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III domenica di Pasqua

Anno B

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. (…) Egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Stanno ancora parlando, dopo la gioiosa corsa notturna di ritorno a Gerusalemme, quando Gesù di persona apparve in mezzo a loro. In mezzo: non sopra di loro; non davanti, affinché nessuno sia più vicino di altri. Ma in mezzo: tutti importanti allo stesso modo e lui collante delle vite. Pace è la prima parola. La pace è qui: pace alle vostre paure, alle vostre ombre, ai pensieri che vi torturano, ai rimorsi, ai sentieri spezzati, pace anche a chi è fuggito, a Tommaso che non c’è, pace anche a Giuda… Sconvolti e pieni di paura credevano di vedere un fantasma. Lo conoscevano bene, dopo tre anni di Galilea, di olivi, di lago, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ma non più come prima: la Risurrezione non è un semplice ritorno indietro, è andare avanti, trasformazione, pienezza.

Gesù l’aveva spiegato con la parabola del chicco di grano che diventa spiga: viene sepolto come piccola semente e risorge dalla terra come spiga piena. Mi consola la fatica dei discepoli a credere, è la garanzia che non si tratta di un evento inventato da loro, ma di un fatto che li ha spiazzati. Allora Gesù pronuncia, per sciogliere paure e dubbi, i verbi più semplici e familiari: “Guardate, toccate, mangiamo insieme! Non sono un fantasma”. Mi colpisce il lamento di Gesù, umanissimo lamento: non sono un fiato nell’aria, un mantello di parole pieno di vento… E senti il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da abbracciare con gioia. Un fantasma non lo puoi amare né stringere a te, quello che Gesù chiede. Toccatemi: da chi vuoi essere toccato? Solo da chi è amico e ti vuol bene.

Gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni, ad un pesce di lago e non agli angeli, all’amicizia e non a una teofania prodigiosa. Lo racconteranno come prova del loro incontro con il Risorto: noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41). Mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata; un gesto che rinsalda i legami delle vite e li fa crescere. Insieme, a nutrirsi di pane e di sogni, di intese e reciprocità. E conclude: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gliela leggi in viso. La bella notizia è questa: Gesù è vivo, è potenza di vita, avvolge di pace, piange le nostre lacrime, ci cattura dentro il suo risorgere, ci solleva a pienezza, su ali d’aquila, nel tempo e nell’eternità.

Letture: Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19; Salmo 4; Prima Lettera di san Giovanni 2,1-5a; Luca 24,35-48

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Tutto il capitolo 24 è una narrazione della Resurrezione attraverso episodi diversi che vedono protagonisti le donne della Galilea che erano al seguito di Gesù, i numerosi discepoli e gli 11 apostoli (dopo che Giuda si era autoescluso). La crocefissione di Gesù era stata il tragico spettacolo visto da molti, ma la sua Resurrezione nessuno l’aveva vista! Tutti i suoi davano per scontato che il corpo di Gesù giacesse nel sepolcro di Giuseppe d’Arimatea, chiuso da un macigno. Essi se ne stavano impauriti al chiuso del cenacolo, mentre le donne, preparati gli aromi e gli oli profumati se ne andavano di buon mattino al sepolcro per onorare il corpo del loro Signore.

A questo punto ha inizio una serie di rivelazioni alle quali fa riscontro un cammino molto difficoltoso: dal buio dell’incredulità alla luce della fede. E’ la fede infatti il tema dominante del capitolo e del brano in lettura. Uomini che avevano vissuto con Gesù e che avevano più volte sentito dalle sue labbra l’annuncio della passione, morte e resurrezione, anche messi di fronte a racconti veritieri e immagini incontrovertibili, non riescono a credere, sono sopraffatti dai dubbi di una razionalità umana limitata da pregiudizi, condizionata da falsi convincimenti e soprattutto da sostanziale ignoranza dei fondamenti scritturistici. La prima rivelazione della Resurrezione è nell’annuncio degli Angeli (“uomini in vesti sfolgoranti”) alle donne: ”Perché cercate fra i morti colui che è vivo? Non è qui, è resuscitato”. E ancora gli Angeli ricordano alle donne quanto Gesù stesso aveva detto in Galilea sulla sua morte e resurrezione.

Ma l’annuncio che le donne (le prime disposte a credere!) recano ad apostoli e discepoli è inteso “come un vaneggiamento”: “E non credettero ad esse”. Segue poi la corsa al sepolcro di Pietro (probabilmente in compagnia di Giovanni v.Gv 20,3) che torna “pieno di stupore”, ma non tanto da credere né da far credere. Eppure, il sepolcro vuoto avrebbe dovuto annullare ogni sicurezza di morte! Ma la fede nella Resurrezione è ben altro. Segue lo splendido racconto dei due discepoli di Emmaus che tornano a Gerusalemme per testimoniare di aver riconosciuto in un pellegrino che camminava al loro fianco il Signore, il quale, dopo aver spiegato loro ”in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”, si era messo a tavola con loro e aveva spezzato il pane.

Giunti i due a Gerusalemme, pare che il gruppo degli undici e degli altri discepoli si siano convinti che Gesù è risorto, tanto che ricordano che è anche apparso a Simon Pietro. Ma l’episodio che ci riguarda ci riporta al dilagare del dubbio! Infatti, mentre parlano tutti insieme dell’accaduto, si presenta in mezzo a loro Gesù in persona col saluto generoso di “Pace a voi”. Qual è la reazione? Stupore e spavento, poiché credono di vedere un fantasma. Questi uomini non sono pronti a comprendere e quindi a credere all’evento del tutto nuovo della Resurrezione. Gesù deve usare ancora tutta la sua pazienza e forza di persuasione a partire dall’invito a non temere, quell’invito che nella Parola di Dio risuona costantemente negli incontri con gli esseri umani, così bisognosi di un’energia spirituale per accogliere i piani imperscrutabili di Dio nella loro interezza.

A questo punto l’evangelista Luca, che si rivolge a lettori di cultura ellenistica, usi a separare corpo e spirito e a dare primato allo spirito, mette in forte evidenza l’insistenza di Gesù a presentarsi vivente nel suo corpo di carne ed ossa che, pur portando ancora i segni della passione nelle mani e nei piedi trafitti, appare certamente diverso nella presente gloria del Risorto. E’ pressante infatti il suo invito a toccare e guardare ed è spiazzante la contraddittoria reazione dei discepoli, presi contemporaneamente da un’emozione di gioia e dal dubbio della mente ancora “chiusa”. Addirittura il vangelo dice che “per la grande gioia non credevano ed erano stupefatti”. L’emozione a volte gioca brutti scherzi, poiché blocca la nostra intelligenza, ci rende incapaci di andare oltre le apparenze, in profondità. E purtroppo succede spesso proprio nei confronti delle realtà di fede che ci sorprendono e ci affascinano suscitando a tal punto la nostra emotività, da farci restare alla superficie della loro sostanza. Nel racconto evangelico Gesù chiede allora del cibo e mangia davanti ai discepoli una porzione di pesce! A noi sembra di vedere quegli astanti restare a bocca aperta, ma non ancora “aperti” a comprendere e a credere veramente.

Vorrei aprire una parentesi poiché parole e gesti di Gesù ci offrono l’occasione d’imparare che la fede nella Resurrezione significa essere consapevoli che il Risorto è presenza viva fra noi in Spirito, Parola, Corpo e Sangue, e sono indicazioni preziose a farci cogliere in che modo Gesù ci invita ad incontrarlo. Osservando infatti i segni della passione siamo portati a riconoscerlo nelle sofferenze dei poveri, dei perseguitati ed emarginati, dei malati; osservandolo mangiare siamo portati a ringraziarlo del dono di poterci cibare del suo Corpo e del suo Sangue ed a sperare di sedere accanto a lui nel banchetto del Regno.

Tornando al nostro brano, Gesù passa infine all’insegnamento fondamentale: l’esegesi delle Sacre Scritture. Egli rammenta e ribadisce quanto aveva più volte detto durante la sua vita pubblica, ovvero il “necessario” compimento delle cose scritte su di Lui nella Legge mosaica, nei Profeti e nei Salmi : “ Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”. E’ chiaro che Luca non può più aggiungere nulla riguardo alla reazione dei discepoli, poiché la Parola di Gesù è assolutamente efficace e risolutiva. Aprire la mente è opera di Gesù mediante lo Spirito che emana da lui e investe di luce nuova l’intelletto umano, donandogli la fede, idonea a comprendere anche quello che va oltre i limiti umani poiché attinge al trascendente.

I discepoli hanno finalmente compreso e accolto la verità della straordinaria esperienza, da loro vissuta fino allora inconsapevolmente ed emotivamente: non c’è da registrare nessun fallimento nella morte di Gesù: la volontà di Dio si è compiuta nel servo sofferente che è stato glorificato ed è risorto donando a tutti gli uomini la salvezza con la sconfitta del male e della morte. Per questo i discepoli sono ora mandati a predicare nel suo nome ”la conversione e il perdono dei peccati” a tutte le genti, “cominciando da Gerusalemme”. Gesù non dimentica il suo popolo, la sua gente, nonostante i tradimenti, la persecuzione dei capi e la richiesta popolare della sua crocifissione. Egli conosce la stoltezza umana e vi ha steso sopra il manto della Misericordia del Padre, essendo andato volontariamente incontro a quella morte ignominiosa per mutarla in gloria inaudita.

Ma Gesù ha anche lo sguardo attento a tutta l’umanità che deve ancora conoscerlo per gioire nel corso dei secoli dell’unica verità da lui rivelata. E l’aspetto più gioioso di questa verità è che chi lo accoglierà come il Figlio di Dio e lo seguirà nel cammino della vita potrà insieme a lui risorgere. Questo significa credere nella Resurrezione: comprendere con l’aiuto dello Spirito Santo che il Risorto è “primizia di coloro che sono morti ” (1 Cor.15,20) e che la resurrezione è dono che Gesù è venuto a condividere con l’umanità: “e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo”(1 Cor. 15,22). Questa è la bella notizia che nel Vangelo odierno Gesù affida ai suoi seguaci mandati a testimoniare, con la promessa che saranno “rivestiti di potenza dall’alto”, ovvero riceveranno l’energia dello Spirito Santo per proclamare la verità di fede che il loro cuore ha finalmente accolto.

Vanna
Comunità Kairòs

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