Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

II domenica di Pasqua

Anno B

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». […]

I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei capi dei giudei, delle guardie del tempio, della folla volubile, dei romani, di se stessi. E tuttavia Gesù viene. In quella casa dalle porte sbarrate, in quella stanza dove manca l’aria, dove non si può star bene, nonostante tutto Gesù viene. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse. La prima sua venuta sembra senza effetto, otto giorni dopo tutto è come prima, eppure lui è di nuovo lì. Secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse, mite e determinato come un seme che non si lascia sgomentare da nessun nero di terra. Che bello il nostro Dio! Non accusa, non rimprovera, non abbandona, ma si ripropone, si riconsegna a discepoli che non l’hanno capito, facili alla viltà e alla bugia.

Li aveva inviati per le strade di Gerusalemme e del mondo, e li ritrova ancora paralizzati dalla paura. In quali povere mani si è messo. Che si stancano presto, che si sporcano subito. Eppure accompagna con delicatezza infinita la fede lenta dei suoi, ai quali non chiede di essere perfetti, ma di essere autentici; non di essere immacolati, ma di essere incamminati. E si rivolge a Tommaso – povero caro Tommaso diventato proverbiale. Ma è proprio il Maestro che l’aveva educato alla libertà interiore, a non omologarsi, rigoroso e coraggioso, ad andare e venire, lui galileo, per le strade della grande città giudea e ostile. Gesù lo invita: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite, come ci saremmo aspettati. Perché la croce non è un semplice incidente di percorso da superare e dimenticare, ma è la gloria di Gesù, il punto più alto dell’arte divina di amare, che in quelle ferite si offre per sempre alla contemplazione dell’universo.

È proprio a causa di quei fori nelle mani e nel fianco che Dio l’ha risuscitato, e non già nonostante essi: sono l’alfabeto indelebile della sua lettera d’amore. Gesù non vuole forzare Tommaso, ne rispetta la fatica e i dubbi, sa i tempi di ciascuno, conosce la complessità del vivere. Ciò che vuole è il suo stupore, quando capirà che la sua fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d’amore perfetto. Tocca, guarda, metti! Se alla fine Tommaso abbia toccato o no, non ha più alcuna importanza. Mio Signore e mio Dio. Tommaso ripete quel piccolo aggettivo “mio” che cambia tutto. Mio non di possesso, ma di appartenenza: stringimi in te, stringiti a me. Mio, come lo è il cuore. E, senza, non sarei. Mio, come lo è il respiro. E, senza, non vivrei.

Letture: Atti degli Apostoli 4,32-35; Salmo 117; Prima Lettera di Giovanni 5,1-6; Giovanni 20,19-31

Ermes Ronchi
Avvenire

 

La seconda domenica di Pasqua ci pone ancora di fronte all’annuncio pasquale: “Cristo è risorto”. Ma ci presenta anche il riflesso che questo annuncio provoca nella comunità cristiana. Il vangelo odierno ci presenta, se così possiamo dire, la dimensione comunitaria della resurrezione, la resurrezione di un gruppo di discepoli, dunque la resurrezione come vissuto, come esperienza. Noi siamo abituati a pensare la resurrezione come evento escatologico, post-mortem ben più che come esperienza qui e ora, e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù chiede un inveramento nella comunità, e chiede di divenire esperienza qui e ora, nell’oggi.

In effetti, nel vangelo la situazione di morte è comunitaria e riguarda il gruppo dei discepoli. E morte, in questo caso, significa smarrimento, paralisi, non saper cosa fare, paura, privazione del passato e assenza di futuro. Privazione del passato perché Gesù, il Signore che ha riunito e guidato la comunità, non c’è più; privazione del futuro perché il Signore, che con la sua parola ha aperto prospettive, indicato cammini da percorrere, attese da vivere e mete da perseguire, non c’è più. Lo sradicamento temporale porta alla chiusura, al restringimento degli orizzonti, al ripiegamento su di sé. Occorre ritrovare un respiro, un soffio, l’unico soffio del Signore, quel soffio che è lo Spirito del Signore che può segnare l’unica continuità possibile con il Signore che non c’è più. Quello Spirito che è il grande fondamento della vita comunitaria. Occorre infatti ricostruire i legami e i rapporti sfilacciati del corpo comunitario, ferito tra l’altro dall’abbandono di uno dei Dodici. Il soffio di cui la comunità ha bisogno è il respiro del Signore stesso, quel respiro che emana anche dal corpo scritturistico che contiene la parola di Dio che è spirito e vita (cf. Gv 20,30-31; 6,63) e che solo può far vivere il corpo comunitario di logiche che non siano meramente mondane, ma evangeliche.

La pagina giovannea ci presenta la comunità dei discepoli la sera del giorno della resurrezione. Giorno in cui Maria di Magdala ha dato l’annuncio ai discepoli “Ho visto il Signore” e ha riferito loro ciò che il Signore le ha detto (Gv 20,18). Ma questo non basta a smuovere i discepoli. La donna non è creduta, come attestano con ancor più forza gli altri evangelisti. La comunità dei discepoli non è ferita dunque solo dalla perdita del Signore, non è menomata solo dall’abbandono di Giuda, non è solo paralizzata e confusa dalla vergogna del tradimento ad opera di uno dei Dodici e del rinnegamento di Pietro, ma è anche attraversata dalla sfiducia dei discepoli verso Maria di Magdala.

Quando in una comunità si insinua la sfiducia e quando la sfiducia diviene la lente con cui si guarda gli altri o un altro, allora la comunità è a rischio di implosione. L’evangelista esprime con chiarezza la situazione della comunità prima della resurrezione della comunità stessa: chiusura, paura, sfiducia reciproca, assenza di fede nel Risorto. Domina l’orizzonte della morte. Non fatichiamo a immaginare anche il clima di sospetto reciproco: la scoperta che Giuda ha tradito il gruppo dei discepoli e consegnato Gesù alle autorità è stata traumatica e destabilizzante per gli altri discepoli, e ha insinuato la domanda terribile: di chi posso fidarmi? Ecco la situazione di crisi che sta vivendo il gruppo dei discepoli. E a una crisi – che è una novità imprevista anche se si preparava da tempo e che è un elemento che cambia totalmente gli assetti di

una comunità – si reagisce in maniere diverse e spesso occorre tempo per arrivare a un riassetto che possa durare a lungo. Il movimento prevede normalmente questo processo: a una crisi, che è un sintomo che dice che una realtà deve trovare una diversa organizzazione e un nuovo equilibrio per poter reggere l’impatto con la storia, segue un tempo di riorganizzazione, che a un certo punto – se la riorganizzazione ha successo, perché vanno messi in conto anche i tentativi falliti – diviene processo di consolidamento che apre a un periodo di stabilità che, tuttavia, prima o poi diverrà obsoleto e sarà nuovamente scosso da una crisi, ovvero dalla necessità di rimettere in asse i propri equilibri per aderire alla realtà e inserirvisi efficacemente.

Ebbene, al cuore di questa crisi, al cuore di questo gruppo spaurito ma che ha condiviso un passato sotto il segno del legame con Gesù, la memoria di quell’Assente si fa presenza e il Risorto si rende presente, come si renderà presente una settimana dopo, nel giorno del Signore, la domenica, il giorno memoriale della resurrezione. Quel gruppo sarà anche spaurito e confuso, sarà pure diminuito e menomato, sarà pure ferito e incerto, ma un punto unificante ce l’ha: è un gruppo nato e cresciuto attorno a Gesù, che si è formato attorno alla sua parola e al suo insegnamento.

Certo, la persona e la parola di Gesù hanno anche suscitato opposizioni e rivolte, come quella di Giuda, hanno portato Pietro a tradire per viltà, hanno lasciato ben poche tracce in diversi discepoli di cui non sappiamo praticamente niente, non hanno molto cambiato il comportamento e lo sguardo dei discepoli stessi, hanno prodotto in altri interpretazioni molto differenti e tuttavia: che cosa ha creato quel gruppo? Cosa lo ha riunito? Cosa lo ha tenuto insieme? La presenza di Gesù è al cuore di quel gruppo anche nella sua assenza. La manifestazione del Risorto al cuore del gruppo dei discepoli dice come essi possono continuare a vivere anche senza Gesù, colui che camminava davanti a loro indicando loro la strada. Si tratta di ricevere lo Spirito che ha animato Gesù, che lo ha mosso e guidato.

La comunità dei discepoli è anche sfaldata a causa della perdita di legami saldi: Tommaso non è presente con gli altri quando Gesù si fa presente. L’individualismo ha preso possesso della comunità e ognuno si autorizza a comportarsi come vuole. Esserci o assentarsi, collaborare o fare in proprio: quando non si vuole più rendere conto ad altri, quando si cede alla tentazione e alla vertigine individualistica, allora la comunità non è più luogo di dilatazione della propria libertà e in cui vivere la carità, ma diviene prigione. E la facoltatività delle azioni comunitarie, l’attribuire loro una dimensione opzionale, diviene per alcuni il segno della propria libertà inalienabile, un vero e proprio diritto da difendere con i denti.

La reazione di Tommaso alle parole degli altri discepoli è di sfiducia, è una dura risposta che mostra il non accordare fiducia ai suoi fratelli. Vediamo qui quale sia la dinamica del male in una comunità: si diffonde come a macchia d’olio, per cerchi concentrici come quelli prodotti da un sasso gettato nell’acqua, cresce e si ingigantisce come l’effetto valanga che in breve diviene enorme e inarrestabile: è la logica e la dinamica della parola di diffidenza, sospetto e calunnia che diventa mormorazione, è la sfiducia palesata verso anche solo una persona che sdogana e rende praticabile un atteggiamento verso cui prima c’era inibizione e reticenza. È la banalità del meccanismo di propagazione del male in una comunità. Tommaso non crede, vuole verificare di persona: non si fida.

Siamo di fronte all’atteggiamento di chi non crede all’amore ma ha bisogno di sempre nuove verifiche, di chi ha bisogno di mettere alla prova l’amore di chi ama. Di chi dunque non sa fare tesoro dell’amore vissuto in passato per sapere di essere amato, non sa ricordare, fare memoria e vuole sempre avere conferme, quasi muovendosi con l’atteggiamento della pretesa. E di una sempre instancabilmente rinnovata prova di tangibilità dell’amore dell’altro. Ovvero, l’altro a mia disposizione. Mentre io sottraggo la mia disponibilità agli altri. La reazione di Tommaso, di arroganza e pretesa nei confronti degli altri, è suggellata da una sorta di giuramento: io pongo delle condizioni, dice Tommaso, e se queste non si verificano, “io non crederò” (non credam: Gv 20,25).

La scena successiva mostra Gesù che di nuovo si manifesta in mezzo ai discepoli a distanza di otto giorni e tra i discepoli c’è anche Tommaso. Gesù si rivolge a Tommaso accondiscendendo alle richieste che egli aveva avanzato come condizioni del suo credere. E stavolta la reazione di Tommaso è radicalmente diversa da quella di alcuni giorni prima. Perché? Perché Tommaso si scopre accolto anche nella sua pretesa, nella sua sfiducia, nella sua incredulità. E questo vince le sue resistenze, la sua incredulità.

Gesù non mette in atto strategie di convinzione, ma accondiscende a ciò che Tommaso aveva preteso mostrando di conoscere in profondità il cuore di questo discepolo. Tanto che Tommaso non sente più il bisogno di mettere il dito nelle ferite, di stendere la mano e metterla nel fianco. Non ha bisogno di soffermarsi sulla sofferenza dell’altro perché ha visto in verità il proprio male. Si è visto accolto nel suo male profondo. Tommaso non compie i gesti che pure aveva solennemente posto come condizioni del suo credere, ma subito confessa la fede in Gesù quale Signore e Dio. Tommaso ora crede all’amore e se ne lascia vincere. E rinuncia alle sue pretese, alla sua sfiducia, accettando anche di fare la figura di chi smentisce se stesso. Tommaso si accetta accettando e riconoscendo di essere amato.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print