Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

I domenica di Avvento

Anno B

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

L’Avvento è come una porta che si apre, un orizzonte che si allarga, una breccia nelle mura, un buco nella rete, una fessura nel soffitto, una manciata di luce che la liturgia ci getta in faccia. Non per abbagliarci, ma per svegliarci. Per aiutarci a spingere verso l’alto, con tutte le forze, ogni cielo nero che incontriamo. «Al di là della notte ci aspetterà spero il sapore di un nuovo azzurro» (N. Hikmet). Il Vangelo oggi racconta di una notte, stende l’elenco faticoso delle sue tappe: «non sapete quando arriverà, se alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, o al mattino» (Mc 13,35). Una cosa è certa: che arriverà. Ma intanto Isaia lotta, a nome nostro, contro il ritardo di Dio: ritorna per amore dei tuoi servi… se tu squarciassi i cieli e discendessi.

Non è l’essere umano che dà la scalata al cielo, è il Signore delle Alleanze che discende, in cammino su tutte le strade, pellegrino senza casa, che cerca casa, e la cerca proprio in me. Isaia capovolge la nostra idea di conversione, che è il girarsi della creatura verso il Creatore. Ha la sfrontatezza di invocare la conversione di Dio, gli chiede di girarsi verso di noi, ritornare, squarciare i cieli, scendere: di convertirsi alle sue creature. Profezia del nome nuovo di Dio. Finisce la ricerca di Dio e inizia il tempo dell’accoglienza: ecco, io sto alla porta e busso… «Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese» (S. Weil). Anche un essere umano va sempre atteso. Ci sembra poca cosa, perché noi vogliamo essere attivi, fare, costruire, determinare le cose e gli eventi. Invece Dio non si merita, si accoglie; non si conquista, si attende.

Gesù nel Vangelo di questa domenica non si stanca di ripetere il ritornello di due atteggiamenti, nostro equipaggiamento spirituale per il percorso dell’attesa: state attenti e vegliate (Mc 13,33.35.37). L’attenzione ha la stessa radice di attesa: è un tendere a… Tutti abbiamo conosciuto giorni in cui la vita non tendeva a niente; sappiamo tutti cos’è una vita distratta, fare una cosa ed avere la testa da un’altra parte; incontrare una persona e non ricordare il colore dei suoi occhi; camminare sulla terra e calpestare tesori di bellezza. Distratti. L’amore è attenzione. L’attenzione è già una forma di preghiera, ed è la grammatica elementare che salva la mia vita interiore. Il secondo atteggiamento: vegliate. Non permettete a nessuno di addormentarvi o di comprarvi. Vegliate sui primi passi della pace, della luce dell’alba che si posa sul muro della notte, o in fondo al tunnel di questa pandemia. Vegliate e custodite tutti i germogli, tutto ciò che nasce e spunta porta una carezza e una sillaba di Dio.

Letture: Isaia 63, 16-17; 64, 2-7; Salmo 79; 1 Corinzi 1,3-9; Marco 13, 33-37)

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Inizia oggi, con la prima domenica di Avvento, il nuovo anno liturgico. La parola «Avvento» significa «venuta». Il tempo di Avvento, dunque è tempo di attesa di qualcuno che deve venire. Ma chi deve venire? Chi, noi cristiani, dobbiamo attendere? Le letture che abbiamo ascoltato, non proprio facili da intendere, ci aiutano a dare una risposta alla nostra domanda. Partiamo dal Vangelo. Esso ci propone un brano di un discorso di Gesù, chiamato discorso escatologico, cioè discorso che riguarda gli ultimi avvenimenti, le ultime cose che accadranno e che stanno già accadendo. È da sottolineare che il Vangelo non fornisce notizie di curiosità, non annuncia scadenze. Infatti, davanti a Dio, il futuro si conquista col presente e si capisce partendo dal presente.

Cerchiamo di capire. Gesù si trovava a Gerusalemme e ha davanti a sé la fine imminente di questa città. È da notare che Gerusalemme è la città che ha decretato la crocifissione di Gesù. Il Maestro Divino si recava quasi tutti i giorni al Tempio. Quel Tempio che i suoi concittadini erano finalmente riusciti a costruire. Era bello e imponente. Rivestito di marmi. Gli ebrei ne erano fieri! E quel giorno un discepolo lo fece notare a Gesù dicendo: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni! Gesù gli rispose: “Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta”» (cf Mc 13,1-2). Questa risposta sicuramente sarà stata una doccia fredda! Infatti i discepoli incuriositi chiedono al Signore: «quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?» (cf Mc 13,4). Essi volevano una data precisa. Ma Gesù li deluse in questo particolare, e passò a parlare delle vicende della fine dei tempi. E raccontò loro la parabola che abbiamo ascoltato.

È la storia di un uomo che prima di partire e lasciare la propria casa ha «dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare». Gesù, inoltre, aggiunge: «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Ebbene, questa affermazione del Signore sta ad indicare che noi non sappiamo come e quando si compirà la vicenda umana dell’universo. Non sappiamo neppure quando e come si compirà la nostra piccola vicenda personale. Chi di noi sa a che ora arriverà sorella morte? Alla sera? A mezzanotte? Al canto del gallo? Al mattino? Nessuno di noi lo sa. Sappiamo solo che essa arriverà e giungerà all’improvviso! Per questo Gesù ci invita a vigilare affinché non ci trovi addormentati.

Purtroppo noi cristiani siamo addormentati! Infatti vi sono alcuni che si lasciano assorbire dalla fatica di procurarsi i beni materiali; altri che induriscono il cuore e ciò li porta all’egoismo, all’odio; altri ancora che tirano a campare e vivono, giorno dopo giorno, come capita. Dunque quando il Signore arriverà troverà – ahimè – molti «addormentati». Abbiamo ricevuto dal Signore un grande dono: il tempo. E il Signore si aspetta che lo si occupi bene. Santa Caterina da Siena diceva ai suoi contemporanei: «Correte! Correte! Il tempo è breve!». Ciò significa che i cristiani non devono perdere tempo ma devono essere sempre attenti e vigilanti ed essere «irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo» (II lettura). Però noi sappiamo di essere peccatori e, in quanto tali, non dobbiamo scoraggiarci e arrenderci quando cadiamo, perché Dio, che è Padre e redentore, vuole la nostra salvezza.

Nella prima lettura, infatti, il profeta Isaia – vissuto sei secoli prima di Cristo – nella sua stupenda invocazione, ci ricorda che siamo peccatori e, pertanto, mette sulle nostre labbra le parole adatte per rivolgerci a Dio: «Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi […] Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». I cieli si sono squarciati, il Signore è disceso, si è fatto uno di noi, ci ha salvato. Noi lo attendiamo continuamente. Noi attendiamo il Signore Gesù, Agnello innocente, che prende su di sé le nostre colpe per lavarle nel suo sangue. E allora, con la chiesa, anche noi diciamo: «Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!» (cf Ap 22,17.20; 1Cor 16,22).

Don Lucio D’Abbraccio

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print