VI domenica di Pasqua

Anno B

Letture: Atti degli Apostoli 10,25-27.34-35.44-48; Salmo 97; Prima Lettera di Giovanni 4,7-10; Giovanni 15,9-17

Cosa ci chiede oggi Dio, cosa chiede ai suoi prima di andar via? Forse riti astrusi, l’adesione ad una dottrina filosofica complicata, la perfetta e rigida obbedienza a una religione? Il Dio Risorto, il Rabbi che aveva camminato per le strade di Palestina e si era imbarcato sulle onde del lago, che aveva pescato e salito monti per poter meglio abbracciare con lo sguardo e consolare quella folla di straccioni che lo seguiva, oggi ai suoi lascia invece parole tenere, di una tenerezza appassionata: «Restate con me, restate in me, amici miei…». La richiesta di Gesù è quella di imparare ad amare Dio da innamorati e non da servi, di non fuggire lontano dall’amore, Lui vuole una vicinanza da amanti: «Amore io voglio, non sacrifici» (Os. 6,6).

«Rimanete nel mio amore»: perché l’amore, quando lo trovi, lo senti che non è solo un’emozione, uno stato d’animo, ma diventa un luogo, un posto dove stare e sistemarsi. L’amore si fa casa, capanna, nido. Nell’amore si entra e si sta, perché si sta troppo bene. E si sta con quella “gioia piena” degli uccellini nel nido: al sicuro, protetti, fra ali calde in cui accucciarsi. Eccoli i suoi ragazzi, me li immagino mentre ascoltano queste parole, loro smarriti e ritrovati; li vedo i loro occhi carezzare quel Maestro pazzo d’amore, l’amore di Dio. Mi sembra quasi di ascoltare il battito del loro cuore che si impenna mentre si sentono chiamare “amici”.

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Don Luigi Verdi

 

Il tempo pasquale volge ormai al termine. Il Risorto, che ha accompagnato i suoi in un lento cammino di rinascita, al compiersi dei quaranta giorni che indicano il tempo necessario, torna al Padre, lasciando ai suoi la promessa dello Spirito santo. All’orizzonte vi è una nuova sottrazione che i discepoli dovranno vivere. Esperienza di ogni credente e della Chiesa, cui è tuttavia fatto dono dello Spirito sceso a Pentecoste. Quella sottrazione però non equivale ad abbandono. Il Signore rimane, in altro modo, con i suoi. Rimane/dimora (méno) – verbo così caro al quarto Vangelo – con coloro che rimangono/dimorano in lui. Rimane come pastore che guida il suo gregge verso la vita, deponendo la propria, come abbiamo ascoltato nella quarta domenica del tempo di Pasqua. Rimane come vite che trasmette la sua linfa a chi è innestato in lui, secondo l’immagine evangelica di domenica scorsa, la quinta di Pasqua.

Ma appunto, rimane con chi accetta di rimanere in lui; e nel vangelo di questa domenica il Risorto ci indica le due vie attraverso le quali si realizza nella storia e nella concretezza delle singole esistenze, il nostro rimanere in lui, in un brano che possiamo considerare come una variazione giovannea del duplice comandamento dell’amore riportato dai Sinottici (cf. Mc 12,30-31). Un brano, il nostro, che possiamo facilmente dividere in due piccole sezioni, corrispondenti, appunto, ai due comandamenti.

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Fratel Sabino Chialà