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XXVI domenica

Tempo ordinario, Anno B

Letture: Numeri 11, 25-29; Salmo 18; Giacomo 5,1-6; Marco 9, 38-43.45.47-48

Maestro, quell’uomo non è dei nostri. Quel forestiero che fa miracoli, ma che non è iscritto al gruppo; che migliora la vita delle persone, ma forse è un po’ eretico o troppo libero, viene bloccato. E a capo dell’operazione c’è Giovanni, il discepolo amato, il teologo fine, “il figlio del tuono”’, ma che è ancora figlio di un cuore piccolo, morso dalla gelosia. «Non ti è lecito rendere migliore il mondo se non sei dei nostri!». La forma prima della sostanza, l’iscrizione al gruppo prima del bene, l’idea prima della realtà! Invece Mosè, nella prima lettura, dà una risposta così liberante a chi gli riferisce di due che non sono nell’elenco eppure profetizzano: magari fossero tutti profeti…

La risposta di Gesù, l’uomo senza frontiere, è molto articolata e molto alla Mosè: Lascialo fare! Non tracciare confini. Il nostro scopo non è aumentare il numero di chi ci segue, ma far crescere il bene; aumentare il numero di coloro che, in molti modi diversi, possano fare esperienza del Regno di Dio, che è gioia, libertà e pienezza. È grande cosa vedere che per Gesù la prova ultima della bontà della fede non sta in una adesione teorica al “nome”, ma nella sua capacità di trasmettere umanità, gioia, salute, vita. Chiunque regala un sorso di vita, è di Dio. Questo ci pone tutti, serenamente e gioiosamente, accanto a tanti uomini e donne, diversamente credenti o non credenti, che però hanno a cuore la vita e si appassionano per essa, che sono capaci di inventarsi miracoli per far nascere un sorriso sul volto di qualcuno. Il vangelo ci chiama a «stare accanto a loro, sognando la vita insieme» (Evangelii gaudium, 74).

Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua… non perderà la sua ricompensa. Un po’ d’acqua, il quasi niente, una cosa così semplice e povera che nessuno ne è privo. Gesù semplifica la vita: tutto il vangelo in un bicchiere d’acqua. Di fronte all’invasività del male, Gesù conforta: al male opponi il tuo bicchiere d’acqua; e poi fidati: il peggio non prevarrà. Mosè e Gesù, maestri della fede, ci invitano a non piantare paletti ma ad amare gli orizzonti, a guardare oltre il cortile di casa, a tutto l’accampamento umano, a tutta la strada da percorrere: alzate gli occhi, non vedete quanti semi dello Spirito volano dappertutto? Quante persone lottano per la vita dei fratelli contro i démoni moderni: inquinamento, violenza, fake news, corruzione, economia che uccide? E se anche sono fuori dal nostro accampamento, sono comunque profeti. Sono quelli che ascoltano il grido dei mietitori non pagati (Giacomo 5,4) e ridanno loro parola, perché tutto ciò che riguarda l’avventura umana riguarda noi. Perché tutti sono dei nostri e noi siamo di tutti.

Ermes Ronchi
Avvenire

 

Come gli animali, anche gli esseri umani tendono a segnare i confini. Questo istinto, che ci porta a difendere quello che è nostro, può assumere forme più razionali attraverso la nascita delle istituzioni oppure può conservare un’aggressività primitiva e animalesca portandoci a usare mezzi violenti per affermare il nostro dominio su un territorio, su una relazione, persino su una persona. Molti conflitti sono la conseguenza di questa ossessione per la chiarezza dei confini: anche la gelosia, come ci ricorda in questa domenica il testo del libro dei Numeri, nasce infatti da questa volontà di controllo e di possesso. Se un altro fa qualcosa di buono getta ombra su di me che non ne sono capace e quindi va eliminato. Il principio è molto chiaro: meglio che non lo faccia nessuno, anche se è una cosa buona, piuttosto che lo faccia l’altro. Dobbiamo ammettere purtroppo che nella nostra realtà ecclesiale è una dinamica molto frequente.

Sicuramente riconoscere i confini di un territorio, di un gruppo, di un’istituzione, aiuta a crescere nell’identità. Il problema inizia nel momento in cui facciamo dipendere strettamente l’identità dai confini. Se andiamo in crisi quando le cose non sono rigorosamente chiare, vuol dire che qualcosa non funziona. La rigidità è sempre patologica, sia che si tratti di una persona sia che si tratti di un’istituzione. Ecco, è esattamente questo che, secondo me, Gesù sta cercando di far capire ai suoi discepoli, e forse anche a noi che oggi rileggiamo questo testo.

Giovanni, il discepolo più giovane, è la voce, forse ancora ingenua, dell’ossessione dei confini, è la voce di chi si arroga il diritto di poter stabilire arbitrariamente chi può appartenere al gruppo e chi ne debba essere escluso. Forse non è affatto un caso che sia proprio Giovanni a porre questo problema: pochi versetti prima, Gesù ha più volte messo al centro il più piccolo, il servo, il bambino, arrivando persino a dire che il Regno di Dio appartiene a chi è come loro. È probabile quindi che, mosso da questa predilezione manifestata da Gesù, forte della sua piccolezza, Giovanni, il discepolo più piccolo, abbia interpretato a suo modo quella piccolezza come privilegio, come diritto per esercitare un potere sugli altri: molte volte ci si arroga questo potere, in nome del ruolo che ricopriamo o dell’esperienza che abbiamo o dell’integrità che pensiamo ci caratterizzi, per distruggere chi ci fa ombra!

Giovanni, forse proprio perché nella sua immaturità, nella sua personalità ancora indefinita e ambigua, sente il bisogno di stabilire dei confini chiari, vorrebbe prendersela con chi “non è dei nostri” (Mc 9,38). Giovanni si riferisce a un estraneo, forse uno straniero, uno che non ha vissuto la stessa esperienza, non ha compiuto lo stesso percorso, eppure è uno che fa cose simili ai discepoli di Gesù, è addirittura un esorcista, uno che libera le persone da un male profondo e oscuro. Eppure Giovanni vorrebbe arrogarsi l’esclusiva del poter fare il bene, quasi come se gli altri, essendo diversi, non potessero fare altrettanto. Giovanni è la voce dell’appartenenza rigida, delle identità chiare, dei confini netti.

La risposta di Gesù è un invito a non temere l’apertura dei confini: «chi non è contro di noi è con noi» (Mc 9,40). Il criterio di Gesù è inclusivo. Non c’è bisogno di difendersi perché il bene può venire anche da chi è diverso da noi, perché il bene ha un’unica fonte. Sicuramente si tratta di un insegnamento alla comunità che, come è lecito pensare, attraversava tentativi di chiusura, come di fatto avviene in ogni istituzione nascente. Colpisce infatti che nella versione di Matteo, che si rivolge ad una comunità ancor più strutturata, il criterio di Gesù sia stato capovolto e sia diventato molto più esclusivo, contribuendo probabilmente ad attenuare le ansie di chiarezza della prima comunità cristiana. In Matteo infatti Gesù dice: «chi non è con me è contro di me» (Mt 12,30).

Per crescere nell’identità, sembra dire Gesù, non è necessario un ossessivo controllo dei confini, ma piuttosto una verifica interna: occorre capire cosa, dentro la comunità, dentro l’istituzione, la Chiesa, la persona, aiuta a crescere, e che cosa invece sta ostacolando la crescita armonica della vita. Sappiamo infatti che quando qualcosa ci infastidisce negli altri, probabilmente sta toccando in realtà qualcosa di noi, qualcosa che non apprezziamo o qualcosa che non abbiamo. C.G. Jung lo diceva in questi termini: «Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi». Succede infatti che i problemi interni vengano proiettati o spostati all’esterno. Creare un nemico esterno a cui attribuire la causa del disagio interno è un processo molto frequente e, all’interno della persona, è un meccanismo di difesa automatico e inconscio. È molto più faticoso e compromettente accettare che qualcosa non funziona dentro piuttosto che spostare la causa su un oggetto esterno, che proprio perché sta fuori è più facilmente controllabile, anzi ci dà l’illusione addirittura di poterlo persino eliminare.

Gesù getta luce su questo processo pericoloso per la comunità e per la persona, pericoloso perché distoglie l’attenzione dal problema reale e dal vero male che impedisce la vita. Ecco perché Gesù invita a sondare ciò che non aiuta a crescere armonicamente e a tagliare quello che crea scandalo, ovvero ciò che ostacola la vita buona. Prima di arrivare a tagliare l’estraneo è opportuno verificare che il male da tagliare non sia dentro. Questa immagine del tagliare evoca la potatura dell’albero, immagine che Gesù usa anche in altri contesti, la potatura è infatti ciò che rende l’albero più fecondo, sebbene all’inizio possa sembrare una violenza esercitata sulla pianta. Difficilmente badiamo a tagliare quello che non funziona dentro di noi, perché questo comporta il rischio di metterci in questione, di metterci seriamente in gioco nel nostro percorso sociale o spirituale. È molto più semplice pensare che il problema sia fuori.

P. Gaetano Piccolo
Rigantur mentes

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