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XXV domenica

Tempo ordinario, Anno B

Letture: Sapienza 2,12.17-20; Salmo 53; Lettera di san Giacomo 3,16-4,3; Marco 9,30-37

Un’alternanza di strade e di case: i tre anni di Galilea sono raccontati così da Marco. Sulla strada si cammina al ritmo del cuore; si avanza in gruppo; qualcuno resta un po’ indietro, qualcun’altro condivide chiacchiere leggere con un amico, lasciando fiorire parole autentiche e senza maschere. Gesù ha lasciato liberi i discepoli di stare tra loro, per tutto il tempo che vogliono, con i pensieri che hanno, con le parole che sanno, senza stare loro addosso, controllare tutto, come un genitore ansioso. Poi il Vangelo cambia ambientazione: giungono in casa, e allora cambia anche la modalità di comunicazione di Gesù: sedutosi, chiamò i dodici e disse loro (sedette, chiamò, disse sono tre verbi tecnici che indicano un insegnamento importante): di cosa stavate parlando? Di chi è il più grande. Questione infinita, che inseguiamo da millenni, su tutta la terra.

Questa fame di potere, questa furia di comandare è da sempre un principio di distruzione nella famiglia, nella società, nella convivenza tra i popoli. Gesù si colloca a una distanza abissale da tutto questo: se uno vuol essere il primo sia il servo. Ma non basta, c’è un secondo passaggio: “servo di tutti”, senza limiti di gruppo, di famiglia, di etnìa, di bontà o di cattiveria. Non basta ancora: «Ecco io metto al centro un bambino», il più inerme e disarmato, il più indifeso e senza diritti, il più debole e il più amato! Proporre un bambino come modello del credente è far entrare nella religione l’inaudito. Cosa sa un bambino? Il gioco, il vento delle corse, la dolcezza degli abbracci. Non sa di filosofia, di teologia, di morale. Ma conosce come nessuno la fiducia, e si affida. Gesù ci propone un bambino come padre nella fede. «Il bambino è il padre dell’uomo» (Wordsworth).

I bambini danno ordini al futuro, danno gioia al quotidiano. La casa ha offerto il suo tesoro, un cucciolo d’uomo, parabola vivente, piccola storia di vita che Gesù fa diventare storia di Dio: Chi lo abbraccia, abbraccia me! Gesù offre il suo tesoro: il volto di un Dio che è non onnipotenza ma abbraccio: ci si abbraccia per tornare interi (A. Merini), neanche Dio può stare solo, non è “intero” senza noi, senza i suoi amati. Chi accoglie un bambino accoglie Dio! Parole mai dette prima, mai pensate prima. I discepoli ne saranno rimasti sconcertati: Dio come un bambino! Vertigine del pensiero. L’Altissimo e l’Eterno in un bambino? Se Dio è come un bambino significa che devi prendertene cura, va accudito, nutrito, aiutato, accolto, gli devi dare tempo e cuore (E. Hillesum). Non puoi abbandonare Dio sulla strada. Perché Dio non sta dappertutto, sta soltanto là dove lo si lascia entrare (M. Buber).

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Con il brano evangelico di oggi ci troviamo nel contesto del secondo annuncio della passione. «I tre annunci della passione (Mc 8,31; 9,31; 10,33ss.) sono tutto il filo conduttore redazionale con il cui aiuto Marco ha formato la sezione fra la confessione di fede di Pietro e l’entrata a Gerusalemme» (L. Goppelt, Teologia del Nuovo Testamento). In essi emerge chiaramente l’intento di Gesù, che da vero educatore, cerca di spiegare ai suoi discepoli quello che gli accadrà. Ma ogni volta che Gesù parla della propria morte, con un paradigma che si ripete, interviene la reazione opposta dei discepoli: prima Pietro (8,32-33) poi tutti gli altri (9,32) rifiutano o non comprendono le parole del Maestro; e subito dopo gli ultimi due annunci gli apostoli addirittura rivendicano per loro o una primazia o privilegi (9,33-37; 35-40). Per questo motivo è possibile considerare il brano evangelico di oggi come una unità, formata dalla profezia di Gesù, e poi dall’incomprensione dei discepoli; quest’ultima è espressa nel nostro brano col commento di Marco (“Essi però non comprendevano”, v. 32) e rafforzata infine con le parole fuori posto degli stessi discepoli, anch’esse riferite dall’evangelista («Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande», v. 34).

Come è composto il presente annuncio gesuano? È simile al terzo, ad esempio, per il pensiero della consegna, e, meglio, è caratterizzato dalle seguenti componenti: l’espressione Figlio dell’uomo; il verbo paradídomi (consegnare); le parole sull’uccisione e sulla risurrezione. Concentriamo l’attenzione sui primi due termini e sulla risposta di Gesù ai discepoli.

L’espressione Figlio dell’uomo ricorre nei quattro vangeli per 82 volte (14 in Mc), e viene usata da Gesù proprio, e soprattutto, in quei logia “nei quali il figlio dell’uomo è protagonista o destinatario di una condizione umiliata e dolorosa, a cui seguirà la sua esaltazione o risurrezione” (R. Fabris, Gesù di Nazareth. Storia e interpretazione). Infatti non si deve dimenticare che il titolo scelto dal Signore – che evidenzia la sua fragilità e la solidarietà con la sorte di tutti gli uomini – ha anche un forte riferimento a un personaggio celeste del libro di Daniele, che «appare sulle nubi del cielo», riceve da Dio “potere, gloria e regno” su “tutti i popoli, nazioni e lingue”, “un potere eterno, che non tramonta mai” (Dn 7,13-14): Gesù si richiama, quindi, anche ad una figura che impersona già, pur nella previsione della sofferenza, la gloria della risurrezione. In definitiva, questo ci insegna che l’annuncio della morte non è mai slegato da quello della risurrezione, e nemmeno la Chiesa potrà mai semplicemente ricordare la passione senza menzionare il destino di gloria.

Il verbo “consegnare” (paradídomi) è molto importante per il racconto delle ultime ore di Gesù: si ritrova, in Marco, non soltanto nei suoi annunci sulla propria passione-risurrezione, ma anche con Giuda come soggetto (Mc 3,19; 14,10-11) e, da notare, con riferimento alla sorte dei discepoli (Mc 13,9.11.12). Tutto questo a testimonianza che il destino di chi segue Gesù è solidale con quello del Maestro. Della reazione dei discepoli al secondo annuncio di Gesù (il loro non comprendere, v. 32, e i discorsi sul “più grande”, vv. 33-34) abbiamo già detto qualcosa sopra. Dobbiamo ancora vedere come il Maestro risponde loro: in due modi, con parole e con un gesto simbolico.

Gesù non accetta il vocabolario dei suoi discepoli. Mentre questi parlano di “più grande”, egli parla di “primo” e di “ultimo”: c’è un significato in tale scelta lessicale? È Enzo Bianchi a notare, opportunamente, che «Gesù non nega una precedenza all’interno della comunità, egli sa che è necessario che qualcuno sia primo e non più grande degli altri, ma dice che costui sia uno che serve tutti senza restrizioni. Se c’è un primo posto, questo spetta a chi si fa servo, diakonos di tutti gli altri!». Sulla strada verso Gerusalemme, la ricerca di potenza, di benessere e di prestigio dei discepoli si scontra con la logica di Gesù, secondo cui il Regno è servizio e in esso il primo è colui che serve. La discussione culmina con un’affermazione importante: Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).

Ecco allora che il gesto di prendere un bambino e abbracciarlo rafforza il contenuto dell’affermazione di Gesù. Il Maestro vuole essere accolto non solo perché lui è il “più grande”, come potrebbe apparire agli occhi dei discepoli (il Messia acclamato, che compie miracoli, ecc.: in definitiva, il Gesù riconosciuto come Figlio di Dio), ma perché egli dovrà soffrire e, come il Regno che è paragonato ad un seme sparso per la campagna, portare frutto (Mc 4,8).

Giulio Michelini
La parte buona

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