Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

XXVII domenica

Tempo ordinario, Anno A

In quel tempo, Gesù disse: (…) C’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna (…) La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio (…) lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero (…)

Gesù amava le vigne: le ha raccontate, per sei volte, come parabole del regno; vi ha letto un simbolo forte e dolce (io sono la vite e voi i tralci, Gv 15,5); al Padre ha dato nome e figura di vignaiolo (io sono la vite vera e il Padre è l’agricoltore, Gv 15,1). Ma oggi il Vangelo racconta di una vendemmia di sangue. Una parabola dura, che vorremmo non aver ascoltato, cupa, con personaggi cattivi, feroci quasi, e questo perché la realtà attorno a Gesù si è fatta cattiva: sta parlando a chi prepara la sua morte. L’orizzonte di amarezza e violenza verso cui cammina la parabola è già evidente nelle parole dei vignaioli, insensate e brutali: Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!

Ma quale manuale di diritto civile hanno mai letto? È chiaro che non è il diritto ad ispirarli, ma quella forza primordiale e brutale, originaria e stupida, che in noi sussurra: devi sopraffare l’altro, occupa il suo posto, e allora avrai il suo campo, la sua casa, la sua donna, i suoi soldi. Quanto è diverso Dio, che ricomincia, dopo ogni tradimento, a mandare ancora servitori, altri profeti, infine suo Figlio; che non è mai a corto di sorprese e di speranza: che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto? Io, noi siamo vigna e delusione di Dio, e lui, contadino appassionato, continua a fare per me ciò che nessuno farà mai.

Fino alla svolta del racconto: alla fine, che cosa farà il signore della vigna? La soluzione proposta dai capi del popolo è tragica: uccidere ancora, far fuori i vignaioli disonesti, sistemare le cose mettendo in campo un di più di violenza. Vendetta, morte, il fuoco dal cielo. Ma non succederà così. Questo non è il volto, ma la maschera di Dio. Infatti Gesù introduce la novità propria del Vangelo: la storia di amore e tradimenti tra uomo e Dio non si concluderà con un fallimento, ma con una vigna viva e una ripartenza fiduciosa: Perciò io vi dico: il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Trovo in queste parole un grande conforto: sento che i miei dubbi, i miei peccati, le mie sterilità non bloccano la storia di Dio; quel suo sogno di buon vino comunque avanza, niente lo arresta. La vigna darà il suo frutto, perché c’è ancora chi saprà difenderla e farla fruttificare. Ci sono, stanno sorgendo, nascono dovunque, e lui sa vederli, vignaioli bravi che custodiscono la vigna anziché depredarla, che servono l’umanità anziché servirsene. I custodi della fecondità. Nella vigna di Dio è il bene che revoca il male. La vendemmia di domani sarà più importante del tradimento di ieri. I grappoli gonfi di succo e di sole riscatteranno anche la sterilità di questi nostri inverni in ansia di luce.

Letture: Isaia 5, 1-7; Salmo 79; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto.

Gesù non mostra alcuna soggezione verso le massime autorità religiose. Si rivolge a loro in maniera imperativa: ascoltate, non è un invito, ma un comando. Sembra quasi di assistere ad un incontro di pugilato, i sommi sacerdoti e presbiteri sono suonati e Gesù ne dà una dopo l’altra! Non si mette in atteggiamento di soggezione, ma di autorità. Questa è la terza ed ultima parabola, in Matteo, che ha come soggetto la vigna, cioè il popolo di Israele. Per illustrare l’azione del padrone nella sua vigna, Gesù prende come modello Il canto della vigna, un brano bellissimo del profeta Isaia 5,1-2: Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. – da parte di Dio c’è un rapporto d’amore con il popolo di Israele – Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e gli aveva piantato viti scelte; gli aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino”. Il profeta Isaia, per indicare l’amore e la premura di Dio (immaginato come il padrone delle vigna) verso il suo popolo, adopera cinque verbi: vangare, sgomberare, piantare, costruire e scavare, che sono esattamente i verbi adoperati da Matteo per indicare le azioni del padrone nella sua parabola.

Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono.

Il cantico di Isaia termina con un risultato negativo, il lamento finale: Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica, tanto amore, tanta cura per questa vigna da parte di Dio, del padrone, e guarda che risultato! Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue 5,7. Ti ho curato tanto, ti ho protetto tanto, invece della santità c’è l’assassinio, invece della giustizia c’è il sangue. Ugualmente in Matteo, la cura di Dio per il suo popolo non ha dato i frutti di giustizia sperati. Come il fico mai aveva prodotto frutto, così la vigna mai ha fatto l’uva buona. Da sempre Dio invia al suo popolo profeti e da sempre i profeti sono inascoltati.

Dice il profeta Geremia: Dai giorni in cui i vostri padri uscirono dall’Egitto, quindi dall’inizio fino a oggi, ho mandato a voi in continuazione i miei servitori, i profeti, ma non fui ascoltato e non mi si prestò orecchio. Più avanti Gesù denuncerà apertamente le autorità religiose delle azioni che ora vengono riferite ai contadini, che sono assassini. Gesù al capitolo 23 dirà alle autorità: Io vi mando profeti sapienti e scribi. Di questi alcuni ne ucciderete, crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe, e li perseguirete di città in città. Sappiamo dalla Bibbia che la sorte dei profeti è stata sempre la morte; un certo profeta Uria fu ucciso di spada, Zaccaria fu lapidato, addirittura nel cortile del tempio e Geremia fu fustigato e messo in carcere.

Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Dio non si stanca di fronte al risultato negativo, ma continua a mandare i profeti. Ogni profeta che viene inviato, è un’offerta d’amore di Dio al suo popolo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio, dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!.

Visto che tutti i profeti sono stati assassinati, il padrone, Dio stabilisce la mossa decisiva di mandare suo figlio. Il figlio non è soltanto un inviato in più, il figlio è il rappresentante del Padre, è colui che ha tutto il potere del padre. Vediamo la risposta:

Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!».

L’interesse è il motivo che scatena l’odio mortale dei contadini e nel vangelo di Matteo, mammona, il dio del profitto, il dio dell’interesse è una costante che affiora sempre, a cui si sacrifica tutto per avere sicurezza; in realtà è il dio che distrugge. Fin dall’inizio, nel vangelo di Matteo, l’avidità di denaro appare in una luce sinistra e lo strumento di morte dei rivali di Dio è mammona. Il vero dio del tempio non è il Padre di Gesù, è mammona, il dio dell’interesse. Vedremo che i sommi sacerdoti si impadroniranno di Gesù col denaro. Gesù è stato tradito e venduto da Giuda per 30 sicli d’argento, il prezzo di uno schiavo. Se il tradimento di Giuda è grave, lo è ancor di più quello dei sommi sacerdoti: Giuda ha tradito il proprio maestro per denaro, i sommi sacerdoti, rappresentanti di Dio, tradiscono il loro Dio con il denaro. Non c’è paragone tra il tradimento di Giuda e quello dei sommi sacerdoti, che con il denaro tenteranno di impedire l’annuncio della resurrezione.

Dice Matteo che diedero alle guardie del denaro, per occultare il fatto della resurrezione di Gesù. Gesù il figlio unico ed erede del Padre, è assassinato per interesse; Gesù non è morto perché questa era la volontà di Dio, ma perché era la convenienza del sommo sacerdote. Nel vangelo di Giovanni è espresso chiaramente, Caifa stesso dice: ci conviene che Gesù muoia. Gesù non è morto perché il Padre aveva deciso che il figlio doveva morire, la morte di Gesù era la convenienza del sommo sacerdote. I contadini visto il figlio del padrone, fanno un calcolo: costui è il figlio unico, l’erede, l’ammazziamo e prenderemo la sua eredità. In questa immagine, è rappresentato l’atteggiamento dei sommi sacerdoti. Dicevamo che Gesù non è stato ucciso per la volontà del Padre, ma per l’interesse del sommo sacerdote. L’interesse, il culto a mammona, il profitto, è sempre omicida.

Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Le modalità della morte per il figlio unico sono quelle che riguardano la condanna riservata nella Bibbia, ai bestemmiatori. Nel libro del Levitico c’è scritto: conduci quel bestemmiatore fuori dell’accampamento e tutta la comunità lo lapiderà. In questi testi Gesù, la Parola di Dio prefigura la sua fine e quando annuncia la parola ai sommi sacerdoti, che dovevano far conoscere la volontà di Dio al popolo, è giudicato un bestemmiatore. In realtà le autorità religiose sono coloro che bestemmiano e con le immagini della parabola Matteo ci anticipa le fasi della morte di Gesù. Anche Gesù verrà ucciso sul Golgota, fuori delle mura della città. Gesù in questa parabola, diretta ai sommi sacerdoti e ai presbiteri dice

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?

Prima li ha presi in castagna dicendo quale dei due figli ha fatto la volontà del Padre, e hanno risposto, dandosi la zappa sui piedi, che loro non lo sanno. Adesso Gesù chiede ai suoi ascoltatori: quando verrà il signore della vigna, che farà?

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

C’è un gioco di parole in greco e potremmo tradurre quei malvagi malamente: in greco parole che si assomigliano, in italiano potremmo tradurre “malvagi malamente”. Ricordo che nella nostra traduzione vogliamo dare il più possibile i suoni del testo dell’evangelista. I sommi sacerdoti e gli anziani chiamati a giudicare i contadini, in realtà giudicano se stessi, sono loro i malvagi. In un’altra parabola, al capitolo 24 sarà il servo malvagio, che doveva accudire gli altri suoi compagni, ma spadroneggiava su di loro. È interessante la pena sentenziata dai sommi sacerdoti ai contadini, quindi per se stessi, che non è l’uccisione. L’evangelista non scrive: quei malvagi malamente li ucciderà, come ci saremmo aspettati, perché il figlio viene ucciso. La pena equivalente per gli assassini sarebbe stata l’uccisione, invece l’evangelista adopera il verbo “distruggere”, cioè l’annientamento totale, definitivo.

Matteo si rifà al monito di Gesù, quando aveva detto: non temete coloro che uccidono il corpo della persona, ma non possono uccidere la vita. Nel mondo ebraico non c’è l’idea di anima, c’è la persona composta di corpo e vita. Gesù dice: non temete coloro che vi possono uccidere la ciccia, ma non possono far niente alla vostra esistenza; temete piuttosto colui che può distruggere, non uccidere, la vita e il corpo nella Geenna. Colui che può distruggere la persona è mammona. Chi rende culto a mammona, finisce per essere stritolato e annientato definitivamente. Uccidono Gesù, ma la pena che i sommi sacerdoti prevedono per i contadini e quindi per se stessi, è la distruzione. Uccidono il suo corpo, ma la sua vita continua a vivere. Chi è distrutto, uccide corpo e vita ed è quello che nel libro dell’Apocalisse viene chiamata la morte seconda.

Perché l’autore dell’Apocalisse parla di seconda morte? La prima morte è quella alla quale andiamo tutti quanti incontro; prima o poi le cellule del nostro corpo terminano, è la morte biologica della persona. Se la morte biologica incontra una persona ricca, carica di vita, elimina le cellule, ma non scalfisce l’identità della persona, anzi la libera e le consente un processo di crescita. Il guaio è quando la morte fisica coincide con la morte dell’individuo. La morte biologica fa scomparire una vita dove non c’è nessuna fiammella vitale, è l’annientamento definitivo della persona. I medici dicono che ogni giorno ci muoiono milioni di cellule e non si rigenerano, poi ci sarà un momento in cui tutte le cellule moriranno ed è la prima morte. Anche se il corpo deperisce, Paolo dice che la persona cresce, quindi la morte delle cellule non coincide con la morte dell’individuo. Secondo Gesù la persona non fa esperienza della morte, a meno che non sia un corpo svuotato della vita e i sommi sacerdoti prevedono per i contadini e quindi per loro questa distruzione. “E darà la vigna ad altri contadini che gli restituiranno i frutti a loro tempo”.

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

Gesù è quasi comico, sarcastico. Parla a persone che dalla mattina alla sera stanno con la testa sulla Bibbia, e ogni volta che c’è una disputa con loro dice: avete mai letto nella Scrittura? È il loro mestiere! È un monito anche per la comunità cristiana, si può leggere la Scrittura senza capirla; il fatto di stare tutto il giorno con la testa sul testo sacro non significa comprendere. Gesù dice molto chiaramente: per comprendere la Scrittura bisogna mettere al primo posto il bene dell’uomo. Nell’interrogatorio con Pilato, dice una frase molto strana: Chi è dalla verità ascolta la mia voce, noi ci aspetteremo il contrario, chi ascolta la mia voce sta nella verità. Gesù dice che la condizione per ascoltare la sua parola, è mettersi dalla verità e la verità significa mettere il bene dell’uomo al primo posto, nella propria esistenza. Puoi leggere la Bibbia giorno e notte senza capire, se calcoli soltanto il tuo bene, anziché il bene dell’uomo. Gesù cita il salmo 118,

La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?

I costruttori hanno scartato una pietra, la più importante, che doveva dare a solidità all’edificio, sono costruttori assolutamente incompetenti. Da parte di Gesù questo è applicato a se stesso, ma è applicato alle scelte di Dio, fin dai primi tempi. Quello che gli uomini scartano Dio lo sceglie, Dio raccoglie ciò che gli uomini mai sceglierebbero per le loro imprese. Come dice l’AT, Dio non guarda l’apparenza, ma guarda il cuore degli uomini. Fin dalle prime mosse Dio sceglie sempre quello che gli uomini scartano. Prendete Eva, la classica mammona, quando le nasce il primo figlio gli mette il nome Caino, cioè me lo ha dato Dio. Eva è in adorazione del figlio e quando le nasce il secondo, gli dà fastidio perché turba il rapporto che ha con Caino e lo chiama Abele, cioè nullità. Il testo del libro della Bibbia, “Vanità delle vanità”, ha lo stesso nome di Abele.

Che cosa fa Dio? Fin dalle prime battute non sceglie Caino, ma Abele. Quando Dio ha bisogno di un liberatore per il suo popolo, di un leader che si dovrà confrontare con un dio in terra, il faraone, va a scegliere la persona meno adatta per un’azione del genere! Va a scegliere un ricercato per omicidio e balbuziente, un leader politico balbuziente e con la fedina penale sporca: Mosè. Mosè aveva ammazzato un egiziano e per questo era scappato via. Quando Dio gli dice: vai a parlare… Mosè: ma io non so parlare e così via per tutto l’Antico Testamento, Gedeone, Geremia, fino a san Paolo che dirà: Dio sceglie sempre le cose che gli uomini scartano. È importante che la comunità cristiana lo abbia a cuore.

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio,

Matteo preferibilmente adopera la formula “Regno dei cieli”, invece questa volta adopera “Il regno di Dio” per contrapporlo al regno di Israele.

e sarà dato a un popolo che ne produca frutti.

Il termine usato indica un popolo pagano. Ogni qual volta leggiamo i vangeli, questa ferocia nei confronti dei giudei o nei confronti del giudaismo, non è contro di loro. Quando gli evangelisti scrivono questi testi, quando vengono elaborati nella forma definitiva, c’è stata la rottura tra i cristiani e i giudei, ma gli evangelisti si preoccupano che nella comunità cristiana non rinascano gli stessi movimenti negativi della religione giudaica. Sono testi veramente feroci, non sono un’accusa al mondo giudaico, non li dobbiamo vedere come antisemitismo, ma sono dei moniti alla comunità cristiana di ogni tempo, di non ripetere gli stessi errori degli altri. Gesù dà un monito tremendo: voi credete di essere nel regno di Dio, vi è stato tolto e sarà dato addirittura ai popoli pagani. I pagani dovevano essere dominati dal regno di Israele, dovevano essere schiavizzati, invece Dio dice: vi sarà tolto il posto e sarà dato al popolo pagano, che ne faccia frutti.

Il versetto 44 di solito è omesso, [chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato e se essa cadrà su qualcuno, lo stritolerà]. Speravo che nelle Bibbie non ci fosse. Questo versetto manca in molti manoscritti, probabilmente non era nel vangelo originario, la sua provenienza è incerta. È fuori posto perché a questo punto non c’entra niente, eventualmente potremmo metterlo dopo il versetto 42, della pietra che i costruttori hanno scartato. Posto dopo il versetto 43, normalmente nelle nuove edizioni viene omesso o messo tra parentesi quadra.

p. Alberto Maggi
Il dialogo

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print