Come dice la prima Lettera di Pietro “È lui il Pastore dei Pastori” (5,4).

Ma anche le pecore agiscono in profonda sintonia col Pastore, in quanto ciascuna per sé e tutte insieme, l’ascoltano, conoscono la sua voce e lo seguono; in sostanza si affidano a lui, mentre un estraneo (sotto il termine estraneo rispuntano ladri e briganti!) non lo seguirebbero mai, anzi fuggirebbero via da lui non riconoscendo la voce amata di chi ama e dà fiducia. Gesù sta parlando di sé come Pastore inviato dal Padre che, da custode/guardiano supremo del suo popolo, gli apre e lo fa entrare nel recinto dove le pecore attendono di andare ad un pascolo erboso e tranquillo. Il Padre infatti ha voluto da sempre la felicità delle sue creature ed ha mandato il figlio in mezzo a loro per raccoglierle e guidarle. (1Pt2,25 “Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al Pastore e Guardiano delle vostre anime”).

Nei versetti 7-10 Gesù ribadisce la solennità dell’amen per rafforzare ed ampliare il discorso iniziale, rivelandosi come porta delle pecore. Qui non si tratta più della porta del recinto, bensì della porta del Cielo o del regno di Dio. Ricordiamo che in Genesi 28, Giacobbe nel sogno si vede in un luogo meraviglioso davanti alla Porta del Cielo. Ora il discorso si fa decisamente escatologico. Le pecore sono ormai identificabili con il Popolo che Dio attende nel suo Regno e che solo Cristo con la sua Incarnazione, con la sua Vita e infine la Morte e Resurrezione può condurre alla salvezza e alla libertà fruttuosa. Al cap. 14,6 il Vangelo di Giovanni riferisce l’espressione estremamente rivelativa della centralità di Gesù nella vita del cristiano e di tutto il Popolo di Dio: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Solo chi lo ha ascoltato e seguito fino ad entrare con Lui nel mistero della Croce potrà far parte di questo Popolo, liberato ormai dal male e dalla morte, in grado di uscire nei pascoli erbosi del Regno.

L’accenno del versetto 8 a ladri e briganti è precisato dal loro essere venuti prima di Cristo. Nella profezia di Geremia 23, dopo la minaccia “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” troviamo la promessa di un capovolgimento della situazione (v 3) “Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli”. Segue ancora la promessa del Cristo vero Pastore e liberatore come “germoglio” della stirpe di Davide. Gli avversari di Dio, i pastori indegni che hanno tentato di spargere l’odio e il male non sono stati ascoltati da quel gregge di pecore che con fede nelle Promesse di Dio hanno atteso e poi hanno creduto in Cristo Redentore. Ma, come nel seguito del brano si leggerà, essi possono sempre ricomparire come mercenari interessati solo alla rapina e indifferenti alla vita delle pecore. Tutto il contrario del Cristo venuto unicamente per dare la vita al popolo di Dio e la vita in abbondanza, ovvero oltre i limiti della terrestrità, nell’eterna Gloria del Padre. È lui il bel Pastore che, come ripetutamente afferma, offre la vita per dare la vita, a compimento della Volontà del Padre e delle sue promesse di salvezza per l’Umanità tutta.

Vanna
Comunità Kairòs

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