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XXXIII domenica

Tempo ordinario, Anno B

Letture: Daniele 12,1-3; Salmo 15; Lettera agli Ebrei 10,11-14.18; Marco 13,24-32

In quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo… L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma quei giorni sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue trentacinque guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti… Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita. Gesù ama la speranza, non la paura: dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della realtà coincidono. Ogni germoglio assicura che la vita vince sulla morte.

Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero… l’intenerirsi del ramo neppure lo immagini in inverno; il suo ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i piccoli canali è una sorpresa, e uno stupore antico. Le cose più belle non vanno cercate, vanno attese. Come la primavera. E spuntano le foglie, e tu non puoi farci nulla; forse però sì: contemplare e custodire. Allora voi capite che l’estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate. Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte. Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la primavera del cosmo. Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, un germogliare umile di vita. «Il mondo tutto è una realtà germinante» (R. Guardini).

Allora mi sento come una nave, che non è più in ansia per la rotta da seguire, perché sopra di essa soffia un Vento di cielo, e la lampada della Parola è accesa sulla prua della nave. Passano il sole e la luna, che sono l’orologio dell’universo, si sbriciola la terra, ma le mie parole no, sono un sole che non tramonterà mai dagli orizzonti della storia, dal cuore dell’uomo. Siamo una generazione lamentosa, che non sa più ringraziare, che ha dissipato i profeti e i poeti, gli innamorati e i buoni. E invece essi sono la parabola, il germoglio, ramo di fico o di mandorlo del mondo salvato. Lo sono qui e ora, sulla terra intera e dentro la mia stessa casa, come germogli buoni, imbevuti di cielo, intrisi di Dio. Chi mi vuole bene è lampada ai miei passi. Guardali bene, una goccia di luce è impigliata in ogni ruga, un grammo di primavera e di futuro ha messo radici in ogni volto. La fede mi ripete che Dio è alle porte, è vicino, è qui, è in loro. «Ognuno un proprio momento di Dio» (D. M. Turoldo).

Ermes Ronchi
Avvenire

 

La liturgia della Parola di questa penultima domenica del tempo ordinario ci pone di fronte ad alcuni interrogativi essenziali che orientano ad una interpretazione del tempo e della storia in rapporto con Dio. Il frammento tratto dal libro di Daniele e la pericope del racconto di Marco, che fa parte del più lungo discorso di Gesù riportato in questo vangelo, aprono il nostro sguardo sugli eventi riguardanti gli ultimi tempi (ta eschata, le cose ultime): hanno come orizzonte il limite estremo del tempo storico, cioè il momento in cui quest’ultimo cadrà per fare posto al mondo futuro. Questi testi sono accomunati dall’uso dello stesso linguaggio apocalittico, ricco di simboli e immagini, che si presentano non tanto come una descrizione anticipata, puntuale e cronologica di eventi futuri, quanto piuttosto come un simbolo (che deve perciò essere decifrato) di una realtà di giudizio (salvezza o condanna) che riguarda un compimento il cui risultato non dipende da una iniziativa umana, ma è puro dono di Dio.

Se il mezzo espressivo di questo genere letterario utilizza immagini che richiamano tempi di guerre e di divisioni, di catastrofi cosmiche, sotto il segno di una grande subitaneità che crea angoscia e smarrimento, il messaggio da ricercare dietro questi simboli riguarda realtà esistenziali che mettono in relazione la nostra storia con il disegno stesso di Dio su di essa. Dunque, come collocarsi di fronte a questi testi? Che cosa è importante in questa visione della storia e del suo fine? Quale è il punto focale di questa Parola? Certamente, ad una prima lettura di questi testi, viene spontaneo un paragone tra le immagini utilizzate da Mc 13,24-25 e dal profeta Daniele (Dn 12,1: «Sarà un tempo di angoscia come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni…») e gli eventi che viviamo.

E, inevitabilmente, rimaniamo inquietati da un confronto tra queste parole piene di morte e di devastazione e ciò che oggi vediamo nel mondo. «In quei giorni… le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte» (Mc 13,25). Non è quello che scorre sotto i nostri occhi? Una creazione che sembra ripiombare nel caos iniziale, che si rifiuta di obbedire all’uomo, e una umanità disorientata e lacerata da tante divisioni, incapace di guardare con speranza la storia. Si percepisce un senso di fine e, sicuramente, un mondo sta per terminare. Ma è veramente questa la prospettiva di Dio? È questo ciò che, in particolare, Gesù vuole comunicarci?

Un primo messaggio che possiamo cogliere, soprattutto a partire dalla parole di Gesù riportate dall’evangelista Marco, riguarda il senso della storia, il suo orientamento. Al di là degli eventi tragici che costellano il tempo dell’uomo, la creazione stessa, la nostra storia cammina verso una pienezza, verso un fine (e non verso la fine) che è l’incontro definitivo con Cristo, kyrios della storia; incontro che è nello stesso tempo salvezza e giudizio. È Colui che viene (o erchomenos) il punto focale che deve catturare il nostro sguardo interiore: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria…» (Mc 13,26). Gli eventi drammatici non sono altro che una sorta di chiaroscuro che annuncia questa luce sfolgorante, questo evangelo di salvezza; c’è come un passaggio da una creazione privata della sua potenza, ridotta al nulla, ad una nuova potenza che rinnova tutto, la potenza del Kyrios, del Veniente, colui che «viene sulle nubi con grande potenza e gloria». È questo l’evangelo che illumina tutta la storia e la orienta al compimento.

Ecco il primo messaggio pieno di speranza che ci comunica questa parola di Gesù, così difficile e carica di angoscia: in un mondo che finisce (o meglio, che giorno dopo giorno si incammina alla fine), si avvicina sempre di più il momento in cui l’umanità è chiamata a vedere in volto Colui che dà il senso a tutta la storia, Colui che la guida in ogni suo passo, Colui che la riempie di bellezza e di pace. La speranza matura proprio nel momento in cui le possibilità umane sembrano essere giunte ad un vicolo cieco, sembrano esaurirsi; proprio lì, inaspettatamente, ma in una fedeltà mai venuta meno, si apre un orizzonte infinito e si comprende che c’è qualcuno al di là degli avvenimenti, anche quando questi sono segnati dal male e dalla morte.

L’arrivo e l’incontro con il Veniente ha come frutto, nella storia, il compimento di essa. È questo il secondo messaggio offerto dal testo di Marco. E la parola compimento è una parola che apre al futuro, che lascia intravedere un nuovo inizio, che è carica di novità, di bellezza, di perfezione. Ciò che all’uomo appare come conclusione e dunque morte definitiva di un mondo, di una storia, di una umanità, nello sguardo di Dio diventa occasione di creazione rinnovata, di amore ridonato, di novità di vita. Anche se a noi pare strana, la logica di Dio è però la logica pasquale: dalla morte alla vita, e non viceversa. E il testo di Marco descrive questo compimento non come giudizio sull’umanità (anche se questo è un tema fondamentale nei discorsi escatologici), ma come comunione e unità: «Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti…» (13,27. Cfr. anche Dn 12,2-3).

Il movimento è, dunque, dalla dispersione del popolo di Dio su tutta la terra, alla riunione nel regno alla fine dei tempi; il punto di arrivo è così la comunione in un incontro. Ciò che segna la fine di questo mondo non è la distruzione, la morte, il caos: questi sono solamente una sorta di dolori del parto che preannunciano qualcosa di nuovo. La novità sta nella nascita di una umanità che entra definitivamente nell’incontro con il suo Signore, quell’umanità che ha saputo attendere con pazienza «quei giorni» e che nel momento scelto da Dio «vedrà il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con gloria e potenza grande» e che «riunirà i suoi eletti» da tutti i luoghi in cui erano dispersi.

Ma nel “frat-tempo” il discepolo come deve comportarsi? Rimandato alla storia, che è attesa di questo incontro, che cosa deve fare il credente? Nella risposta a questi interrogativi sta un terzo messaggio che questa parola di Gesù ci offre. Il discepolo deve imparare a discernere, a guardare per comprendere e per conoscere ciò che avviene. Il discepolo deve abituare lo sguardo a cogliere i segni di questo incontro sempre rinnovato. Bisogna saper leggere tutti quei segni, piccoli o grandi, di cui è disseminata la nostra storia e che ci aprono alla speranza. E una umile pianta, il fico, ci ricorda Gesù, può aiutarci a comprendere questo: «Dalla pianta del fico imparate la parabola» (13,28). Quando il fico incomincia a produrre le gemme e sui suoi rami crescono le prime foglie, ecco che si avvicina il tempo del raccolto, il tempo della gioia. La nostra storia è paragonabile a quella pianta di fico: in essa, per chi sa guardare con occhi di novità, sono disseminate tante gemme, piccoli annunci di vita. Essi ci dicono che il tempo della salvezza è già operante in mezzo a noi, che questo mondo è stato salvato dall’amore di Dio e che tocca a ciascuno di noi essere attenti per cogliere quella parola di salvezza che il Signore stesso vuole donarci.

E infine Gesù ci dona anche un punto di appoggio saldo per poter discernere: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (13,31). La parola di Gesù è, in fondo, ciò che ci permette di camminare in questa storia, attendendo l’incontro con Lui, senza perdere il cammino, ma imparando a leggere ogni segno che incontriamo su di esso. Anche se la strada a volte è buia, anche se la nostra storia non sembra andare verso una meta, ma verso una fine, anche se spesso i cammini che incontriamo ci disorientano, abbiamo ricevuto dal Signore un appoggio sicuro: la sua parola che non passa, che non perde la sua forza, che contiene tutto il suo amore fedele, che è speranza. Nella sua parola la vita continua, anche quando attorno a noi sembra finire (il cielo e la terra passeranno). In questo tempo di attesa, veramente il Signore ci chiede una sola cosa: appoggiare tutta la nostra vita sulla sua parola e con pazienza, come la sentinella nella notte, attendere l’albeggiare della sua venuta.

Monastero di Dumenza

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