Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

XVIII domenica

Tempo ordinario, Anno A

(…) Si avvicinarono i discepoli (a Gesù) e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. (…)

Vangelo del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste. Segno da custodire con particolare cura, raccontato per ben sei volte dai Vangeli, carico di promesse e profezia. Gesù vide la grande folla, sentì compassione di loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù, sul suo mondo interiore. Vide una grande folla, il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede ad uno ad uno.

Per lui guardare e amare sono la stessa cosa. E la prima cosa che vede alzarsi da tutta quella gente e che lo raggiunge al cuore è la loro sofferenza: e sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti, ed è questo che gli fa cambiare i programmi: voleva andarsene in un luogo deserto, ma ora chi detta l’agenda è il dolore dell’uomo, e Gesù si immerge nel tumulto della folla, risucchiato dal vortice della vita dolente. Primo viene il dolore. Il più importante è chi patisce: nella carne, nello spirito, nel cuore. E dalla compassione fioriscono miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro più grande è un Dio appassionato che patisce per noi.

Il luogo è deserto, è ormai tardi, questa gente deve mangiare… I discepoli alla scuola di Gesù sono diventati sensibili e attenti, si prendono a cuore le persone. Gesù però fa di più: mostra l’immagine materna di Dio che raccoglie, nutre e alimenta ogni vita, e incalza i suoi: Voi stessi date loro… Le emozioni devono diventare comportamenti, i sentimenti maturare in gesti. Date da mangiare: «La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra» (Evangelii gaudium 182). Dacci il pane noi invochiamo, donate ribatte Lui. Una religione che non si occupi anche della fame è sterile come la polvere.

Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. Allora apri le tue mani. Qualunque sia il pane che tu puoi donare, non trattenerlo, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge il suo contenuto. Che diritto hanno i cinquemila di ricevere pane e pesce? L’unico loro titolo è la fame. E il pane di Dio, quello delle nostre eucaristie, non impoveriamolo mai all’alternativa meschina tra pane meritato o pane proibito: esso è il pane donato, con lo slancio della divina compassione. Pane gioioso e immeritato, per i cinquemila quella sera sulla riva del lago, per tutti noi sulla riva di ogni nostra notte.

Letture: Isaìa 55,1-3; Salmo 144; Romani 8,35.37-39; Matteo 14,13-21

Ermes Ronchi
Avvenire

 

In questo stesso capitolo del vangelo di Matteo, immediatamente prima di questo racconto della condivisione dei pani, si racconta l’assassinio di Giovanni Battista, perpetrato dalla crudeltà codarda di Erode. Ma si è già ricordato come, e fino a quali estremi, coloro che ci governano nel mondo attuale si comportano in maniera tale che la loro crudeltà e la loro codardia provocano indicibilmente più disastri di sofferenza e di morte rispetto a tutto quello che ha potuto causare il reuccio della Galilea del sec. I. Il problema più grave proprio adesso è la fame. E bisogna ripeterlo mille e mille volte: ogni giorno muoiono di fame più di 50.000 esseri umani indifesi. Una disgrazia così grande non ha soluzione?

Si sa che il problema non sta nella mancanza di alimenti. Il problema sta nella distribuzione di questi alimenti. Ma capita che i poteri pubblici non sono disposti a risolvere questo problema. Perché, dietro la produzione e la distribuzione degli alimenti (come delle medicine, della tecnologia, dei mezzi di comunicazione…) è in gioco la distribuzione del capitale mondiale. E qui sbattiamo contro un muro che resiste a tutti gli sforzi che possono fare i bisognosi e gli indigenti del mondo intero.

Diciamolo con franchezza e chiarezza: il problema della mortalità mondiale per fame non sarà risolto dalle decisioni che si prendono “a partire dall’alto”, a partire dalla banca mondiale, a partire dai governi delle grandi potenze, a partire dalla direzione delle grandi imprese… I ricchi non mollano il controllo del denaro. Ed il poco denaro che danno (mediante aiuti allo sviluppo e cose simili), lo danno per mascherare la loro faccia tosta e l’occultamento della verità di quello che accade realmente. Allora per questo non c’è soluzione?

Il racconto della condivisione dei pani indica la strada della soluzione. Si distribuisce quello che si ha. Non abbiamo denaro. Non abbiamo alimenti, medicine, abitazioni….Allora? Abbiamo lavoratori e lavoro. La versione attuale dei pani e dei pesci, che se li sono divisi e ce n’è stato per tutti fino a saziarsi, sarebbe oggi ridistribuire il lavoro. E che ogni lavoratore rinunci ad una o due ore di lavoro ogni giorno. Perché questo lo facciano quelli che non hanno lavoro. Non sarebbe immaginabile una decisione di tal genere? Non si dovrebbe spingere in questo senso già a partire da questo momento? Sarebbe la versione attuale della condivisione dei pani e dei pesci.

p. José María Castillo
Il dialogo

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print