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Domenica di Pasqua

Anno B

(…) Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

Tre donne, di buon mattino, quasi clandestinamente, in quell’ora in cui si passa dal buio alla luce, vanno a prendersi cura del corpo di Gesù, come sanno, con il poco che hanno. Lo amano anche da morto, il loro maestro, e scoprono che il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita, mentre passano di sorpresa in sorpresa: «guardando videro che il grande masso era già stato spostato». Pasqua è la festa dei macigni rotolati via, delle pietre rovesciate dall’imboccatura del cuore, dall’ingresso dell’anima. Stupore, disorientamento, paura, eppure entrano, fragili e indomite, incontro a una sorpresa più grande: un messaggero giovane (il mondo intero è nuovo, fresco, giovane, in quel mattino) con un annuncio che sembra essere la bella notizia tanto attesa: «Gesù che avete visto crocifisso è risorto». Avrebbero dovuto gioire, invece ammutoliscono.

Il giovane le incalza «Non è qui». Che bella questa parola: “non è qui”, lui c’è, vive, ma non qui. Lui è il vivente, un Dio da sorprendere nella vita. C’è, ma va cercato fuori dal territorio delle tombe, in giro per le strade, per le case, dovunque, eccetto che fra le cose morte: “lui è in ogni scelta per un più grande amore, è nella fame di pace, negli abbracci degli amanti, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente” (G. Vannucci). E poi ancora una sorpresa: la fiducia immensa del Signore che affida proprio a loro così disorientate, il grande annuncio: «Andate e dite», con i due imperativi propri della missione. Da discepole senza parole, a missionarie dei discepoli senza coraggio. «Vi precede in Galilea». E appare un Dio migratore, che ama gli spazi aperti, che apre cammini, attraversa muri e spalanca porte: un seme di fuoco che si apre la strada nella storia.

Vi precede: avanza alla testa della lunga carovana dell’umanità incamminata verso la vita; cammina davanti, ad aprire l’immensa migrazione verso la terra promessa. Davanti, a ricevere in faccia il vento, la morte, e poi il sole del primo mattino, senza arretrare di un passo mai. Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto che Cristo è venuto a sussurrarci amorosamente all’orecchio. Il segreto è questo: c’è un movimento d’amore dentro la vita che non le permette mai di restare ferma, che la rimette in moto dopo ogni morte, che la rilancia dopo ogni scacco, che per ogni uomo che uccide cento ce ne sono che curano le ferite, e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire. Un movimento d’amore che non ha mai fine, che nessuna violenza umana potrà mai arrestare, un flusso vitale dentro al quale è presa ogni cosa che vive, e che rivela il nome ultimo di Dio: Risurrezione.

Letture della domenica di Pasqua: Atti degli Apostoli 10,34a.37-43; Salmo 117; Lettera di Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9 (il Vangelo qui commentato è quello della Veglia pasquale: Marco 16, 1-8)

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Può sorprendere la scelta della liturgia di interrompere la lettura dell’evangelo secondo Giovanni al v. 9. In tal modo, in questa domenica di Pasqua non viene proclamato il racconto di una manifestazione personale del Risorto. Eppure il capitolo 20 di Giovanni descriverà nei versetti seguenti alcuni di questi incontri: dapprima la manifestazione a Maria di Màgdala, poi quella ai discepoli nel Cenacolo, infine, otto giorni dopo, ancora nel Cenacolo, il riconoscimento da parte dell’incredulo Tommaso. Tuttavia, nel brano scelto per questa domenica di Risurrezione, il Signore ancora non si rivela e non viene riconosciuto. Nonostante questa reticenza, la scena, avvolta ancora in una misteriosa penombra (è gia mattino, ma ancora buio, v. 1), inizia a essere rischiarata dalla fede del discepolo che Gesù amava (v. 2), il quale «vide e credette» (v. 8).

Basta davvero poco alla fede e all’amore di questo discepolo per giungere a credere. Egli gode già della beatitudine di coloro che «non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). O meglio, credono perché sanno vedere dei segni e interpretarli nella luce delle Scritture, come ricorderà la finale di questo capitolo, che con ogni probabilità è anche la conclusione della redazione più antica del quarto vangelo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31).

Per credere e avere vita nel nome di Gesù occorre riconoscere dei segni che sono scritti, dunque mediati e interpretati da una parola, oltre che dalla fede di coloro che ce li hanno consegnati attraverso la loro testimonianza. La disponibilità a interpretare dei segni nella luce delle Scritture, come pure, circolarmente, ad ascoltare le Scritture lasciando che siano interrogate dai segni, conduce alla fede. Tale è anche l’esperienza del Discepolo amato: vede alcuni segni, che da soli però non sono sufficienti ad accendere la fede nella risurrezione; occorre anche ascoltare e comprendere la Scrittura (v. 9). D’altro canto, si comprende davvero la Scrittura quando le si consente di interpretare i segni e di farceli leggere in modo nuovo. Quelli che in primo momento potevano sembrare nient’altro che la testimonianza di un’assenza o di un trafugamento, sono al contrario l’annuncio di una presenza definitiva, che nulla e nessuno potrà più eliminare dall’orizzonte della nostra esperienza. Non un trafugamento, ma un dono.

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto», grida la disperazione di Maria di Màgdala. Anche lei dovrà giungere a vedere e a credere che Gesù non è stato portato via, ma ci è stato donato in modo nuovo e definitivo. Ora è posto nella sua vera dimora: la comunione di vita con il Padre e con tutti i suoi fratelli. Là potrà essere di nuovo incontrato e riconosciuto, non per trattenerlo per sé, ma per accoglierlo e testimoniarlo come dono di perdono, di riconciliazione, di vita per tutti. Non soltanto un sepolcro di morte, ma nessun altro posto potrà ora rinchiudere il Risorto, che è consegnato a tutti, come il Vivente e il Signore di ogni creatura che in lui trova vita, senso, libertà.

Iniziamo così a intuire la bellezza e la profondità della scelta operata dalla liturgia della parola in questa domenica. Anche noi, insieme a Maria, a Pietro, al Discepolo amato, siamo condotti a vedere alcuni segni e ad ascoltare alcune parole affinché possiamo aprirci alla fede e riconoscere la presenza del Vivente in mezzo a noi. Il vangelo non ci racconta un incontro, ci offre però una traccia preziosa per giungere a una relazione personale con il Risorto. L’incontro che non viene narrato dischiude così lo spazio per il nostro incontro personale. Come giungere dunque, insieme al Discepolo amato, a vedere e a credere?

Occorre anzitutto mantenere vivo un legame di amore con il Signore, una memoria grata della sua parola e dei suo gesti, della rivelazione del volto di Dio e del volto dell’uomo che egli ci ha offerto nella concretezza della sua vita e della sua storia. Il verbo “correre” ritorna con frequenza nel racconto: corre Maria, corrono soprattutto Pietro e l’altro discepolo. Non è solo la sorpresa, la curiosità o l’incapacità di comprendere a farli correre; più ancora è il legame d’amore che, nonostante la morte, continua ad attrarli verso il loro Signore. Sperimentano un’assenza, a motivo di quel corpo privo di vita che sanno rinchiuso in un sepolcro di morte, ma non viene meno la loro appartenenza a quell’uomo e alla sua storia. Che sia proprio l’amore e non altro a farli correre, l’evangelista ce lo ricorda mostrando che è il Discepolo amato a correre più veloce e a giungere prima di Pietro.

Giunti al sepolcro la prima cosa che si scorge è la pietra ribaltata. Più che una tomba vuota, vedono un sepolcro aperto. Il termine greco che Giovanni usa per designare il sepolcro – mnemeion – deriva dal verbo mimnesko, “ricordare”». È un memoriale, ma ora aperto. Anziché custodire un passato, si apre al futuro. Ben oltre il legame del ricordo, d’ora in poi dovrà essere una relazione viva e personale a unire i discepoli al loro Signore. Ne potranno riconoscere il volto e penetrare appieno l’identità solo comprendendo che egli è colui che apre i sepolcri, che vince la morte, che garantisce un futuro di speranza. Le sue parole, i suoi gesti, la sua vicenda storica potranno essere ora ricordati in modo del tutto diverso; non semplicemente come una sapienza umana o religiosa, ma come la promessa di una vita che ci viene donata in modo definitivo, senza che nulla più ce la possa sottrarre, senza che niente possa più separarci dal Vivente!

Entrando in quel sepolcro, come fanno Pietro e Giovanni, non si trova più un corpo privo di vita, ma i teli e il sudario che lo avevano avvolto, senza poterlo imprigionare per sempre nella loro morsa senza speranza. Non solo in quel sepolcro, ma ogni volta che una persona entrerà nel mistero della morte, incontrerà ora, grazie al dono del Risorto, dei teli e un sudario dai quali sarà liberata, che potrà lasciare lì, senza rimanerne avvinghiata per sempre.

Certo, in prima battuta quei panni piegati testimoniano che il corpo di Gesù è assente dal sepolcro non perché trafugato, come in un primo momento aveva pensato Maria. Non si può portare via un corpo e lasciare ben piegata la sindone che lo avvolgeva. Annunciano però un mistero più profondo, che solo una fede alimentata dall’amore e illuminata dall’ascolto delle Scritture giunge a vedere. Ogni vero discepolo ama, vede, ascolta le Scritture e crede. «La Scrittura dà un corpo al Risorto. Origene l’aveva compreso quando aveva individuato quattro incorporazioni del Logos: in Gesù di Nazaret, nella Scrittura, nell’eucaristia e nella Chiesa. Scomparso il corpo di Gesù di Nazaret, il corpo della Scrittura interviene per primo a conferirgli il suo contenuto intelligibile e simbolico per la fede» (Y. Simoens).

Siamo anche noi sollecitati a vivere questo cammino: amare e cercare il Signore, anche quando sembra farsi assente; mantenere vivo il legame con lui attraverso il ricordo delle sue parole e dei suoi gesti; lasciarci attrarre e condurre in una fedele appartenenza; aprire il ricordo e trasformarlo nell’attualità di una presenza; ascoltare le Scritture per interpretare i segni dello Spirito nella nostra vita e della nostra storia. Vivendo una ricerca nutrita di questi atteggiamenti dischiuderemo lo spazio perché il Risorto stesso possa venire, incontrarci personalmente, chiamarci per nome.

Monastero di Dumenza

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