Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

II domenica di Avvento

Anno B

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano (…).

Due voci, a distanza di secoli, gridano le stesse parole, nell’arsura dello stesso deserto di Giuda. La voce gioiosa di Isaia: «Ecco, il tuo Dio viene! Ditelo al cuore di ogni creatura». La voce drammatica di Giovanni, il Giovanni delle acque e del sole rovente, mangiatore di insetti e di miele, ripete: «Ecco, viene uno, dopo di me, è il più forte e ci immergerà nel turbine santo di Dio!» (Mc 1,7). Isaia, voce del cuore, dice: «Viene con potenza», e subito spiega: tiene sul petto gli agnelli più piccoli e conduce pian piano le pecore madri. Potenza possibile a ogni uomo e a ogni donna, che è la potenza della tenerezza. I due profeti usano lo stesso verbo, sempre al presente: «Dio viene». Semplice, diretto, sicuro: viene. Come un seme che diventa albero, come la linea mattinale della luce, che sembra minoritaria ma è vincente, piccola breccia che ingoia la notte.

Due frasi molto intense aprono e chiudono questo vangelo. La prima: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, della sua buona notizia. Ciò che fa ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, ciò che fa ripartire la vita è sempre una buona notizia, una fessura di speranza. Inizio del vangelo che è Gesù Cristo. La bella notizia è una persona, il Vangelo è Gesù, un Dio che fiorisce sotto il nostro sole, venuto per far fiorire l’umano. E i suoi occhi che guariscono quando accarezzano, e la sua voce che atterra i demoni tanto è forte, e che incanta i bambini tanto è dolce, e che perdona. E che disegna un altro mondo possibile. Un altro cuore possibile. Dio si propone come il Dio degli inizi: da là dove tutto sembra fermarsi, ripartire; quando il vento della vita «gira e rigira e torna sui suoi giri e nulla sembra nuovo sotto il sole» (Qo 1,3-9), è possibile aprire futuro, generare cose nuove.

Da che cosa ricominciare a vivere, a progettare, a traversare deserti? Non da pessimismo, né da amare constatazioni, neppure dalla realtà esistente e dal suo preteso primato, che non contengono la sapienza del Vangelo, ma da una «buona notizia». In principio a tutto c’è una cosa buona, io lo credo. A fondamento della vita intera c’è una cosa buona, io lo credo. Perché la Bibbia comincia così: e vide ciò che aveva fatto ed ecco, era cosa buona. Viene dopo di me uno più forte di me. La sua forza? Gesù è il forte perché ha il coraggio di amare fino all’estremo; di non trattenere niente e di dare tutto. Di innalzare speranze così forti che neppure la morte di croce ha potuto far appassire, anzi ha rafforzato. È il più forte perché è l’unico che parla al cuore, anzi, parla «sul cuore», vicino e caldo come il respiro, tenero e forte come un innamorato, bello come il sogno più bello.

Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84; II Lettera di san Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Se la notte, la notte del ritorno del padrone di casa, era l’ambiente in cui ci situava la prima domenica di Avvento, il deserto è il luogo in cui ci conduce la seconda. Se l’annuncio del Signore veniente nella gloria era al cuore della prima domenica, l’annuncio di Colui che viene nell’oggi storico è al centro della seconda. Se la vigilanza era l’attitudine richiesta nella prima domenica, la preparazione è quanto richiesto nella seconda. “Preparate la via del Signore”, dice Giovanni citando la Scrittura. Ma questo imperativo “preparate”, diviene di fatto riflessivo: “preparatevi”. Non si tratta di preparare qualcosa di esterno, ma di preparare se stessi. Preparare la via del Signore significa preparare se stessi davanti al Signore che viene, significa non “fare qualcosa”, ma fare qualcosa di se stessi. Nel testo evangelico odierno (Mc 1,1-8) la preparazione è ciò che Giovanni predica, ma soprattutto vive e incarna. Giovanni non è semplicemente colui che chiede la preparazione della via del Signore, ma colui che la prepara nella sua vita. Egli è la via preparata al Signore.

Questa preparazione noi siamo soliti chiamarla “conversione”. Conversione designa un ritorno, una svolta, un’inversione di cammino, un cambiamento di direzione nello spazio. Metánoia, invece, termine usato al v. 4 di Mc 1, indica una trasformazione interiore che avviene nel tempo, una scelta che inaugura un modo nuovo di pensare, giudicare, volere e agire che deve durare nel tempo. Il nous di cui si cerca il cambiamento (insito nella parola metánoia) indica quella realtà pensante che noi chiamiamo spirito e che in ciascuno è al principio della coscienza, della vita interiore, del sé, della vita tanto affettiva quanto intellettuale e volontaria.

Il primo versetto (Mc 1,1) è il titolo del vangelo e ne annuncia il centro: Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Il vangelo ha un inizio: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. E l’inizio è anzitutto nella Scrittura, nella profezia di Isaia che trova realizzazione nella persona di Giovanni. “Inizio del vangelo … come sta scritto nel profeta Isaia”: viene affermato il legame di unità della storia di salvezza tra il profeta Isaia, Giovanni il battezzatore e Gesù, tra la pagina biblica e la carne di Giovanni, carne che dà voce alla parola biblica, tanto che Giovanni è colui che nel deserto grida di preparare la via del Signore, come invitava a fare il testo profetico molti secoli prima. Il vangelo inizia sì con l’annuncio profetico, inizia con il Primo Testamento, ma inizia particolarmente con un uomo che, obbedendo alle Scritture, precede il Signore.

L’inizio del vangelo è anche il racconto di un uomo che si sente interpellato personalmente dalla parola di Dio e vi risponde esistenzialmente. Nessun racconto di vocazione precede l’ingresso in scena di Giovanni: la Scrittura basta a investirlo di una missione divina. Nessuna data, nessun riferimento storico all’epoca in cui avvengono i fatti come spesso avviene nei racconti di vocazione dei profeti. Giovanni è lui stesso l’evento suscitato dalla parola della Scrittura. “Avvenne Giovanni” (dice letteralmente il v. 4). Insomma, l’inizio del vangelo è un uomo che ascolta le Scritture, le obbedisce e cambia vita. Il Vangelo inizia quando un essere umano mostra la capacità di far iniziare qualcosa nella sua vita in obbedienza alla parola di Dio, quando una persona si mostra così libera da far regnare la Parola nelle condizioni reali della sua vita. Anche quando queste condizioni fossero umilianti o penose. Certo, si tratta di un inizio che dura una vita, una vita che procede di inizio in inizio, di sempre rinnovato ricominciamento. È un inizio che si distende su una durata.

La parola biblica citata all’inizio, combinazione di Mal 3,1 e Es 23,20, afferma un’esperienza di precedenza. “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te” (Mc 1,2). Colui che preparerà la via è colui che cammina davanti, che apre dunque la strada. Il testo dice “davanti al tuo volto”, davanti ai tuoi occhi. La vita cristiana è iniziatica, e l’iniziazione è data non da una struttura esoterica, autoreferenziale, ma da un’esperienza di cammino che alcuni fanno prima e davanti ad altri. Anche Gesù impara il suo cammino, la strada che lui stesso percorrerà grazie a un altro che cammina davanti a lui, il Precursore, com’è chiamato Giovanni nella tradizione. Colui che viene dopo e dietro può guardare e ascoltare colui che viene prima e sta davanti a lui, e imparare da lui. Infatti, il precursore non è solo colui che cammina davanti, ma anche colui che grida nel deserto, colui che parla e annuncia e che dunque deve essere ascoltato, così come può essere guardato e visto da chi lo segue. La tradizione è anzitutto questa comunione visibile di vite.

Giovanni illumina il cammino che chi lo segue (e Gesù viene “dietro” di lui: Mc 1,7) deve compiere. È la vita di una persona che inizia altri alla vita. Ma l’esperienza di precedenza che Giovanni vive nei confronti di Gesù è importante perché insegna a vivere il precedere non come superiorità o privilegio, ma come servizio. Giovanni insegna a vivere i ruoli diversi non nella via della concorrenza, ma del servizio.

Il vangelo sottolinea che il deserto può essere luogo di rinascita, di inizio. Nel deserto, normalmente luogo di morte, nasce il futuro. Il deserto, nel momento stesso in cui qualcuno decide di abitarlo, cambia segno e diviene dimora. Anzi, diviene dimora accogliente per folle numerose. Molti accorrono al deserto divenuto dimora: “usciva verso di lui tutta la regione di Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme” (Mc 1,5). Vivendo nel deserto, Giovanni fa vivere il deserto stesso. Lo rende luogo di vita. Parlando e gridando nel deserto rende il deserto cassa di risonanza che echeggia nelle città e libera una parola che viene udita da tanti. Parlando nel deserto Giovanni dà voce anche al deserto, lo rende parlante.

Nel deserto la parola può acuirsi fino a divenire profetica, lontana com’è dal chiasso della città e dal multiloquio del potere. E se Giovanni prepara la strada a colui che è la Parola fatta carne, lo fa con un esercizio della parola che sa dire l’essenziale, e sa dire l’essenziale perché Giovanni stesso vive l’essenziale, sa chiedere con forza e con autorità ciò che è vitale e lo sa fare con autorità e forza perché lui stesso è autorevole in quanto vive ciò che chiede agli altri sicché gli altri, mentre lo ascoltano, anche lo vedono. Giovanni vive ciò che dice e ciò che chiede. Nel deserto fa risuonare una parola forte, penetrante, lucida. Giovanni è un asceta della parola.

Inoltre Giovanni nel deserto racconta che è possibile una vita alternativa, una vita altra, una vita centrata sull’essenziale, finalmente liberata dall’inessenziale. Una vita che sa cogliere il centro della vita. Sobrietà del cibo e povertà del vestito (Mc 1,6) sono parte di questa essenzialità, che è anche e soprattutto valorizzazione di ciò che è prettamente umano. L’ascesi di Giovanni non è ricerca esagerata del digiuno o di altre pratiche ascetiche fini a se stesse, ma scelta costante dell’essenziale. Giovanni prepara poi il ministero di colui che viene dopo e dietro di lui dichiarando di essere indegno perfino di compiere il gesto del servo nei confronti del padrone (“non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali”: Mc 1,7) e parlando del battesimo attuato da colui che viene come battesimo nello Spirito santo, non nell’acqua, come il suo (Mc 1,8). Giovanni è uomo umile. In lui è avvenuta l’opera di spianamento della via e di abbassamento delle colline dell’orgoglio (cf. Is 40,3-4) sicché ora attraverso di lui e grazie a lui l’orizzonte si è fatto aperto ed è visibile la gloria del Signore (Is 40,5). Egli ha reso visibile la gloria del Signore che è Gesù il Messia.

Ma tutto avviene nel deserto. Nel luogo della solitudine. Nel luogo in cui è vano e folle gridare, è insensato e fuori luogo annunciare e predicare. Giovanni, nella sua follia, ci ricorda che l’essenziale della vita umana e cristiana è la passione che muove il nostro incedere, il fuoco che accende il nostro desiderio, e che rende naturale ciò che agli occhi del mondo è pura follia. Il deserto della solitudine consente di vedersi come in uno specchio, di vedere la propria realtà, i fantasmi del proprio cuore, i demoni del proprio intimo, le rovine della propria vita. Immagini tutte – queste delle rovine, delle bestie feroci, dei demoni – che affollano le descrizioni bibliche del deserto. E quando questa visione degli abissi del cuore viene domata dall’ascolto della parola di Dio che porta ordine e armonia anche nel caos del deserto, ecco che il cuore umano entra nella libertà, nella lucidità, nella luminosità.

L’effetto della solitudine è poter ascoltare Dio che parla al cuore. Giovanni ci insegna anche ad abitare e a non a fuggire la solitudine, a farne una scelta, un atto, non una realtà subita. Questa solitudine è uno stato dello spirito, un elemento della vita spirituale, un elemento fondamentale per il cammino di pacificazione, integrazione e unificazione interiore della persona. Osare se stessi, osare il proprio desiderio, è anche osare la propria solitudine. Come Giovanni, che ha conosciuto anche la solitudine di colui che è troppo libero per poter essere tollerato. E ha preceduto Gesù anche nella morte violenta. Egli è stato reso via del Signore, cammino di Gesù nella vita come nella morte.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print